
È ambientato a Venezia “Kushta Mayn, La mia Costantinopoli”, il cortometraggio del regista Nicolò Folin presentato nella sezione Orizzonti Corti alla 82. Mostra Internazionale d’Arte cinematografica de La Biennale di Venezia. È il 1563 e a Venezia Asser e Aaron, due giovani migranti ebrei inseparabili, arrivati nella Casa dei Catecumeni per trovare rifugio sono costretti a fingersi convertiti al cristianesimo, fatto che li costringerà a scegliere se salvaguardare il proprio rapporto e la propria identità o cambiare vita per sempre. Il cinema, la musica, la letteratura, il folklore e specialmente la storia sono da sempre passioni per Nicolò Folin, milanese classe 2002, che ha cominciato a scrivere le prime sceneggiature e a recitare sin dagli anni del ginnasio. Dopo aver conosciuto il set come attore nel film “Gli sdraiati” (2017) di Francesca Archibugi, ha maturato il desiderio di dedicarsi alla regia, tanto che nel 2021 è stato ammesso al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma (CSC), dove si è diplomato quest’anno portando come prova finale proprio il cortometraggio che poi è stato selezionato per la Mostra del Cinema. «È stata per me una bellissima sorpresa sapere che il mio lavoro è stato scelto per essere presentato al Festival veneziano nei titoli della sezione ufficiale» dice Folin. Non è un caso che la città di Venezia sia tra le protagoniste della storia. Nicolò infatti è figlio del veneziano Marco Folin, storico dell’architettura, e nipote di Marino Folin, ex rettore dell’ Università Iuav di Venezia. Per lui la città lagunare ha sempre avuto grande fascino e, avendoci passato lunghi periodi della sua vita fin da quando era piccolo, la considera una seconda casa.

Il cortometraggio in 20 minuti mette in scena i verbali di un processo, tenutosi realmente a Venezia a metà del Cinquecento, in cui Nicolò si imbatté cinque anni fa in biblioteca: «Nello studiare la vicenda ho percepito la sua portata emotiva e mi sono subito immaginato il rapporto tra i due protagonisti. Sono un appassionato di storia e cerco sempre le tracce che le persone hanno lasciato e gli atti di un processo sono eloquenti». Al centro del corto il rapporto fraterno tra i due amici e la loro storia, raccontata con fedeltà ed accuratezza: «In qualche modo parlo anche del rapporto con mio fratello Leo, che è anche uno dei due attori protagonisti. – spiega Folin – Anche Leo è molto appassionato di storia e fin da subito ho condiviso con lui il progetto». L’idea originaria era di interpretare insieme al fratello i due protagonisti, ma poi ha scelto di seguire la storia solo da dietro macchina da presa e la parte è andata a Hlib Tovstoluh, attore arrivato profugo in Italia per studiare recitazione quando è scoppiata la guerra in Ucraina: «Mi ha colpito che avesse molto in comune con il personaggio che, fuggito dai massacri, aveva dovuto abbandonare tutto. Oltre all’aspetto religioso, nel corto il dilemma dei due protagonisti riguarda anche il mondo di appartenenza e il tipo di vita che avrebbero vissuto. – spiega Folin – Le scelte difficili sono sempre più interessanti da indagare. Io stesso non avrei saputo che scelta intraprendere». Tutti i personaggi presenti nel cortometraggio sono esistiti davvero, come il guardiano della Casa dei Catecumeni, dove i due giovani vengono accolti e poi costretti a fingere la conversione, interpretato dal padre Marco Folin. «Nei miei progetti cerco sempre di lavorare con i miei famigliari, li conosco e so come meglio dirigerli».

Le riprese del cortometraggio si sono svolte a luglio 2024 con 10 attori, tra cui gli studenti del Centro Sperimentale e Roberto Citran, attore padovano che ha interpretato il priore della Casa dei Catecumeni. «Avremmo voluto girarlo interamente a Venezia ma era troppo complicato e costoso. Così insieme al direttore della fotografia sono stato qualche giorno per fare riprese di ambiente lagunare ed esterni tra San Francesco del Deserto e Torcello, mentre gli interni li abbiamo girati a Roma e in un chiostro medievale a Sermoneta e, grazie all’aiuto di effetti visivi, abbiamo creato l’illusione che intorno ci fosse la laguna». Per Folin poter immaginarsi l’ambientazione mentre leggeva le fonti è stato determinante perché rimanesse suggestionato dalla vicenda: «Restando fedele ai documenti ho cercato di restituire la loro autenticità» dice il regista, spiegando che gli atti processuali hanno guidato la scelta dei luoghi, delle musiche, delle tecniche di illuminazione e degli attori. «Frasi intere sono tratte dai verbali e ciascun personaggio usa la propria lingua, che ne racconta la provenienza e il percorso di vita». Nel cortometraggio per far si che la narrazione sulle schermo risultasse credibile tante sono infatti le diverse lingue parlate, come arabo, jiddish, giudeo-spagnolo e giudeo veneziano, il lessico proprio del ghetto, e il veneziano arcaico parlato per metà del cortometraggio: «Il veneziano è una lingua per cui ho molta curiosità. La studio e la parlo, sentirla nel corto è come se desse un ulteriore filtro di credibilità». Per rendere le impressioni di un passato lontano Folin ha poi cercato un’immagine imperfetta, frutto di obiettivi dai filtri opachi di vecchie lenti per macchine da presa a pellicola usate con una macchina nuova sempre un passo indietro rispetto ai personaggi, incapace di anticiparne i movimenti, e in grado di riprendere al buio visto che molte scene sono state girate a lume di candela. «Tutto ciò per restituire il filtro opaco che sempre si frappone fra noi e la realtà quando cerchiamo di catturarla».
Già al primo anno al Centro Sperimentale di Cinematografia il cortometraggio “In spirito” di Folin sulla storia della giovane monaca del’400 Lucia Broccadelli era stato scelto al Festival di Cannes. Gli apprezzamenti verso i suoi corti sono continuati anche gli anni successivi in Festival come Alice nella città e il Festival di Poitiers. «Per me il CSC è stato importantissimo. Mi ha permesso di sperimentare, raccontare e dirigere storie che avevo in mente con libertà e trovando supporto. Lì ho conosciuto altri giovani con cui ho instaurato un rapporto di forte di fiducia e stima e con cui spero di continuare a lavorare. Il direttore del corso di regia, Daniele Lucchetti, mi ha insegnato che ogni volta che si racconta una storia si fanno delle promesse al pubblico che poi devono essere mantenute in modo sorprendente. – e continua – Oggi fare cinema in Italia è più complicato che in passato: è difficile farsi ascoltare dai produttori e avere finanziamenti dallo Stato, in particolare per i progetti storici che hanno un costo maggiore. Avendo avuto la possibilità di andare a dei grandi festival per me ad oggi è stato più facile proporre le mie idee». Ora Nicolò, trasferitosi a Roma da 4 anni, ha deciso di restare nella città eterna per continuare la sua ricerca artistica e vorrebbe partecipare a delle residenze di scrittura internazionale che sembrano dare buone possibilità. Attualmente sta realizzando un lungometraggio ambientato in Veneto, sempre nato dalla lettura di fonti storiche: «Sarà un crime con un’atmosfera da noir basato su un processo svoltosi nella metà del ‘500 ad Asolo».
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