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Una mostra per scoprire l’arte di Gilberto Visintin

Regista celebrato a livello nazionale, a Venezia è poco riconosciuto artisticamente. La mostra al Multimedial Laboratory Art Conservation vuole riproporre la sua figura al centro del dibattito culturale veneziano

Poliedrico e con il fuoco dentro. Dopo il successo della mostra dedicata al pittore Vincenzo Eulisse, è stata inaugurata al Multimedial Laboratory Art Conservation di Adriana e Adriano Cincotto in Fondamenta della Misericordia a Venezia, con grande presenza di pubblico, un’altra retrospettiva dedicata all’artista veneziano Gilberto Visintin (Venezia, 1947 – Roma, 2024),  intitolata “Gilberto Visintin. Un artista rinascimentale nel Novecento” a cura di Francesca Visintin, figlia dell’artista, e di Stefano Cecchetto, visibile fino a sabato 25. Un altro omaggio ad un artista poliedrico che, trasferitosi presto fuori città, a differenza del radicato Eulisse, si è espresso ai massimi livelli nel teatro, nei documentari televisivi, come quelli realizzati per la Rai, e nei suoi originalissimi dipinti e sculture. Celebrato a livello nazionale, ma a Venezia poco riconosciuto artisticamente, la mostra vuole riproporre la sua figura al centro del dibattito culturale veneziano seguendo la linea del tempo, con quasi tutte opere inedite, come è stato anche per la precedente mostra dedicata a Eluisse, pittori entrambi mancati lo scorso anno. A fine anni ‘60 Visintin si avvicina alla pittura e inizia a realizzare le prime opere, tanto da diplomarsi nel ’70 in Scenografia all’Accademia di Belle Arti di Venezia, Il piccolo ritratto di una modella dell’Accademia, che in mostra accoglie i visitatori, testimonia quegli anni di fermento artistico.

Tra cinema e teatro, il momentaneo abbandono della produzione artistica

Lasciata da parte la realizzazione di opere d’arte, Visintin esordisce alla regia teatrale a partire dal 1968 e nel ‘73 si diploma alla Accademia d’Arte Drammatica Silvio D’Amico a Roma cominciando a muovere i primi passi come assistente alla regia, lavorando con Carmelo Bene e altri nomi noti del panorama. In quegli anni realizza maschere e scenografie per il teatro. Un grande lampadario al centro della stanza mostra emblematiche foto di scena in cui lo stesso Visintin recitava e fotografie da lui scattate durante le produzioni da lui dirette. Un allestimento che riprende la vivacità e il fuoco che aveva dentro e che ben sapeva esprimere attraverso le varie forme d’arte che esercitava. Tra i suoi lavori più noti si ricorda il film da lui diretto “Bachi da seta” del 1988 che narra la storia d’amore ancora attuale tra un’ebrea e un palestinese e per il quale l’anno successivo è stato candidato al David di Donatello come miglior regista esordiente. Grande è stato l’impegno teatrale tra tv e cinema, dirigendo film, documentari e trasmissioni per la RAI tra gli anni ‘70 e ’90, tra cui si ricorda anche la direzione del film documentario “Il Vecchio e la Montagna” (1990) e le collaborazioni con produzioni dedicate a temi religiosi come Padre Pio. Con la RAI in particolare collaborò tra il 1975 e il 2000, realizzando circa 200 progettitra programmi culturali, documentari e radiodrammi. Tanti i professionisti incontrati con cui instaurò anche rapporti di amicizia duraturi, come con Alfonso Saggese: «Ogni volta che arrivava lo stipendio facevamo festa e ci concedevamo un pranzo a Campo dei Fiori in una tipica trattoria per mangiare cotiche e fagioli».

Una ritrovata ispirazione artistica, tra sculture tribali e dipinti dedicati a Venezia

 Un attività, quella dello spettacolo, che lo impegnava molto, tanto che solo verso la fine degli anni ’90 ritorna alla produzione di opere d’arte. L’allestimento, che riprende la vivacità che aveva dentro, mostra il ritorno alla produzione di opere d’arte attraverso sculture realizzate quando viveva in Lombardia con materiali di recupero dove, con cardini di porte, ante di mobili e falci che trovava in discarica realizzava volti tribali e Naif, tra cui toreri, un Polifemo e l’urlo di un guerriero. Sculture tutte giocate sui toni caldi, dati da materiali quali rame e legno. Tra il 2010 e il 2015 dipinge poi opere in cui ritrae Venezia: dalle pennellate emergono gli scorci di  Bacino San Marco, Punta della Dogana o della Basilica dei Frari, con tratti principalmente divisionisti, in cui mostra la nostalgia per i luoghi da lui lasciati da giovane e dove non è più tornato a vivere, ma di cui conservava un ricordo vivo, avvicinandosi idealmente a pittori come Guardi e riprendendo in altril’impressionismo francese e l’espressionismo tedesco.

Visintin: un puro che metteva l’anima in ogni cosa

«Nonostante la distanza fisica, a legarci era proprio l’arte. Ci davamo sempre consigli reciproci e dialogavamo molto scambiandoci opinioni su tecniche e temi vari. – dice la figlia, anche lei artista, rimasta sempre a Venezia – Papà nel suo esprimersi era un puro, non aveva sovrastrutture, faceva quello che gli veniva dall’animo. Nei miei lavori mi diceva di usare di più». La mostra andrà anche a Roma, luogo dove l’artista ha vissuto gran parte della sua vita. «Non ho mai conosciuto un uomo così poliedrico, appassionato, poetico e sanguigno. Aveva un sapere e una poesia dentro che esplodeva ogni secondo – ricorda l’attrice Patrizia Masi, per tanti anni compagna di vita e di lavoro di Visintin – «Con Gilberto ci siamo conosciuti quando aveva appena finito l’Accademia mentre io la stavo incominciando. Non c’era una cosa che insegnasse che non sapesse fare. Si svegliava la notte ricco di idee da portare in teatro. I suoi spettacoli erano strabilianti, metteva l’anima in tutto quello che faceva, cosa che ora si fatica a trovare. Quello che ho imparato e che sono lo devo a lui, che è stato la mia più grande storia d’amore».

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