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Quando l’inverno ha cambiato volto: mostra alla Collezione Salce

La torcia olimpica di Cortina ’56, gli scarponi firmati da Tomba e le cerimonie del veneziano Balich esposti insieme ai manifesti dedicati all’inverno. Una mostra parallela in Valtellina approfondisce i temi legati all’ambiente e alle donne

Le emozioni della neve e della stagione invernale sono le protagoniste della mostra “Un magico inverno. Bianche emozioni dalla Collezione Salce”, allestita fino al 29 marzo al Museo Nazionale Collezione Salce a Treviso, nelle due sedi di Santa Margherita e a San Gaetano, a cura di Elisabetta Pasqualin e ideata da Sergio Campagnolo. La mostra, inserita nel programma delle Olimpiadi Culturali in occasione dei Giochi Olimpici di Milano-Cortina 2026, racconta l’evoluzione degli sport invernali dalle prime pioneristiche esperienze all’affermarsi del turismo sportivo, 70 anni dopo che Cortina ha ospitato i Giochi Invernali del 1956 e a 20 anni da Torino 2006. Al centro del progetto la rivoluzione sociale di quando l’inverno, un tempo sinonimo di povertà, difficoltà e isolamento, si è trasformato in opportunità e gli sport invernali da impresa pioneristica sono diventati attività possibili a tutti. Protagonisti in Santa Margherita sono i manifesti storici della Collezione Salce. Qui sono esposti veri capisaldi della storia della comunicazione turistica, accanto ad un’ampia selezione di manifesti fino ad oggi mai esposti al pubblico e restaurati per l’occasione.

Esposta la torcia olimpica di Cortina ‘56

Alle pareti della chiesa di Santa Margherita, immagini e manifesti sono accompagnati dalla torcia olimpica del ’56 che, posta al centro dell’abside, introduce il racconto della prima edizione italiana delle Olimpiadi di Cortina, organizzate nel dopoguerra quando la Repubblica era nata da poco sulle macerie della guerra e aveva al governo Alcide De Gasperi. Nel catalogo della mostra Massimo Spampani ricorda l’inaugurazione dei Giochi nello stadio olimpico il 26 gennaio: «Un brivido per un attimo gelò lo stadio quando il campione di pattinaggio Guido Caroli, ultimo tedoforo, inciampò nel cavo di un microfono finendo orizzontale sul ghiaccio ma salvando la fiamma sacra, che continuò ad ardere nella fiaccola». All’epoca tutti gli atleti, per potervi partecipare, dovevano essere dilettanti, ragion per cui Zeno Colò, che aveva dato il suo nome ad un modello di scarponi, venne squalificato. Gli venne però concesso di portare la fiaccola olimpica scendendo con gli sci dalla Tofana nella staffetta che precedette l’accensione del tripode. Cortina ’56 segnò anche delle innovazioni: per la prima volta il giuramento degli atleti venne affidato ad una donna, la sciatrice Giuliana Minuzzo, e i Giochi, a cui nel pieno della Guerra Fredda prese parte anche l’Unione Sovietica, vennero trasmessi in diretta alla televisione e gli atleti e le loro storie divennero popolari. In quei giochi l’evento sportivo divenne anche appuntamento mondano, in cui Sophia Loren dominava la scena.

Dalle "gallozze" agli scarponi di Alberto Tomba

In mostra a San Gaetano, oltre ai manifesti, sono esposti anche video, cimeli, scarponi e attrezzi sportivi, materiali e documenti storici, per offrire un racconto coinvolgente e preciso della trasformazione e la storia dell’evoluzione della montagna veneta e bellunese, da terra da cui fuggire a meta da ambire. Sono anche gli anni in cui nasce e si sviluppa l’industria per gli sport invernali nel Distretto dello Scarpone, oggi Sportsystem, eccellenza mondiale del trevigiano. Accessori e scarponi in particolare hanno accompagnato gli anni magici della Valanga Azzurra, esemplificati in mostra dallo scarpone esposto della Lange realizzato per Alberto Tomba e da lui firmato. Oggi il Distretto dello Sportsystem di Asolo e Montebelluna, con oltre due secoli di competenze tramandate, si sviluppa in sedici comuni e conta 8.000 addetti coinvolti nella produzione di calzature, abbigliamento e attrezzature tecniche sportive. Sono gli eredi ideali dei primi nove calzolai e uno zoccolaio che agli inizi dell’Ottocento cominciarono a creare le “gallozze”, calzature semplici e resistenti, con suola di legno e tomaia in cuoio. Un secolo dopo, i laboratori nella sola Montebelluna erano già oltre 200, tutti o quasi a gestione familiare. Dopo l’interruzione della Grande Guerra si assiste alla germinazione della scarpa pensata in modo specifico per lo sci. «Le competenze locali nella produzione di scarpe da montagna raggiungono la massima popolarità nel 1954, quando la spedizione guidata da Ardito Desio, con Lacedelli e Compagnoni, raggiunge per prima la vetta del K2 calzando scarponi La Dolomite. – sottolinea la curatrice Elisabetta Pasqualin – Negli anni Cinquanta la pratica dello sci e degli sport invernali venne favorita anche dai Giochi Olimpici tenutisi a Cortina, durante i quali numerosi atleti olimpici calzano prodotti realizzati nel Distretto» dice, spiegando che negli anni Sessanta vengono poi introdotti i primi ganci metallici per la chiusura degli scarponi da sci e vengono realizzati i primi scafi in materia plastica, a conferma che le aziende trevigiane erano vere pioniere nel campo.

Omaggi a Balich e Casaro

Nella mostra trevigiana una sezione è dedicata anche a Marco Balich, il veneziano “re” delle cerimonie olimpiche, dove il pubblico potrà ammirare le immagini delle cerimonie di Sochi nel 2014 e di Bejing nel 2022. Complessivamente Balich e la sua squadra composta da oltre 250 tecnici, hanno firmato 16 cerimonie olimpiche e paralimpiche, oltre ai Mondiali di calcio nel Qatar e a molte altre realizzazioni, tra cui l’ideazione dell’Albero della Vita per Expo Milano 2015. «La cifra su cui punta Marco Balich – sottolinea la curatrice – è quella dell’emozione, linguaggio che riesce a parlare a tutti coloro che seguono le cerimonie di apertura delle Olimpiadi, un pubblico che supera i 2 miliardi di persone». Infine, in mostra anche un omaggio al più grande cartellonista di tutti i tempi, Renato Casaro, recentemente scomparso. Di lui viene presentato, all’interno della sala permanente a lui riservata, il bozzetto originale di “Vacanze di Natale”, a ricordare come anche il cinema sia stato contagiato dalla stagione invernale. «La mostra – continua Pasqualin – vuole raccontare l’inverno sotto ogni suo aspetto, duro e difficile quando la natura era matrigna, emozionante e divertente quando gli sport invernali si scoprono risorsa importante.  I manifesti della collezione sono il filo rosso che lega il racconto della montagna e quello dei Giochi Olimpici».

Storie di Olimpiadi, paesaggi che cambiano e donne anche in Valtellina

Aperta fino a fine agosto anche la mostra parallela “VETTE. Storie di sport e montagne”, visibile a Palazzo Besta a Teglio (Sondrio) in Valtellina, sempre ideata da Sergio Campagnolo e a cura di Rosario Maria Anzalone e Silvia Anna Biagi. Qui il percorso espositivo, articolato tra spazi interni ed esterni, celebra il rapporto tra montagna, sport invernali e cultura. Tre sono i nuclei tematici principali. Prima fra tutte la storia delle Olimpiadi e delle Paralimpiadi e degli sport invernali. Dalla prima Olimpiade di Chamonix 1924 a Milano Cortina 2026, la sezione raccoglie cimeli, manifesti, torce olimpiche, attrezzature storiche, fotografie e documenti provenienti da importanti istituzioni nazionali e internazionali. Accanto alle figure simboliche dei Giochi, emerge la storia delle comunità ospitanti e dei valori che hanno segnato un secolo di sport invernale moderno. In mostra anche un’analisi sull’evoluzione del turismo sportivo e il suo impatto sul paesaggio alpino e sull’immaginario collettivo. Attraverso materiali fotografici, oggetti etnografici e testimonianze locali, la sezione restituisce la metamorfosi della Valtellina e delle Alpi: dai paesaggi incontaminati alle infrastrutture sciistiche, offrendo spunti di riflessione e analisi anche sulla relazione tra uomo e ambiente, tra sviluppo e sostenibilità. Un focus poi è dedicato al ruolo delle donne olimpiche e paralimpiche, con storie di campionesse e sfide femminili nel mondo dello sport. Ma non solo, accanto a cimeli e medaglie saranno esposti oggetti quotidiani e strumenti del lavoro femminile del secolo passato.

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