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Volontariato in carcere: al via l’esperienza di 35 studenti universitari

Sono trentacinque gli studenti della Pastorale Universitaria che hanno iniziato a prestare volontariato nel carcere femminile con l’accompagnamento e la presenza delle suore di Maria Bambina

Da pietra di scarto a testata d’angolo. È forse dietro queste parole, dal sapore della sapienza evangelica, che si può comprendere una storia semplice e al tempo stesso prodigiosa: quella della Casa di reclusione femminile di Venezia-Giudecca, dove da anni un gruppo di religiose si adopera ogni giorno per salvare e cambiare vite. È una storia che nasce da lontano e che continua ancora oggi grazie a chi non rinuncia a donarsi agli altri. All’interno del carcere femminile veneziano, le suore di Maria Bambina portano avanti un instancabile servizio di accompagnamento spirituale rivolto alle detenute. Un impegno che quest’anno si arricchisce della presenza di trentacinque studentesse e studenti universitari. Le radici di questo legame affondano nel passato. L’edificio che oggi ospita le detenute sorse nel 1543 come convento di clausura dell’Ordine delle Convertite, formato in gran parte da prostitute veneziane che sceglievano di abbandonare la vita precedente per consacrarsi e vivere in monastero. Il convento resistette fino alla soppressione degli ordini religiosi in epoca napoleonica. Nel 1856 il governo asburgico, insieme al patriarca e alle autorità veneziane, decise di riconvertire la struttura in carcere femminile mancava però un ente a cui affidarne la gestione. Fu così che venne chiesto alle suore dell’Ordine di Maria Bambina — nato da pochi anni e animato dal carisma della carità — di assumersi questa responsabilità.

Una piccola rivoluzione

Le giovani religiose colsero in quella richiesta un’opera di misericordia e accettarono di vivere in forma reclusa accanto alle detenute. Per l’epoca fu una piccola rivoluzione: donne libere e donne detenute condividevano gli stessi spazi, e le suore accompagnavano le recluse lungo tutto il periodo della detenzione. Una rivoluzione non solo simbolica. Nel 1857 alle detenute furono tolte le palle ai piedi, un gesto di grande valore concreto e simbolico. Ancora oggi il carcere veneziano rappresenta una realtà particolare nel panorama penitenziario italiano: è tra le poche strutture in cui le celle restano aperte dalle 8 alle 20. «Fin dai primi anni del nostro servizio – racconta suor Marisa – abbiamo voluto che questo fosse un luogo in cui le donne potessero studiare e lavorare. La struttura ha assunto una forma fortemente rieducativa, con grande attenzione alla persona e al suo accompagnamento». La gestione rimase completamente nelle mani delle suore fino agli anni Ottanta. Con la riforma penitenziaria del 1990 la direzione passò allo Stato, ma le religiose continuarono il loro servizio. Oggi sono quattro le suore che assistono le detenute, occupandosi non solo dell’aspetto spirituale, ma anche di quello sanitario, economico e dell’organizzazione del volontariato. Ogni sabato propongono un momento di riflessione sul Vangelo della domenica successiva: uno spazio di confronto relazionale ed esistenziale in cui le donne si aprono, condividono la propria storia e riscoprono sé stesse attraverso l’incontro con le altre.

Carcerate e universitari insieme

Da anni le suore hanno intuito che il carcere non doveva restare un luogo chiuso, ma aprirsi soprattutto ai giovani. «Da circa trent’anni – spiega suor Marisa – ogni estate un gruppo di maggiorenni vive un’esperienza di formazione alla carità qui in carcere. Dallo scorso anno abbiamo pensato di coinvolgere anche universitari. La risposta è stata significativa, grazie soprattutto ai giovani delle case studentesche della diocesi di Venezia, ma anche attraverso altri canali». I giovani partecipano al momento di condivisione del sabato pomeriggio e alla celebrazione domenicale. Entrano in gruppi di otto, mescolandosi alle detenute. Ad oggi ogni gruppo ha già effettuato il primo ingresso, avviando un primo contatto con questa realtà. Il percorso è iniziato con una riflessione sull’episodio dell’Esodo in cui Mosè incontra il roveto ardente e si sente dire di togliersi i sandali, perché il luogo è sacro.

Ogni persona è sacra

«L’invito – spiega suor Marisa – è proprio questo: togliersi i sandali e riconoscere che quel luogo è sacro. Perché, come scrive Jean Vanier, ogni persona è un luogo sacro». Nell’immaginario comune il carcere è spesso visto come un contenitore in cui relegare ciò che esce dagli schemi della società, una zona d’ombra utile a far sentire al sicuro chi si percepisce “giusto”. Eppure, quando suor Marisa parla delle sue detenute, nei suoi occhi brilla una luce difficile da ignorare. «È un’esperienza unica – afferma con entusiasmo – perché paradossalmente ci si può sentire più liberi in carcere che fuori. Tra quelle mura non ci sono infingimenti: ognuno si mostra per ciò che è. Incontri donne che hanno sbagliato, ma donne vere, consapevoli dei propri errori e per questo senza maschere». Da pietra di scarto a testata d’angolo: forse è proprio qui, tra quelle mura, che questa parola prende forma.

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