
«Il 2025 doveva essere l’anno della sostenibilità, l’Unione Europea aveva pronto un pacchetto di riforme che non sono state introdotte e saranno rimandate a causa delle varie crisi che stanno avvenendo nel mondo e alla triste prospettiva del riarmo, ma noi lavoriamo, nel nostro piccolo, perché il 2026 lo sia – racconta Luca Barani, CEO e co-fondatore di Sea the Change – nonostante le difficoltà le imprese mostrano una crescente volontà e sensibilità verso la sostenibilità e spesso quelle che hanno risultati migliori li ottengono proprio perché credono in questo cambiamento investendo. Noi avevamo un’idea, occuparci di economia dell’ambiente offrendo consulenza alle aziende, è stata una scommessa e oggi, proprio da Venezia diamo servizi a chi vuole dare un impatto positivo al mondo, rispettandolo di più».
Tre amici, compagni di corso di economia al polo dell’Università di Bologna di Rimini e una grande passione per la natura, soprattutto per l’acqua: «Volevamo dimostrare che anche con i numeri si potesse fare sostenibilità – aggiunge Barani – siamo nati per costruire un luogo di lavoro dove le persone possono identificarsi con la nostra missione, oggi siamo quasi una decina, fino adesso abbiamo lavorato per portare impatti positivi su ecosistemi marini e comunità, ma siamo pronti anche al lancio di nuovi servizi e per potenziare la nostra piattaforma digitale SEAS 1.0, che permette di mettere insieme domanda e offerta per progetti a tutela degli ecosistemi marini nelle strategie di sostenibilità aziendale. Insomma per noi i numeri contano, ma con un impatto positivo sull’ambiente».

«Io e i miei soci Francesco Suzzi e Alberto Carpanese studiavamo insieme a Rimini – racconta il giovane manager – ci siamo laureati e ci siamo trovati in piena emergenza con la pandemia da Covid-19, ci ha assalito un po’ di depressione post-lauream perché trovare lavoro si stava rivelando molto complicato. Ci siamo incontrati per un pranzo per salutare Alberto, che avrebbe dovuto trasferirsi per una proposta di lavoro e ci è venuta l’idea di creare questo progetto tutto nostro. Da lì abbiamo continuato a parlarne all’interno di un gruppo su Whatsapp, abbiamo passato più di qualche giornata a lavorare al progetto per presentarlo a diverse call per startup e così, avendone vinte, è nata l’azienda, che ha debuttato ufficialmente a febbraio 2022. A giugno siamo stati selezionati per il percorso del “MIT Acceleator”, un’iniziativa del Massachusetts Institute of Technology (MIT) in collaborazione con l’ente veneziano SerenDPT. Così è cambiata anche la nostra vita perché io e Alberto ci siamo trasferiti in laguna e abbiamo aperto la nostra sede operativa negli spazi dell’incubatore».
Perché concentrarsi sull’acqua? «La domanda è lecita visto che quasi nessuno di noi è nato sul mare – aggiunge Barani – siamo tutti però grandi appassionati della natura e ci siamo accorti che c’era un vuoto nel mercato e quindi un’opportunità: nel settore dell’economia ambientale si è fatto molto sul fronte degli alberi e del sottosuolo, ma sul mare c’era ancora molto da sviluppare. Si trattava di una sfida nel provare a entrare in questo ambito, cercare fondi dal comparto privato e riuscire a incidere negli ecosistemi marini. Da questo punto di vista ci hanno ispirato molto nel periodo di studi le proteste del movimento “Fridays for Future”, volevamo portare avanti qualche ideale rendendolo concreto, con un mix di passione, opportunità, visione e voglia di fare. Ad oggi abbiamo attivi circa una ventina di progetti in tutta l’Italia, soprattutto in Emilia Romagna e Veneto, lavorando col settore della pesca e sulla transizione ecologica per aziende private».

«Da startup ci stiamo consolidando per diventare PMI innovativa specializzata nella sostenibilità e nell’innovazione nel comparto della blue economy, un ramo dell’economia green verticale sul tema delle acque di mari e fiumi – chiarisce l’amministratore – ci siamo focalizzati in 4 tipologie di servizio: gestiamo progetti di sostenibilità per grandi aziende sul tema incrociato delle acque e delle comunità locali; offriamo consulenza in ambito di sostenibilità con supporto per certificazioni, con specializzazione verticale sul tema delle acque e focus sulle piccole e medie imprese; affianchiamo le organizzazioni nella conoscenza e partecipazione a bandi di finanziamento regionali, nazionali ed europei e infine ci siamo specializzati su comunicazione e reportistica, offrendo servizi per evitare il greenwashing con la valutazione delle attività svolte dalle aziende verificando il pieno rispetto delle normative».
«Il nostro modello di lavoro è quello di operare in partnership con i territori – prosegue – i progetti sono sempre un processo di co-design, noi li gestiamo individuando partner specifici che ci supportano nella realizzazione, gestendo ad esempio anche i crediti di compensazione carbonica, misurando l’impatto di emissioni di diverse attività umane. Ma soprattutto ci siamo specializzati sulla rendicontazione dell’impatto degli interventi, seguendo standard internazionali come gli ESRS (European Sustainability Reporting Standards) per la qualità dei report o i parametri ESG (Environmental – Ambiente, Social – Sociale e Governance) seguendo gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dalle Nazioni Unite come quelli previsti dall’Agenda 2030. Per il 2026 l’obiettivo è poi quelle di diventare noi stessi certificati come azienda, oltre a sensibilizzare il grande pubblico sul tema della pesca, che se ha fatto molti danni in passato, va accompagnato e fatto evolvere senza stigma. L’ultima sfida è poi lo sviluppo della piattaforma digitale SEAS che, attraverso un algoritmo dedicato, consente di connettere bisogni delle aziende con partner che possono sviluppare progetti con la nostra regia, proprio come se fosse un e-commerce di servizi di sostenibilità».

«Il tema della salvaguardia della laguna di Venezia è complesso – spiega Barani – nessuno ha una bacchetta magica, ma sicuramente serve più responsabilità e una presa di posizione da parte dell’intero territorio. Da non veneto però, oltre a un grande potenziale, vedo che c’è la volontà di salvare la città e l’ecosistema, che al momento è messo molto sotto stress dall’uso delle paratie, dai cambiamenti climatici e dall’innalzamento delle temperature. Stimo molto il Mose a livello di opera, ma sappiamo già che non basterà e che il futuro va pensato sia sul versante della tutela che dell’analisi costi-benefici. Come Sea the Change abbiamo lavorato sul tema della sostenibilità con aziende del settore turistico, nautico e con porti privati. Vorremmo arrivare anche a fare dei test sul mondo della pesca in laguna».
«Con un tour operator che ci ha dato fiducia, fra i nostri primi clienti, abbiamo lavorato per compensare le emissioni su base volontaria di una delle proprie imbarcazioni adibite a trasporto turistico attraverso un QR code, dove un singolo passeggero poteva coprire le spese di deficit carbonico per sé o per l’intero equipaggio – conclude – ma oltre ai crediti di carbonio siamo riusciti a far passare il messaggio che il nostro lavoro è sempre legato a progettualità, puntiamo a valorizzare un ambiente come la laguna, che ha una capacità enorme, fino a 40 volte superiore alla foresta amazzonica, di assorbire CO2 grazie alla sua ricca biodiversità che permette una rapida fotosintesi e rigenerazione. Insomma il lavoro da fare è ancora tanto, ma noi continuiamo a impegnarci per dimostrare che anche con i numeri si può favorire la sostenibilità, comunicandoli bene per favorire un cambiamento culturale, alla base per salvaguardare la laguna e le sue comunità locali, perché il costo economico, naturale e sociale, sarà sempre più elevato se non si inizia concretamente a investire in questo senso».
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