
«Grazie a Gesù è possibile sciogliere le catene e spezzare ogni giogo. Solamente guardando a Lui si aprirà lo sguardo sui fratelli». Nell’omelia per la messa presso la chiesa del Ss. Redentore alla Giudecca il Patriarca, mons. Francesco Moraglia ha invitato a vivere il Giubileo della speranza con una convinta conversione «intellettuale, spirituale e morale», con il coraggio di cambiare se stessi e le proprie scelte di vita e, non da ultimo, con uno sguardo attento alle realtà difficili sia a livello locale sia a livello nazionale e internazionale. Dopo l’apertura di venerdì 18 del ponte votivo, seguito il sabato dalla “Notte famosissima” con lo spettacolo pirotecnico, domenica 20 Venezia ha vissuto il cuore della festa dedicata alla solennità del Ss. Redentore. La messa solenne per la festività è stata celebrata dal Patriarca Francesco ed è stata seguita da un momento di adorazione del Santissimo Sacramento e dalla benedizione eucaristica alla città di Venezia dalla scalinata del sagrato. Mons. Moraglia all’inizio della celebrazione ha rivolto un saluto alle autorità civili e militari, ai confratelli nel sacerdozio, ai diaconi, ai consacrati, ai membri delle congregazioni, ai fedeli laici e alla fraternità cappuccina. Durante l’omelia ha poi ricordato l’importanza di una conversione totale e concreta nella vita di ciascuno, possibile grazie all’incontro con il Signore Gesù, il Redentore, con numerosi e vari riferimenti all’attualità: dai conflitti internazionali alle carceri, dall’ecologia al rispetto della vita umana. Due, inoltre, i pensieri dedicati in particolare alla realtà veneziana: una preghiera per Alberto Trentini, cooperante originario del Lido di Venezia e da più di otto mesi in carcere in Venezuela, e la speranza che si possa realizzare un pellegrinaggio a Roma per il Giubileo per alcuni detenuti delle carceri veneziane che abbiano i requisiti di uscita.

Il Patriarca ha ricordato che come cristiani siamo chiamati a entrare nel cammino giubilare che ci chiede contemporaneamente una conversione intellettuale, spirituale e morale: «Non si deve cadere in facili semplificazioni come il separare realtà che fra loro vanno distinte ma, appunto, non separate – afferma mons. Moraglia – Bisogna distinguere ma non separare la pace dalla giustizia, l’amore dalla verità, il perdono dalla giusta riparazione; separarle è tradirle, ossia aprire la strada all’arbitrio e andare contro l’uomo e contro il Vangelo. In greco διάβολος (diàbolos) deriva dal verbo διαβάλλω (diabàllo) che significa “calunniare”, “accusare”, “dividere”. Se, così, separiamo misericordia e giustizia, non avremo più né misericordia né giustizia; lo stesso vale per l’amore e la verità, per la pace e la giustizia, il perdono e la riconciliazione. Avremo al loro posto “parodie” e decostruiremo le sfere dell’educazione, della vita sociale, del bene comune. Bisogna tenere insieme il tutto, perché la realtà è complessa». Una conversione totale, ricorda il Patriarca, comporta anche l’apertura di nuove strade nella nostra storia personale, sociale e politica: «Il problema, come sempre, siamo noi – dichiara mons. Moraglia – Fare Giubileo vuol dire esserne consapevoli e trarne le conseguenze nel quotidiano. La cosa più difficile è accettare se stessi e convertirsi! Com’è anche difficile chiedere perdono e perdonare; è da tale incapacità che sorge ogni conflitto personale, familiare, nel luogo di lavoro, in ambito sociale, politico e tra gli Stati. Ecco l’insistenza con cui Gesù, nel Nuovo Testamento, porta a compimento ciò che i profeti avevano chiesto nell’Antico: l’importanza della conversione del cuore prima di ogni altro gesto».

Citando i profeti Isaia e Gioele, il Patriarca sottolinea che la grazia del Giubileo, che può venire solo dal Redentore, è la capacità di sciogliere le catene e spezzare ogni giogo. Tale capacità comporta inevitabilmente un forte impegno verso il prossimo: «Sciogliere le catene e spezzare i gioghi chiede di risolvere problemi e conflitti, di ricercare la pace attraverso la riconciliazione a livello personale, familiare e fra gli Stati, di capire le esigenze del prossimo e costruire insieme il bene comune, fatto di atti di giustizia e di verità. Questo è fare Giubileo!» Un impegno che si attua su più fronti perché «ci sono tante “povertà” e “prigioni”» e occorre guardare la situazione delle persone che soccombono per motivi economici, sociali, psicologici o di qualsiasi altro genere. Un pensiero particolare va agli orrori che vengono compiuti sul piano internazionale: «Non ci possono lasciare indifferenti le immagini che continuano ad arrivare dall’Ucraina e, soprattutto, quelle sempre più drammatiche di Gaza e che descrivono una situazione umanamente inaccettabile – dichiara con fermezza il Patriarca – Siamo vicini a tutti questi popoli; in particolare ricordiamo la parrocchia della Sacra Famiglia di Gaza, colpita da uno dei tanti raid di questi giorni con morti e feriti, tra cui lo stesso parroco. I morti civili sono la cifra inaccettabile della guerra che, comunque, è sempre assurda e sbagliata ma quando si moltiplicano le morti civili non è più guerra, è qualche altra cosa».

Mons. Moraglia ricorda, inoltre, tra le realtà critiche, la situazione delle carceri italiane: «È una situazione che chiede un’attenzione speciale perché quel luogo e quel tempo siano per tutti (detenute e detenuti, polizia penitenziaria, personale, educatori, volontari e altri) un’apertura di speranza e una reale possibilità di ripartire, non una condanna ulteriore ed ingiusta – afferma il Patriarca – Nelle nostre carceri, inoltre, ci sono anche persone con problemi psichiatrici o legati alla tossicodipendenza che le rendono di fatto ingestibili e, certamente, non si può pensare che, per loro, quello sia il luogo più adatto per vivere la pena ricostruendosi. Dobbiamo tenerlo presente». Conclude, infine, citando l’omelia di Papa Leone XIV alla messa pro Ecclesia con i cardinali del 9 maggio scorso: «come Chiesa sempre più dobbiamo diventare “città posta sul monte (cfr Ap 21,10), arca di salvezza che naviga attraverso i flutti della storia, faro che illumina le notti del mondo. E ciò non tanto grazie alla magnificenza delle sue strutture e per la grandiosità delle sue costruzioni (…), quanto attraverso la santità dei suoi membri, di quel «popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa» (1Pt 2,9)”. Anche noi vogliamo remare in modo tale che la Chiesa, attraverso Cristo (solo Lui, infatti, lo può fare), possa illuminare tante situazioni in cui i Caino e Abele, i Romolo e Remo di oggi non riescono più a parlarsi in modo fraterno».
C.I.D. s.r.l. Società a Socio Unico – Casa editrice del settimanale Gente Veneta – CF e PI 02341300271 – REA: VE – 211669 – Capitale Sociale 31.000 euro i.v. – Dorsoduro,1 – 30123 Venezia
Iscriviti a CRUX e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!