
Elaborare nuovi codici per interpretare artisticamente il presente e guardare al futuro: questo ha fatto a partire dai primi anni ’90 l’artista veneziano 89enne Gianmaria Potenza, inventando un codice di comunicazione visiva che poi ha declinato attraverso varie tecniche. È quanto viene approfondito nella mostra monografica “Gianmaria Potenza. Elaborating New Codes“, a cura di Valeria Loddo e organizzata dalla Fondazione Potenza Tamini, in collaborazione con il Consiglio Regionale del Veneto, a Palazzo Ferro Fini a Venezia, visitabile fino al 17 ottobre. La mostra si concentra su uno dei momenti più significativi della produzione artistica di Potenza: la serie degli Elaboratori, un corpus di opere, sviluppato a partire dai primi anni ‘90, in cui ogni elemento, realizzato da piccoli cubi e cilindri in legno, è modellato, levigato e assemblato in una costruzione in cui la ripetizione diventa un principio strutturale, scandendo lo sviluppo della composizione artistica. Negli Elaboratori Gianmaria Potenza ha affrontato le profonde trasformazioni culturali introdotte dall’era digitale negli anni ‘80, un periodo in cui l’informatica e i linguaggi algoritmici ridefiniscono le dinamiche della comunicazione e della rappresentazione. Pur senza utilizzare direttamente strumenti digitali, l’artista assimila i loro principi strutturali, come la modularità e la serialità, trasponendoli in un codice visivo di stampo anaforico che mantiene un legame essenziale con la manualità.

«Sono felice di tornare a esporre a Venezia con un progetto importante e in una sede istituzionale. Questa città è tutto per me: Venezia è un’ispirazione continua. È il luogo dove la mia arte nasce e continua a trovare senso. – spiega Gianmaria Potenza – L’idea dell’Elaboratore mi è venuta guardando le schede elettroniche, addirittura la prima intuizione mi è venuta guardando le pianole e i rulli delle pianole che con manovella provocavano dei suoni. Erano i primi anni ‘90, un momento in cui si cominciavano a percepire i cambiamenti epocali dell’era digitale. Anni di grande energia e fermento, in cui la mia ricerca artistica ha preso una direzione più consapevole e matura sul linguaggio, definendo quelli che sarebbero rimasti i tratti inconfondibili delle mie opere, declinati in una moltitudine di tecniche e materiali che sperimento continuamente». Potenza lavora e realizza opere nello studio dove pratica tutt’oggi tecniche tradizionali reinterpretate in chiave contemporanea: «Quando realizzo un’opera la mano comincia a lavorare e muoversi da sola. – racconta – I miei soggetti nascono da segni e disegni. La natura in particolare per me è grande fonte di ispirazione».

«Compito della mostra è far vedere come gli elaboratori abbiano influenzato tutta la carriera del maestro, segnandone la maturità artistica. Gli anni in cui Potenza ha dato vita alla serie degli Elaboratori era il momento in cui considerava il rapporto tra arte, tempo e tecnologia. – spiega la curatrice Valeria Loddo – Queste opere sono più che mai attuali e continuano a offrire spunti di riflessione sulle dinamiche del linguaggio visivo, esplorando la tensione tra la manualità artistica e la velocità imposta dalle tecnologie moderne. È interessante vedere come la grammatica degli elaboratori nelle opere in legno degli anni 2000 – 2014 sia ancora presente, così come negli anni è stata tradotta anche nelle opere monumentali in bronzo e in quelle più recenti in marmo. – e spiega – Se il critico Nicola Micieli aveva analizzato le opere del maestro dagli inizi fino alla nascita della serie degli elaboratori degli anni ’90, in questa mostra, invece, si intende analizzare proprio le opere del maestro dagli anni ’90 in poi, completando così la narrazione sulla sua produzione in grado di inglobare le trasformazioni dell’era digitale dagli anni ’80 ad oggi». Anche nell’allestimento la curatrice ha cercato di riproporre le forme modulari e seriali degli elaboratori: «La mostra si concentra sul linguaggio e la particolare grammatica geometrica che l’artista utilizza. Nell’arte di Potenza non ci sono sentimenti negativi. Il suo approccio alle istanze della vita e alle tecnologie è estremamente positivo e questo si riflette alla sua arte».

In mostra anche un’opera presentata nel concorso indetto dal Teatro La Scala l’anno scorso per arredare la nuova palazzina disegnata da Mario Botta. «Qui Potenza ha ripreso il legame delle sue opere con la musica e ha pensato di indire a sua volta un bando per giovani musicisti e compositori in collaborazione con il Conservatorio di Musica Benedetto Marcello di Venezia, all’interno del Progetto Giovani Talenti 2025 istituitodalla Fondazione Potenza Tamini, nata nel 2023 che, oltre a preservare e promuovere l’arte del maestro, si impegna a valorizzare il lavoro dei giovani creativi con percorsi interdisciplinari. Le opere del maestro esposte in mostra a Palazzo Ferro Fini saranno oggetto del concorso e i partecipanti al bando avranno la possibilità di vederle dal vivo e di proporre una loro composizione entro le ore 12 di lunedì 15 settembre 2025. «Chiediamo ai musicisti di tradurre con una trasposizione grammaticale su spartito la ricerca del maestro degli annni’90 sui nuovi codici e linguaggi» continua Loddo, spiegando che il progetto interdisciplinare vuole esplorare le possibili connessioni tra linguaggio visivo e linguaggio musicale, offrendo nuove chiavi di lettura dell’opera del maestro. La Giuria del concorso oltre al maestro Gianmaria Potenza vede anche Giovanni Mancuso, docente del Conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, Andrea Granitzio, Direttore Artistico della Fondazione Sciola (San Sperate, Cagliari), Francesca Scigliuzzo, musicologa dell’Università di Pavia (Dipartimento di Musicologia di Cremona) e Pino Donaggio, musicista e compositore di fama internazionale. Il progetto si concluderà con un concerto finale al Conservatorio Benedetto Marcello il prossimo 9 dicembre.
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