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Scoperto da Ca’ Foscari indaco blu di 36.000 anni

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Un team guidato dall’ateneo di Venezia apre nuove prospettive sulle capacità dell’Homo Sapiens

«Sembra incredibile pensare che il nostro lavoro di ricerca sia finito sulla prestigiosa rivista PLOS pensando che questa scoperta l’abbiamo fatta quasi per caso – racconta la professoressa Laura Longo, archeologa ricercatrice dell’Università Ca’ Foscari di Venezia – l’idea è partita da un finanziamento per un progetto scritto assieme a Elena Badetti, professoressa di Chimica dell’ambiente e dei beni culturali di Ca’ Foscari erogato dalla statunitense The Leakey Foundation per studiare delle pietre conservate al Museo Nazionale della Georgia di Tbilisi. Dovevamo analizzare tracce di amidi per dimostrare l’utilizzo di questi utensili per macinare radici per ottenere farine e invece… Abbiamo scoperto tracce di indigotina, un colorante blu, che si ottiene dalle foglie di Isatis tinctoria L., nota come guado, una pianta originaria del Caucaso. Questo significa non solo che l’uomo preistorico conosceva i colori, ma sapeva anche come ottenere il pigmento blu indaco».

Il progetto di ricerca originario, scritto nel 2021, è stato valutato positivamente da ben sei revisori e il contributo ha permesso di avere accesso alla campagna di campionamento dei reperti in Georgia. «L’obiettivo iniziale – spiega l’archeologa – era capire come l’Homo Sapiens arcaico si differenziasse da quello di Neanderthal grazie ai manufatti ritrovati presso il sito della grotta di Dzudzuana sulle pendici del Caucaso, in Georgia, già scavato negli anni 2000 da un team formato dall’Università di Harvard, il Museo Nazionale della Georgia e la Hebrew University di Gerusalemme. Gli strumenti trovati all’epoca appartengono al Paleolitico superiore databili tra circa 34.000 e 36.000 anni fa. Oltre ad analisi sulle pietre abbiamo preso in considerazione anche campioni di sedimenti estratti direttamente dal fondo della grotta».

La professoressa Laura Longo nella grotta di Dzudzuana in Georgia sul Caucaso
Indaco: l’antico pigmento blu scoperto dai ricercatori di Ca’ Foscari

«Ritrovare questa sostanza assieme alle tracce di amidi ci ha davvero sorpreso e ha condizionato lo sviluppo sul campo dell’intera ricerca – racconta Longo – la portata innovativa di questa scoperta, testimoniata dal fatto che siamo stati ripresi da riviste scientifiche e dalla stampa internazionale, è che dimostra che i nostri antenati erano più evoluti di quanto si pensasse fino adesso, quindi dovremmo cambiare anche in modo in cui abbiamo provato a comprendere fino adesso come l’homo sapiens si rappresentava e che idea avesse di sé, perché l’estrazione dell’indigotina testimonia che fosse in grado di affrontare processi complessi di lavorazione frutto di osservazione e sperimentazione, dato che ci vogliono mesi dalla macinazione delle foglie all’ottenimento del pigmento, questo punta a considerare che già all’epoca l’evoluzione avesse consentito non solo di osservare a anche di comprendere determinanti fenomeni, definendo correlazioni fra causa ed effetto».

«Se pensare che macinare una foglia possa essere un’operazione banale – aggiunge l’accademica – bisogna sottolineare che è necessario conoscere il ciclo di vita ed evoluzione di questa pianta precursore dell’indigotina, che all’epoca cresceva solo sul Caucaso nell’area dell’Eurasia. Questo fa comprendere come queste popolazioni arcaiche fossero già dotate diingegno”, ovvero una grande capacità di produrre pensiero complesso per realizzare azioni elaborate. Inoltre proseguire questo filone di ricerche servirà a fare luce sull’utilizzo di questo pigmento, ipotizzato per poter tingere tessuti o conciare la pelle, ma anche a scopo curativo viste le sue proprietà antiossidanti. Questo potrebbe dare risposte anche sulla tradizione dell’impiego della Isatis tinctoria L., facendola risalire a un uso precedente a quello noto nel corso del Medioevo, soprattutto in Italia lungo la via Francigena fino a Tolosa, che era disseminata da numero officina di tintoria, tanto da nominare diversi paesi proprio “gualdo”».

Fibre di indigotina studiate al microscopio
Il lavoro di ricerca svolto sulle tracce di indaco dal team guidato da Ca’ Foscari

«Trovare questi residui ha reso tutto molto più affascinante ma anche complesso – confida la ricercatrice – questo ha richiesto molto lavoro e l’attivazione di diverse sinergie perché da un’iniziale comprensione della funzione dei manufatti si è passati all’analisi dei residui vegetali al microscopio per studiare le fibre blu ritrovate sull’aree a maggior usura dei manufatti, segno che non erano elementi di contaminazione, ma di lavorazione vera e propria. Il team dell’ateneo di Venezia, formato oltre che da me dalla collega Badetti, da Clarissa Cagnato, Giusi Sorrentino, supportati da Antonio Marcomini, ha collaborato con i tecnici alla strumentazione dell’infrastruttura di ricerca SYCURI, dell’Università di Padova, grazie all’individuazione di un candidato per un dottorato ad hoc, nella persona di Mauro Veronese, con la supervisione di Moreno Meneghetti, Alfonso Zoleo e Gilberto Artioli».

«Infatti una volta identificata la molecola di colore blu, volevamo saperne di più – racconta Longo – cercando ipotesi sul perché i residui si trovassero su quegli strumenti per confermare l’utilizzo delle risorse vegetali da parte dei primi sapiens. Con buona probabilità, visto che le piante erano una risorsa molto più accessibile degli animali, i nostri antenati ne avevano una buona conoscenza, avendo compreso che esposte all’aria queste si ossidavano e che potevano avere proprietà officinali, come nel caso del gualdo, che oltre a cambiare colore era utile per i dolori di stomaco e le ferite. Quindi dalla sua lavorazione si ricavava una poltiglia che, essiccata, formava una specie di pallina che poteva essere macinata o disciolta in base alle necessità. Proprio per questo, analizzando la porosità delle pietre, grazie alla luce di sincrotrone, siamo stati in grado di replicare esperimenti utilizzando gli stessi materiali con ciottoli raccolti da Nino Jakeli nel greto del fiume Nikrisi e piante di Isatis tinctoria L. coltivate da Giorgio Bonazzi in Valpolicella».

La professoressa Laura Longo con una parte del team di ricerca
Implicazioni della scoperta dell’uso di indigotina da parte dei ricercatori Ca’ Foscari

«La scoperta è stata davvero importante perché è solo il punto di partenza – aggiunge la studiosa – queste pietre si sono dimostrate ricche di storia e di informazioni e lo studio approfondito dei loro residui è stato possibile grazie alla collaborazione non solo fra atenei diversi, ma anche fra conoscenze e competenze multidisciplinari, tanto da poter permettere una vera archeologia replicativa con esperimenti svolti con pietre della stessa porosità e piante coltivate appositamente, seguendo il loro naturale ciclo, impegnandoci per un anno solo per rispettare il ciclo della natura. Nel complesso si tratta di un impegno durato tre anni, che ci ha permesso di vedere oltre a quello che fino adesso era la lettura delle attività dei primi sapiens e questo è stato possibile grazie alla collaborazione fra chimici ed esperti di STEM e umanisti».

«Proprio questa messa in comune di punti di vista, sensibilità ed esperienze ha permesso di creare una situazione di “serendipità” che ha consentito questa importante scoperta – conclude Longo – la cosa più memorabile è quella di sapere che i nostri antenati pensavano già in usando una sorta dipantone”, non esistevano solo i pigmenti che sono arrivati fino a noi come il rosso, il nero e il giallo osservati nelle grotte, ma probabilmente c’era un vocabolario cromatico più ricco. Stiamo andando oltre al bias dell’archeologia di basarsi solo su quello che si può vedere, ma assieme alla tecnologia, imparando gli uni dagli altri lavorando insieme agli scienziati, è possibile scrivere molti capitoli nuovi della storia umana. Stiamo già caratterizzando vari tipi di molecole e lignine (complessi polimero organici) per differenti specie di Isatis, perché vorremmo continuare questo filone di studi sull’indaco, finanziamenti permettendo!».

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