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Nuovi studi su Fumiani: «Fece esperienze scenografiche»

Gli impianti scenici e prospettici nelle opere del pittore ‘600esco non erano casuali. È quanto è emerso durante il convengo tenutosi alla Scuola Grande di San Roco in occasione del restauro dell’opera presente sul soffitto della chiesa

Giovanni Antonio Fumiani (Venezia, 1640ca – 1710) maturò la sua esperienza pittorica progettando scenografie nei teatri, perfezionando così l’impianto scenico e prospettico delle sue opere. Questa è una delle tante novità emerse durante le giornate di studio “Giovanni Antonio Fumiani per San Rocco e per Venezia”, tenutesi il 3 e 4 novembre alla Scuola Grande di San Rocco a Venezia, con tanto di tour nella Chiesa di San Rocco, dove è stato appena restaurato il dipinto “San Rocco che dona i suoi beni ai poveri”, e alla vicina chiesa di San Pantalon, dove è conservato il soffitto più grande del mondo, l’opera più significativa realizzata da Fumiani unendo più tele cucite insieme. Il convegno, mediato dal Soprintendente Fabrizio Magani e dal prof. dell’università Ca’ Foscari Giovanni Maria Fara, ha visto intervenire studiosi ed esperti dell’opera di Fumiani, che hanno avuto modo di esporre le ultime novità in termini di metodologie operative e tecniche emerse dai più recenti studi sul pittore, anche proprio grazie all’ultimo restauro effettuato. Fumiani, ancora oggi privo di un catalogo ragionato, seppe stare in equilibrio tra due epoche. «Caposcuola dell’ultima generazione del ‘600, fu una novità per Venezia» ha detto Magani, ricordando che però Roberto Longhi definì il soffitto prospettico di San Pantalon come “macchina inutile”. Proprio in quell’opera però si palesa in tutta la sua magnificenza l’esperienza in campo scenografico, come ha sottolineato Giorgio Fossaluzza, prof. dell’Università degli Studi di Verona. «C’è un capitolo della sua vita che si conosce poco, ovvero gli studi paralleli per il teatro. Fu ad esempio tra i pittori impegnati nelle scene de “Il Coriolano” posto in musica da Francesco Cavalli, maestro di cappella in Basilica a San Marco a Venezia, andato in scena per la prima volta a Piacenza, ma tante altre furono le occasioni in cui lavorò nei teatri».

Il dipinto restaurato per la chiesa si San Rocco

L’impianto scenico presente nel soffitto di San Pantalon si presentava già in nuce nel dipinto  “San Rocco che dona i suoi beni ai poveri” posto sul soffitto della chiesa di San Rocco, da poco restaurato dalla ditta Libralesso con fondi della Scuola pari a 124 mila euro. Di 47 metri quadri, è la più grande opera presente in chiesa. Il telero si presentava con una ridottissima lettura dell’immagine e dei valori cromatici per via dello sporco, dei fumi delle candele e delle vernici fortemente alterate. «La tela inoltre risultava carente di tensionamento, difetto dovuto, oltre al posizionamento orizzontale, anche alle copiose sedimentazioni di detriti depositatesi sul verso» ha riferito nella sua relazione conclusiva del lavoro il restauratore Andrea Libralesso. «Rimossi i detriti si è subito evidenziata la buona costituzione dell’intervento eseguito da Serafino Volpin nei primi anni ’60, consistito in una doppia foderatura e nella sostituzione del telaio» ha specificato Libralesso, spiegando che però è stato necessario ritensionare l’opera. «Rimossi inoltre i diffusi ritocchi alterati e capito che esistevano diverse lacune su tutta la superficie, sono state poi eseguite le integrazioni pittoriche».

Un’operazione complicata

Se il restauro è durato tre mesi, prima di questo ce ne sono voluti altrettanti per svolgere la messa a terra dell’opera, posta sul soffitto della chiesa a 15 metri di altezza: «Per arrivarvi bisogna uscire da una porticina a metà campanile per poi seguire una via che passa sul tetto della sacrestia e conduce su una scala. – spiega Alfredo Baroncini, cancelliere della Scuola Grande – Per salire sul tetto e infilarsi nell’abbaino bisogna procedere con degli imbraghi.  Poi finalmente si può entrare nella soffitta e percorrere un angusto tavolato per raggiungere il dipinto». Prima di abbassare l’opera è stato necessario costruire un ponteggio di oltre 50 metri quadri di superficie e alto circa 15 metri per rimuovere la cornice, anche questa restaurata da Libralesso. «I soldi impiegati complessivamente per il restauro dell’opera sono serviti anche per mettere a norma la soffitta e la via d’accesso, nonché per eseguire il restauro del finestrone e del tetto per il quale sono stati utilizzati i ponteggi che sarebbero rimasti inattivi durante l’esecuzione del restauro» ha spiegato ancora Baroncini, dicendo che ora si sta studiando una via più semplice e sicura per raggiungere il sottotetto.

Nell’opera la testimonianza dell’uso dei jeans

Nel dipinto, ora tornato all’antico spendere, si possono cogliere dettagli che prima restavano nascosti: «Si vede chiaramente San Rocco con i pantaloni di jeans prodotti a Genova fin dal ’500. La donna di spalle in primo piano richiama invece la figura nella “Presentazione della Vergine al Tempio” di Tintoretto a Madonna dell’Orto» ha sottolineato Amalia Basso della Soprintendenza, dicendo che il dipinto è molto articolato e, grazie al gioco delle mani dei personaggi ritratti, viandanti ricoperti di logori stracci e con i piedi nudi, si crea un moto convergente verso il santo. A fare da contrappunto alla scena, un elegante moretto in basso a destra, in compagnia di un levriero, indossa un mantello e due giri di perle sul polso. Inoltre, possenti colonne sostengono un architrave scolpito, da cui si intravede l’edificio illuminato da una luce diffusa. «L’impianto scenico di quest’opera – commenta Basso – anticipa quello che Fumiani svilupperà nel soffitto di San Pantalon poco dopo».

Il fregio dei “Santi francescani”

Poi si sofferma sul fregio “Santi francescani”, realizzato per i 35 metri quadri della sagrestia della chiesa di San Nicolò della Lattuga, eretta nel ‘300 nella proprietà dei Frari dal nobile Nicolò Lion dopo aver mangiato l’insalata miracolosa per guarire da una malattia.
Il fregio nel tempo si disperse e ora è in parte conservato in due pezzi alle Gallerie dell’Accademia, mentre un altro si trova presso la Fondazione Venezia. L’idea è di riunirli il prossimo anno in una mostra proprio alla Scuola Grande di San Rocco: «Il Fregio occupava l’intera sagrestia ma non era considerato un dipinto vero e proprio ma piuttosto come parte dell’arredo – spiega Basso, dicendo che sotto i rifacimenti probabilmente si conservano le parti originali. «L’opera è una prima tela, mentre il telaio è stato sostituito durante restauri 800 e 900eschi. – ha detto Federica Restiani dell’Istituto Veneto per i Beni Culturali – Da un primo sguardo presenta cadute di colore abbastanza evidenticausate da danni meccanici accidentali subiti per un periodo abbastanza lungo». Inoltre la zona del drappo rosso presenta una parte di colore più corposa, mentre in altre molto sottili affiora la tela: «Il colore è applicato con gesti rapidi e a macchie e la preparazione cromatica è diversificata a seconda della zona e impiagata per ottenere effetti specifici». Spunta anche un’ipotesi: «La tela di 9×9 metri – aggiunge in ultima Paolo Bensi, sempre dell’Istituto Veneto – si pensa sia stata inizialmente pensata per il soffitto di San Pantalon e poi riutilizzata per il fregio». Infine, Basso tira le fila: «Non esiste una casistica sul modo di dipingere di Fumiani. È tutta materia da studiare» dice, sottolineando che il recente restauro del dipinto in chiesa a San Rocco e quello che verrà svolto sul fregio serviranno per mettere insieme altri e nuovi dettagli.

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