
«Facevo l’elettricista non avevo mai pensato di fare l’incisione». Inizia a raccontarsi così Matteo Seguso (classe 1973), maestro incisore del vetro di Murano che dal 2 al 5 ottobre sarà in esposizione al Salone dell’Alto Artigianato all’Arsenale di Venezia (leggi qui). Matteo da quando è nato ha passato tutta la sua infanzia nel laboratorio del padre Bruno e dello zio Mario, anche loro incisori del vetro. Le origini della bottega risalgono al 1954, quando lo zio e il padre entrano in società. Non passa molto tempo che lo zio decide di trasferirsi in Brasile e così il padre di Matteo entra in società con Paolo Linzi, maestro incisore che pochi anni prima aveva appreso l’arte dell’incisione su vetro: nasce così la Bottega Seguso & Linzi. «Ho sempre assaporato il loro mestiere, tutta mia infanzia l’ho passata in laboratorio» racconta Matteo, ricordando che la bottega era anche un luogo di ritrovo per gli amici che arrivavano per bere un bicchiere di vino e mangiare una fetta di salame. Negli anni della mia giovinezza mio padre mi fece “graffiare” qualche vetro ma non pensai mai che questo sarebbe potuto diventare il mio mestiere». Poi quando Bruno stava per andare in pensione insieme al socio, un giorno disse al figlio: “Perché non vieni a provare?”. «Inizialmente lo feci per fargli un piacere. – racconta Matteo – Infatti dissi ai miei colleghi elettricisti che andavo per fare una prova per qualche mese, massimo un anno, e che poi sarei tornato».
Dal 1999 Matteo entra quindi a far parte della bottega Seguso & Linzi. Impara così la tecnica antica dell’incisione a ruota, eseguendo incisioni artistiche in modo tradizionale su insegnamento diretto del padre, che gli trasmette i trucchi e infine anche la passione per il mestiere. Appropriandosi di questa tecnica esclusivamente manuale, Matteo inizia a riprodurre blasoni, stemmi, ricami e tantissime altre fantasie su vasi, bicchieri, specchi o qualsiasi oggetto in vetro, usando un tornio fisso a cui collega un contro puntello e dei mandrini con ruote di diamante di dimensioni diverse che vanno a “mordere” il vetro per creare i disegni. «All’inizio per me fu molto complesso. Con il lavoro da elettricista ero sempre in piedi e in movimento, invece stare seduto al tornio per anche sette ore filate era un calvario. Poi non so come e quando ma qualcosa in me cambiò e in quell’anno di praticantato mi appassionai a quest’arte. Un po’ alla volta ogni giorno cercavo di imparare qualcosa di nuovo e accadde quello che succede quando si incontra una bella ragazza: mi sono innamorato!». Come avviene per i più grandi amori, Matteo non sa ancora il motivo e cosa sia scattato di diverso in lui. «Forse perché sono uno a cui piacciono le sfide e mettersi in gioco. Avevo iniziato a confrontarmi con un dipendente, lui mi passava le informazioni e ci sfidavamo su quante incisioni riuscivamo a fare all’ora».

Dal 2006 la bottega cambia nome e diventa la “Matteo Seguso. Incisore d’arte su vetro”, continuando ad offrire ai clienti una vasta collezione di disegni, schizzi e riproduzioni, eseguendo anche personalizzazioni su richiesta. Matteo principalmente lavora per terzi e fa poca produzione diretta. Negli anni la richiesta è molto cambiata: «Se prima ci trovavamo a fare ordini di anche 200 bicchieri con la stessa incisione, oggi invece a stento si arriva ad ordini di 24. A me questo va bene perché la ripetizione mi annoia» continua. Il lavoro però non manca e ad oggi la domanda verte maggiormente sulla realizzazione di monogrammi e personalizzazioni, e tante sono le richieste strambe che si trova a dover realizzare. «Tempo fa ho dovuto incidere su dei calici i volti dei figli di un cliente in un’ ambientazione di una scena di caccia, un’altra volta ho dovuto forare dei bicchieri perché il cliente voleva far fuoriuscire il vino, l’altro giorno invece sempre su dei calici ho inciso degli spazzolini da denti: la mente umana non ha limiti». Oltre a questo, spesso realizza immagini di bragozzi veneziani, scene di pesca, uccelli, leoni, elefanti e aquile: «Oggi grazie alla tecnologia i clienti spesso arrivano già con l’immagine che desiderano, così è più facile accontentarli» sottolinea, raccontando che ha appena concluso un lampadario in cui doveva inserire una scritta araba. Tra i lavori più significativi, tempo fa su una lastra di vetro ha rappresentato la facciata dell’Ospedale San Giovanni e Paolo. L’anno scorso invece per Tod’s, che era sponsor del Padiglione Italia alla Biennale d’Arte, insieme a diversi artigiani è stato coinvolto nel progetto “The art of craftsmanship” per raccontare la produzione delle iconiche scarpe con gommino. Nel suo lavoro Matteo ha realizzato un tavolo con lastre di vetro incastonate in cui ha inciso le varie fasi della produzione della maison.
Fondamentale per la crescita artistica di Matteo sono stati negli anni i consigli di suo padre, maestro incisore e di vita: «Mio padre era un tipo molto tranquillo e mi ha insegnato che in questo mestiere ci vuole tanta calma e che non serve arrabbiarsi. Se una cosa non viene è meglio alzarsi, andare a fare un giro e tornare dopo mezzora. L’incisione poi si vedrà in modo diverso. – racconta – Tecnicamente mi suggeriva come fare, anche se poi ognuno fa propri movimenti e tecniche e sviluppa un suo metodo». Molto importante per Matteo è stata anche la collaborazione dal 2007 al 2019 con il maestro vetraio Lino Tagliapietra. «È un artista di alto livello, grazie a lui ho imparato a lavorare il battuto, un tipo di lavorazione che inizialmente era nata come escamotage per coprire i difetti del vetro e che viene chiamata così perché richiama la tecnica del rame battuto». Poi Lino gli chiese di accompagnarlo in America quando teneva dei corsi sul vetro: «Ho visto un mondo sconosciuto e ho capito che non esiste solo il vetro di Murano, ma è pieno di persone che lavorano il vetro bene o male allo steso modo: quello che cambia è la visione e l’approccio». Vedendo anche altre culture, Matteo è cresciuto professionalmente e dal 2013 insegna e tiene dimostrazioni dal vivo in Accademie e Università di America e Australia. Ogni volta porta con sé il tornio: «Con le mie dimostrazioni dal vivo spero sempre che qualcuno si appassioni e possa portare avanti il mestiere. I miei figli Amedeo e Romeo, di 10 e 12 anni, sono troppo piccoli per sapere cosa faranno da grandi, anche se non mi dispiacerebbe si interessassero a questo mestiere, anche solo come svago».
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