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Toni Servillo in visita ai detenuti: «Una possibilità di riscatto esiste»

L’incontro dell’attore a Santa Maria Maggiore in concomitanza con la Mostra cinematografica d’Arte internazionale e nell’ambito del progetto teatrale di Michalis Traitsis. «Non sentitevi soli. Qui dentro potete ritrovare voi stessi»

Domande e riflessioni si sono rincorse, in un’ora di tempo scandita da emozioni di cui un gruppo di ristretti della Casa circondariale di Santa Maria Maggiore farà tesoro, nell’ambito del percorso di reinserimento che sta portando avanti anche grazie al potere del teatro e del mondo della recitazione. L’incontro in carcere con Toni Servillo, il pluripremiato attore campano sbarcato al Lido per il film d’apertura “La Grazia” del regista premio Oscar Paolo Sorrentino, in occasione dell’82. Mostra internazionale d’Arte cinematografica (leggi qui), è stato una carezza al cuore. Nessuna formalità, ma un momento avvolto da un clima amichevole, in cui i detenuti hanno avuto modo di raccontarsi, spronati proprio da Servillo nel porgli curiosità e interrogativi, senza dimenticare di condividere qualcosa di sé, come la provenienza. Per toccare con mano quelle origini che sono alla base della storia di ciascuno, fatta di errori e inciampi a cui molti stanno cercando di porre rimedio, provando a riprendere in mano la propria vita gradualmente. «Se il mio passaggio qui ha un senso – le parole rivolte ai reclusi dall’attore, il Jep Gambardella de “La grande bellezza” – non è perché sono maestro di qualcosa, ma per dare un esempio nel dire: non sentitevi soli nell’attraversamento di questo momento doloroso della vostra vita. Immaginate che c’è qualcuno, fuori, che pensa che la vostra condizione è difficile, pesante da vivere, ma che una possibilità di riscatto esiste».

Toni Servillo in dialogo con i reclusi della Casa circondariale di Santa Maria Maggiore
«Non immaginatemi come un divo»

Parole vere, sincere, espresse senza filtri, rigirando fra le mani un sigaro spento come per placare un’emozione interiore che l’ingresso in carcere ha inevitabilmente portato con sé. D’altronde è stato lo stesso Servillo a confidare con ironia: «Forse si sente anche dalla mia voce. Di solito, quando recito, ce l’ho più ferma… Non dovete immaginare che qui sia arrivato un divo». Un appuntamento che rientra nel progetto teatrale “Passi sospesi” di Balamòs Teatro, nato nel 2006 grazie a Michalis Traitsis, coordinatore del progetto, impegnato nel portare l’arte della recitazione all’interno degli istituti di pena. Molteplici le proiezioni e gli incontri organizzati nell’arco di questi anni, chiamando a prendervi parte registi e attori, ospiti della Mostra del Cinema, per un momento di confronto. Presenti venerdì, tra gli altri, anche il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, il direttore di Santa Maria Maggiore, Enrico Farina, e la neo direttrice della Casa di reclusione femminile della Giudecca, Maurizia Campobasso, pronta ad iniziare la propria esperienza lavorativa nella città d’acqua. La prima, di questo tipo, nella quale si troverà ufficialmente coinvolta a giorni. Servillo ha lanciato dei messaggi concreti non solo a parole, ma anche attraverso la gestualità, a cominciare dalla volontà di svolgere l’incontro rimanendo in piedi, per poter guardare negli occhi i presenti. «Il teatro mi ha dato la forza di essere quello che sono», ha confidato un detenuto, ironizzando sul fatto che anche Servillo sia «in attesa di giudizio», con riferimento al film presentato quest’anno alla Mostra.

Toni Servillo insieme a Pietrangelo Buttafuoco, Enrico Farina e Michalis Traitsis
Il carcere, opportunità per ritrovare se stessi

«Qui immagino di essere nella cabina di un’ipotetica barca ancorata in darsena, in attesa che finisca la tempesta», l’immagine offerta a testimonianza del tempo vissuto tra le sbarre del carcere. Al centro dell’incontro, il film di Leonardo Di Costanzo “Ariaferma”, del 2021, che i reclusi hanno potuto vedere, nell’ambito delle attività svolte con Traitsis, il giorno prima dell’appuntamento con Servillo. La trama lo vede nei panni di uno dei pochi agenti penitenziari rimasti a dover gestire una situazione alquanto particolare: la chiusura rinviata di un vecchio carcere, con le vite di ristretti e agenti costrette ad incrociarsi forse davvero per la prima volta. «Uno dei film più belli a cui ho avuto la possibilità di partecipare – ha commentato l’attore –. Attraversare il dolore? Significa condividere un tempo che sembra non finire mai. Ma qui dentro c’è l’opportunità di ritrovarsi, per uscire magari anche migliori di chi sta fuori e che qua non è mai entrato. Molto spesso noi abbiamo talmente tante sollecitazioni inutili che vengono dalla nostra “semi-libertà”, che a volte ce lo fanno spendere in maniera superflua. Stare concentrati in un luogo, per quanto profondo di dolore, può consentire di metterci in relazione con noi stessi». Non sono mancate strette di mano e autografi, con la promessa di fare ritorno nella Casa circondariale veneziana per una giornata di formazione sul teatro. Esperienze, quelle a stretto contatto con il carcere, già vissute in passato, come raccontate dallo stesso Servillo, a partire da un incontro organizzato con i ragazzi di Nisida, sede di un istituto penale per minori. Poi le riprese, per “Ariaferma”, in un carcere dismesso di Sassari, in piena fase pandemica. L’invito a recarsi a Santa Maria Maggiore, Servillo lo ha accettato subito, conscio di essersi ritrovato da un momento all’altro da un contesto di lustrini e red carpet («necessario, per noi che facciamo questo lavoro, nell’ambito della promozione dei film a cui prendiamo parte») ad una dimensione «della vita reale, e non delle cose di facciata». Ha poi aggiunto: «Vi sentirete soli, è inutile negarlo. Ma sappiate che dall’altra parte ci sono molti che vi pensano e credono, come me, che sia formativo aver attraversato un momento di condivisione insieme a persone come voi, che si trovano in questo momento della loro vita».

I presenti all'incontro con Toni Servillo
«Attraversare il dolore per risanarlo»

Di fronte alle curiosità dei ristretti, Servillo ha parlato anche della passione per la sua professione. «Agli attori – ha commentato – piace l’esperienza di condividere un viaggio assieme agli altri. Personalmente non mi sono ancora stancato di essere curioso delle persone. Il giorno in cui mi stuferò di relazionarmi con chi mi sta accanto, smetterò anche di fare questo mestiere». La mattinata è stata l’occasione per ricordare come alcuni detenuti lavorino all’esterno, anche nell’ambito della Biennale o a stretto contatto con le aziende del territorio. Tra gli ultimi protocolli firmati, quello con la Procuratoria di San Marco e il Patriarcato. «I ponti che stiamo creando – ha riferito Farina, riprendendo il titolo della neonata rivista realizzata proprio all’interno del carcere maschile – sono ormai tantissimi. C’è un patto per cui riusciamo anche a dedicare una giornata a settimana per svolgere lavori, gratuitamente, di pubblica utilità. Venezia, in tal senso, offre molte occasioni. Recuperare quanti più esseri umani possibile: questo lo scopo della nostra professione». «Dobbiamo affrontare il dolore, attraversarlo e risanarlo. Dare sempre più la possibilità alle persone – ha osservato Buttafuoco – di trovare luce e lavoro, affinché non siano identificate col reato». E nei prossimi giorni c’è chi avrà la possibilità, tra i reclusi, di assistere ad una proiezione proprio alla Mostra. «Il teatro – ha aggiunto Traitsis – è un’arte effimera, ma crea memoria, che vive per sempre. Dietro a questa identità temporanea del detenuto c’è la persona. Il carcere? Una miniera di intelligenze e sensibilità che possono essere utilizzate proprio nell’ambito teatrale».

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