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San Giobbe: il capolavoro del Savoldo torna a splendere

Un intervento conservativo condotto da Giulio Bono e finanziato da Save Venice. I lavori ora si stanno concentrando sull’altare della cappella Contarini, dove l’opera è da sempre collocata

L’“Adorazione dei pastori” di Giovanni Gerolamo Savoldo, capolavoro da sempre custodito nella chiesa di San Giobbe, a Cannaregio, è tornato a splendere di una luce rinnovata grazie al restauro conservativo condotto da Giulio Bono, che ha lavorato sull’opera insieme alla collaboratrice Silvia Bonifaci. Un intervento eseguito sotto la tutela di Soprintendenza e Ufficio dei beni culturali della curia e finanziato da Save Venice, organizzazione no profit statunitense la cui missione è quella di proteggere e salvaguardare il patrimonio culturale della città lagunare, raccogliendo fondi per restaurare opere d’arte e monumenti, al cui supporto è appena nata anche la Fondazione Save Venice Ets (leggi qui). Olio su tela 180×127 e realizzata intorno al 1540 per la cappella Contarini, l’opera è contraddistinta da tonalità intense, talvolta cupe, oltre che da un utilizzo del colore pastoso, tanto da riuscire a ricreare alcuni suggestivi effetti materici che simulano determinate stoffe, come il velluto. «L’intervento – illustra Bono – è stato eseguito tra la primavera dell’anno scorso e l’estate 2025. In questo momento il quadro si trova temporaneamente in una delle cappelle della chiesa di San Giobbe, quella di Sant’Antonio», in attesa che l’altare della Contarini, sulla destra, dove l’opera del Savoldo è sin dalle origini collocata, venga restaurato. «L’intervento conservativo ha stabilizzato le condizioni materiali del dipinto, liberando la superficie dalla polvere, dallo sporco di deposito e dalla vernice ossidata ed imbrunita che aveva bisogno di essere un po’ assottigliata, restituendo la nitidezza e le vibrazioni, a livello di luce, che caratterizzano il celebre artista», spiega Bono, descrivendo anche la fase che, svolta sul posto, ha preceduto lo smontaggio del dipinto dall’altare, necessario per poter condurre i lavori programmati. Fase dal restauratore definita «preliminare, investigativa», con foto in alta definizione e analisi ad ultravioletto.

L'"Adorazione dei pastori": a sinistra come il dipinto del Savoldo si presenta ora, a destra com'era prima dell'intervento
Tre versioni dell'opera

«Dalle condizioni che rileviamo del dipinto, di norma mettiamo poi in atto un progetto sottoposto sia a Soprintendenza che a Ufficio dei beni culturali della curia. Sulla base della risposta ottenuta, procediamo dunque ad avviare il restauro (proprio come avvenuto in questo caso, ndr)», riferisce Bono. L’“Adorazione dei pastori” era già stato precedentemente restaurato: negli anni Ottanta era stata eseguita la foderatura, con l’obiettivo di rinforzare il supporto tessile, «che ancora oggi è funzionale , tanto da non esserci stato bisogno di procedere ulteriormente in quel senso. Il nostro interesse – continua il restauratore – si è focalizzato sulla superficie dipinta». La scena rappresentata è quella dell’adorazione del Bambino Gesù, ambientata davanti alla capanna. Le fisionomie di Maria e Giuseppe appaiono in tutta la loro semplicità e, in lontananza, si scorge un bagliore che illumina il cielo, l’unico accenno “sovrannaturale” che rappresenta l’angelo che porta l’annuncio all’umanità. Tre le versioni di quest’opera del Savoldo, di origini bresciane, che a Venezia trascorse circa vent’anni. «Una tavola è conservata presso la pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia. E, oltre alla versione veneziana su tela, ce n’è un’ulteriore a Terlizzi, in Puglia, che però versa in difficili condizioni conservative». Ognuna delle tre è contraddistinta da alcune peculiarità. «Provengono sicuramente dal medesimo disegno – sottolinea Bono – ma per ciascuna sono state adottate delle variazioni, come nel caso dell’impostazione della capanna o del paesaggio. Per quanto riguarda la versione veneziana, la figura sopra San Giuseppe, che si può notare dietro il muro un po’ sbrecciato, in verità non si tratta di un pastore, come invece è nell’opera bresciana». Figura che potrebbe essere – anche se il condizionale è d’obbligo, poiché un elemento che non è stato ancora appurato – il donatore, il committente.

Un particolare dell'opera a restauro ultimato: un pastore o forse il committente, non ancora identificato
Ignota la committenza, ma gli studi sull'altare potrebbero rivelare dettagli preziosi

«Reminiscenze lombarde negli effetti luministici lo fanno precursore di Caravaggio», osserva Bono, precisando come gli studi sul dipinto siano ancora in fase di elaborazione. «Un’operazione che svolgiamo infatti sempre al termine dei lavori, in quanto sistematizziamo tutte le informazioni raccolte durante il restauro. Gli studi di approfondimento sulla storia critico-artistica e sulla tecnica esecutiva sono in avanzamento». E riguardo la datazione dell’opera del Savoldo, il restauratore aggiunge: «E’ attribuita, come nel caso degli altri dipinti. Quella attorno al 1540 è la datazione che riportano in genere gli studi storico-critici». Ad oggi non si conosce con certezza neanche la committenza, anche se l’altare lapideo in cui l’“Adorazione dei pastori” è collocato potrebbe rivelare qualche sorpresa positiva in tal senso. «In alto, dove vi sono i pennacchi, sia a destra che a sinistra sono presenti due stemmi di una casata nobiliare. È pur vero però che si trovano in uno stato conservativo piuttosto mediocre, elemento che ne rende difficile l’identificazione. L’auspicio è che durante l’intervento che stiamo conducendo ora nella cappella Contarini, di pulitura e messa in sicurezza, si riesca a scoprire qualcosa proprio riguardo il committente. Sarebbe davvero interessante». «La raffigurazione di Savoldo, con la sua ambientazione notturna e il realismo sorprendente, ha influenzato una nuova generazione di artisti, in particolare Caravaggio, ed è considerata una dei capolavori più preziosi di Venezia. L’“Adorazione dei pastori” è l’unico dipinto sopravvissuto, dell’artista, a Venezia», evidenziano in una nota da Save Venice, che anche in questa occasione ha confermato il proprio impegno nei confronti della città e della sua arte.

Il Bambino Gesù dopo il restauro condotto da Giulio Bono
Entro novembre la fine dei lavori sull'altare e il riposizionamento del quadro nella cappella

L’altare della cappella Contarini della chiesa di San Giobbe sarà completato entro la fine di novembre. A quel punto il capolavoro del Savoldo sarà riposizionato nel suo posto originario e l’intera operazione, guidata e coordinata da Bono, verrà presentata ufficialmente al pubblico. «L’altare necessita di essere ripulito (gli elementi lapidei sono anneriti dal fumo delle candele e dallo sporco). Dalle valutazioni effettuate in merito alle condizioni materiali del dipinto – analizza il restauratore – abbiamo potuto notare che l’opera, che si trova in un ambiente climaticamente parlando non protetto, sembra aver raggiunto una sorta di equilibrio con esso. Ecco allora che il lavoro che stiamo portando avanti mira a non alterare, nel restauro dell’altare e nel muro che sta dietro di esso, le condizioni micro climatiche venutesi a creare nel tempo. Il tutto per garantire proprio il mantenimento di questa sorta di equilibrio. Questo, ora, il nostro obiettivo». Forte l’entusiasmo anche nel parroco, il padre canossiano Antonio Papa, che sottolinea come il cantiere per l’altare sia stato avviato lunedì. «Il dipinto del Savoldo – afferma il sacerdote – è motivo di contemplazione e meditazione sul mistero dell’Incarnazione e sulla fede nel Verbo che si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Dio si rivela, si fa conoscere e illumina tutti coloro che si lasciano illuminare da questa umanità ricolma di luce. Per la nostra chiesa, riavere qui quest’opera è un’emozione: è una delle opere che attirano maggiormente i visitatori che entrano a San Giobbe».

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