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Padre Zago lascia San Giobbe: «Venezia? La porterò nel cuore»

Dopo due anni nel ruolo di responsabile dell’oratorio, a contatto con i giovani, il sacerdote canossiano è pronto a trasferirsi al sud. «Mi sono innamorato dell’arte e della bellezza di questa città: mi sento arricchito nel profondo»

Venezia, città dalle mille sfaccettature e dal ritmo cadenzato dai passi che attraversano fondamente, calli e campi, in un tempo sospeso che sembra scorrere parallelo al resto del mondo. Luogo in cui gli incontri si fanno per caso, camminando per strada, fermandosi per una chiacchiera e per un breve momento di condivisione con chi conosciamo. O incrociando gli sguardi dei visitatori provenienti da tutto il mondo, desiderosi di approfondire le meraviglie custodite fra i vari sestieri. Lo sa bene padre Pierantonio Zago, che nella città d’acqua ha trascorso due anni a stretto contatto con la comunità parrocchiale di San Giobbe, a Cannaregio, e in modo particolare con i giovani nel suo ruolo di responsabile dell’oratorio, tra attività ludiche pomeridiane, dopo la scuola, o legate al catechismo e al Grest estivo. La Messa domenicale del 28 settembre sarà l’occasione non solo per celebrare la festa della Madonna Addolorata, ma per i parrocchiani anche per ringraziare il sacerdote canossiano di quanto fatto in questo tempo trascorso in Laguna e per salutarlo, poiché chiamato a svolgere il proprio servizio a Riposto (Catania). Quello di padre Zago è un arrivederci commosso alla comunità, della quale porterà nel cuore tanti ricordi preziosi, insieme alle immagini e suggestioni di una città che hanno lasciato in lui un segno profondo. Anche se, come il sacerdote stesso confida, adattarsi ad un contesto tanto particolare come quello veneziano non è stato per lui qualcosa di immediato. Ci è voluto del tempo per legarsi alla città.

Il rio di Cannaregio, da dove si raggiunge la chiesa di San Giobbe
«All'inizio ero un po' spaventato, ma poi...»

«Quando sono stato inviato a Venezia, il 28 agosto 2023, – racconta con un sorriso padre Zago – ero un po’ spaventato. Ho vissuto il trasferimento non senza qualche difficoltà, anche perché consapevole che mi sarei dovuto muovere a piedi dappertutto. Quando sono arrivato, ho capito subito che la vita qui è diversa da quella che ero abituato a vivere. Un conto è la Venezia turistica, un altro invece quella da abitante a tutti gli effetti. Basti pensare a tutti i suoi ponti… (ride, ndr)». Il tempo ha fatto la sua parte, portando padre Zago ad instaurare, con la città che lo ha accolto, un legame profondo. «Qui mi sono trovato bene – è il bilancio del padre canossiano a poche settimane dalla sua partenza –. Ho amato questo luogo per la sua bellezza e per la sua storia ricchissima. Ho avuto la possibilità di conoscere e approfondire la sua arte e ho conosciuto tante persone in gamba. Da questi due anni esco profondamente arricchito, sia spiritualmente che culturalmente: mi hanno aiutato a crescere». La Messa del 28 settembre sarà impreziosita dalle voci del coro diocesano, che animerà la celebrazione. «Vado via – tiene a precisare il sacerdote – non perché qui non mi sia trovato bene o a causa di particolari situazioni verificatesi. Semplicemente metto in pratica il mio voto di obbedienza». Nato a Monselice e classe 1965, nel suo percorso ha sempre lavorato accanto a bambini e ragazzi, a parte la parentesi di cinque anni a Cavarzere e di uno a Fasano (nel Brindisino), dov’è stato superiore della comunità.

Mettersi in ascolto: il primo passo verso il prossimo

«Ora continuerò a portare avanti il mio incarico, al fianco dei giovani, a Riposto. La situazione in altre parrocchie è complessa, così hanno pensato che io possa portare il mio contributo. Ho raggiunto Venezia sapendo che sarebbe stata per me una bella sfida: i ragazzi, d’altronde, non vengono più così spesso in oratorio o in chiesa. Essendo una realtà particolare, ho fin da subito avuto la certezza che sarebbe stato necessario osservare e mettersi in ascolto, cercando di portare avanti e salvaguardare ciò che già esisteva. Dopo due anni trascorsi qui posso dire che mi sono innamorato di questa città, che mi ha permesso di vivere delle esperienze bellissime assieme ai ragazzi». Le difficoltà non sono tuttavia mancate. E la prima che viene in mente a padre Zago è la seguente: «Riuscire a far sentire che la parrocchia è davvero la “casa” di tutti». A prendere in mano il suo testimone sarà padre Carmelo Mandalà, che tornerà a San Giobbe nel ruolo di viceparroco. Aveva raggiunto Venezia già nell’ottobre del 2019 – in quel caso come parroco e attraversando gli anni segnati dal Covid – per poi lasciare la comunità nel settembre del 2021. Originario di Pachino («la nostra comunità lì presente, purtroppo a settembre verrà chiusa») è nato nel 1947. Di fronte ad una carenza di preti che accomuna ormai i vari ordini e congregazioni, padre Zago sottolinea come il ruolo dei laici stia diventando sempre più «parte fondamentale della nostra missione».

Uno dei momenti del Grest nell'oratorio di San Giobbe
L'oratorio, laboratorio di valori

Poi un riferimento all’oratorio e a cosa rappresenta oggi. «In questi anni ho respirato una grande stima per il nostro lavoro e per la nostra presenza. C’è chi l’oratorio tende a vederlo solo come un bel modo per trascorrere il proprio tempo libero, e chi invece lo considera un laboratorio di valori, dove poter svolgere le attività in sinergia, senza competizione, ma solo con spirito di accoglienza. Personalmente ho sempre cercato di andare incontro alle esigenze delle persone, dando valore ad un aspetto fondamentale dell’evangelizzazione, ossia la relazione». L’opera canossiana accanto ai giovani continuerà instancabile; tanto in patronato, quanto nell’ambito del Grest e del catechismo, anche grazie all’aiuto dei molti catechisti e animatori che mettono a disposizione il proprio tempo. «Non avrei potuto fare nulla senza l’aiuto di chi mi ha affiancato. Nel giorno del saluto ai parrocchiani – conclude padre Zago – porterò con me, sull’altare, tanta riconoscenza: è più quello che ho ricevuto, di ciò che ho dato. E una preghiera forte, perché ho amato questa comunità, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Il mio augurio è che i ragazzi possano sperimentare che vale davvero la pena di vivere la vita accanto al Signore, attraverso l’incontro con la Parola di Dio e la fraternità».

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