
Una pittura che suggerisce ed evoca, richiamando le trasparenze e i riflessi dell’acqua. Quella di Antonello Viola è un’indagine pittorica che si caratterizza in un arcipelago intimo e personale che prende forma traastrazione lirica e tensione spirituale. “L’oro della laguna” è la mostra personale dell’artista astratto romano allestita fino al 28 settembre nelle sale Dom Pérignon della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro a Venezia, a cura della direttrice Elisabetta Barisoni. L’affermato artista, nato a Roma nel 1966, allievo di Enzo Brunori, ha studiato Pittura all’Accademia di Belle Arti e trascorso un lungo periodo di studio in Spagna. Attualmente insegna Scienza e Tecnica del colore all’Accademia di Belle Arti di Roma. Viola ha fatto della stratificazione e della sottrazione il proprio metodo distintivo. Le opere esposte in mostra, lastre in vetro disposte su più livelli e dipinte fronte e retro, si ispirano a terre insulari e all’intera laguna veneziana pensata come ad un arcipelago diffuso che compone una geografia astratta e interiore. Le superfici diventano luoghi sospesi e silenziosi, capaci di trattenere e restituire luce, tempo e memorie. «A volte la luce passa attraverso le parti in vetro, restituendo un’aurea di colori e sensibilità» sottolinea Viola. La mostra a Ca’ Pesaro trae ispirazione diretta dalla città sull’acqua, come si percepisce nelle opere dai toni turchese, azzurro e blu e dai tocchi d’oro che si ispirano ai ricordi della Giudecca e Santo spirito, dove il segno dorato suggerisce una Venezia mutevole, stratificata e in costante trasformazione.

Il progetto legato alla laguna di Venezia è durato circa due anni: «Mi sono concentrato sulle riflessioni sull’acqua e la mutevolezza della laguna e sulle forme che sentivo più vicine al luogo in cui sarei stato accolto. – continua l’artista – I miei lavori durano mesi, do molta attenzione al tempo che trascorro nella costruzione dell’opera, passando varie fasi, attraverso forme e colori. La mia è una pittura che si concentra sulle sensazioni e i sentimenti che i posti mi lasciano. – e continua – Quello che dipingo è tutto emotivo ed è complesso raccontare senza forme e riferimenti». Le fondamenta, che arginano e ridisegnano la dimensione liquida della città, sono richiamate nelle opere di Viola da linee rette che affiorano sulla superficie delle opere.«Forse il contatto con Venezia ha portato ad un maggior uso dell’oro, materia alchemica di cui però Viola non abusa, ma che si mantiene con lucentezza, freschezza e intensità » spiega Barisoni. Nei suoi lavori l’oro è infatti contingentato a dei dettagli: «Mi interessavano le dimensioni emotive della città d’acqua. L’oro qui non è solo metallo ma è pittura che trasforma la materia in concetto» chiarisce l’artista che, per ricostruirsi il suo immaginario, in alcune opere dedicate a Venezia ha utilizzato un giallo acido che cercava da tempo e che ha miscelato con il giallo di Napoli. “L’oro della laguna” si configura come un ritratto intimo della città stratificato e luminoso, in perenne trasformazione.

Nei suoi lavori materici e cromaticamente ricchi, dove i pigmenti sono delicatamente calibrati, a Viola interessa la fluidità, nel vibrante rapporto tra luce, cielo e acqua che caratterizza Venezia, luogo in cui proprio l’andirivieni di fluidi scandisce inevitabilmente il tempo e la vita. « Il ricordo più forte che ho di Venezia quando torno a Roma è la sua luce, i suoi riflessi ed evanescenze e in particolare i suoi fluidi che si percepiscono in diverse maniere: quando entri in una chiesa o quando passeggi di notte. I fluidi poi diventano quello che respiri e percepisci anche nei suoni. – e sottolinea – La presenza dell’uomo è sempre mediata dai fluidi della città». Proprio questo fluire è ciò che l’artista ha cercato nelle sue opere per Ca’ Pesaro. Il vetro, superficie trasparente e fragile come Venezia, esalta le qualità dei singoli colori in cui velature e cancellature si stratificano, riflettendo i mutamenti della luce sull’acqua, le risonanze tra i liquidi, suggerendo paesaggi mobili, dai confini incerti.
«Le opere di Viola sono un ricordo e fanno percepire il contatto con la natura. In mostra, oltre a Venezia, non mancano le suggestioni di altre isole del Mare Nostrum» ha detto Barisoni, citando le opere che traggono ispirazione dalle emozioni provate all’Isola di Favignana, ma anche Ponza, e Vulcano. «Ma le suggestioni sono sempre diverse – sottolinea l’artista – perché Venezia è unica». Accanto ai lavori su vetro, il progetto espositivo vede allestita anche una speciale selezione di dipinti ad olio su vetro e su carta giapponeserealizzati dall’artista negli ultimi quattro anni, molti dei quali esposti al pubblico per la prima volta. In particolare, tre sono i lavori monocromi posti all’inizio della mostra, in cui l’artista ha lavorato anche qui per stratificazione: «Li avevo iniziati nel 2012 e nell’ultimo anno li ho rilavorati nella dimensione di Venezia. – racconta l’artista – Questi lavori sono più suggestioni cromatiche che ricordi». Viola inoltre riprende un ideale dialogo con la pittura simbolista dell’altro grande pittore romano Giulio Aristide Sartorio (1860–1932), misurandosi idealmente con le opere del maestro esposte nelle sale adiacenti che accolgono il ciclo monumentale de “Il poema della vita umana” (leggi qui). Un confronto che Viola aveva già avviato in occasione di una mostra alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. «Viola e Sartorio – sottolinea Barisoni – condividono una visione dell’arte come esperienza spirituale e contemplativa». Inoltre, come avviene anche per la giovane artista contemporanea Eleonora Rinaldi, a cui è dedicata una mostra nella Project Room del museo (leggi qui), per Viola, così come per Sartorio, «la pittura è uno strumento che guarda oltre il visibile».
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