
La medaglia più importante da vincere? Quella della vita. Ne sa qualcosa Moreno Pesce, atleta paralimpico classe 1975, originario di Noale, nel Veneziano, che ha saputo trasformare una sua tragedia personale in risorsa, scegliendo di affrontare una nuova vita nel segno dello sport, dell’alpinismo e dell’esplorazione. Le sue imprese sono la dimostrazione tangibile di come ogni nostro limite sia superabile, se affrontato con la giusta energia e predisposizione mentale, e di come ogni ostacolo apparentemente destinato a intralciare il nostro passo possa in realtà rappresentare un “punto e a capo” in grado di farci ripartire. Anche con più consapevolezza di prima. Con il suo progetto “Team3Gambe”, Pesce condivide la sua esperienza con altri amputati come lui, dimostrando che la montagna può diventare un vero e proprio luogo di crescita personale. Un incidente motociclistico nel 1997 ha portato all’amputazione della gamba sinistra e oggi, a dettare il suo passo, è la protesi in fibra di titanio che accompagna Moreno nelle sue molteplici sfide con se stesso. Cavaliere della Repubblica italiana, è tesserato con la Polisportiva Terraglio di Mestre.

E non poteva che essere il numero 97, che coincide proprio con l’anno in cui ha preso il volo la sua seconda vita, a rappresentarlo in un’occasione dal grande significato, in veste di tedoforo, quando a inizio febbraio ha preso parte alla staffetta della fiamma olimpica a Mandello del Lario, in territorio lecchese, in occasione dei Giochi invernali di Milano-Cortina 2026. Il ricordo di quei momenti fa trapelare ancora, a distanza di qualche giorno, un’emozione particolare. «Sono stato il primo di quel gruppo a partire con la torcia olimpica, in un passamano a cui ha assistito tantissima gente. Una grande soddisfazione per uno sportivo – racconta Pesce –. Stringerla tra le mani è stato come lanciare un simbolo di rinascita, condiviso insieme a tante persone». Un messaggio portato anche nelle scuole, tra gli studenti di tutte le età, per sensibilizzarli sul tema della disabilità. «In passato – ricorda – non ho avuto la fortuna di vivere questi momenti in classe. Allora si trattava di un argomento per me del tutto estraneo, che non conoscevo affatto, mentre adesso mi piace avere l’opportunità di incontrare i giovani». Per far vedere loro che la disabilità «non è una malattia, quanto piuttosto una forma di vita un po’ diversa da quella definita “normale”, che può rappresentare un punto di slancio per cambiare la linea della nostra esistenza».

Il contatto diretto con bambini e ragazzi è qualcosa di prezioso, che porta ad un dialogo onesto e sincero, destinato a far cadere quelli che troppo spesso, nel nostro quotidiano, riteniamo essere ancora dei tabù. «Quando vado nelle scuole elementari – riferisce Moreno – i più piccoli iniziano a “bombardarmi” di domande. Poi più si cresce più entra in gioco il fattore del giudizio, col risultato che ragazze e ragazzi tendono a essere più timidi. Allora riesco a coinvolgerli e a farli emozionare attraverso i video che porto in classe, che raccontano la mia storia, arrivando a far nascere in loro stupore e curiosità, oltre che applausi. Quando vengono a conoscenza dei traguardi raggiunti, nascono delle riflessioni spontanee incentrate sulla vita di tutti i giorni e sull’educazione civica in generale. Li invito, tra le altre cose, a fare attenzione alle strisce gialle riservate ai disabili, come pure a quelle rosa dedicate alle mamme. I disabili non devono essere considerati un peso nella società, anche perché le persone con disabilità motoria hanno registrato un aumento importante, negli ultimi 15-20 anni, nel mondo». L’obiettivo è quello di portare alle nuove generazioni un messaggio legato al rispetto verso il prossimo; di condividere un senso civico a 360 gradi.

Volontario, in queste Olimpiadi, al Palacurling a Cortina, Moreno Pesce racconta di giornate dense di emozioni, condivise insieme a tanti sportivi e appassionati come lui, di varie nazionalità. «Si viene ad assistere alle gare con l’intento di star bene e di divertirsi. È bello vedere tra gli spalti molte famiglie insieme ai loro figli, che hanno voglia di conoscere la disciplina del curling. Ho avuto la fortuna di essere selezionato fra i volontari e questa cosa, per me, ha un valore aggiunto». Note stonate non ne sta riscontrando nell’organizzazione, al momento. «L’unico punto amaro – puntualizza – è che vedo essere poco utilizzati i mezzi pubblici messi a disposizione per limitare il transito delle auto. Per il resto non posso che dire che le Olimpiadi sono un’esperienza fantastica, che ti prende dentro. Ti senti parte di un gioco bellissimo, dove tutti si relazionano in maniera sincera, serena, educata». Pesce affronta anche il tema delle polemiche che hanno accompagnato l’avvio delle Olimpiadi. «Giovanni Malagò (presidente della Fondazione Milano-Cortina, ndr) aveva dichiarato che per i Giochi olimpici le opere sarebbero state pronte al 30%. Per la percentuale restante, invece, diamo tempo al tempo. Intanto ciò che serviva è stato fatto (anche in termini di viabilità). E non dimentichiamoci che hanno dato a Cortina la possibilità di ripristinare e riavere una pista da bob, mentre prima si era costretti a praticare la disciplina altrove, anche attraverso un investimento economico significativo. È più facile criticare quando la gente fa, piuttosto che quando non fa. Mi auguro che i giovani riescano a cogliere i frutti di queste Olimpiadi: ciò che rimarrà sul territorio, eliminerà ogni polemica». Cosa aspettarsi dalle Paralimpiadi? «Tante medaglie, come quelle che stanno arrivando in questi giorni. Il colore è sicuramente importante, ma credo che vincerne una sia qualcosa di fantastico a prescindere. Gli atleti paralimpici avranno la possibilità di portare al pubblico dei messaggi di vita quotidiana che potranno essere da stimolo. Primo su tutti, che la medaglia più importante da vincere è quella della vita».
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