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Lourdes, tra perdite e nuovi doni: il racconto di malati e volontari

Si è concluso martedì 9 il pellegrinaggio a Lourdes dell’Unitalsi Triveneta. Barbara «Nella sofferenza noi malati troviamo Gesù». Le volontarie Ivana, Graziella, Donatella e Paola: «Per noi Lourdes è una seconda casa»

«Nella sofferenza, perché qui c’è sofferenza vera, ho incontrato Cristo e sua madre, la Vergine Maria. Dopo l’incidente, infatti, la Madonna mi ha portato a Lourdes, per condurmi a Gesù, e mi ha immerso in questa grandissima famiglia, che è la Chiesa, di cui io sono infinitamente grata». Parole che sembrano quasi paradossali quelle che dice Barbara Smith, pellegrina disabile di Badia Polesine, al termine del pellegrinaggio a Lourdes dell’Unitalsi Triveneta conclusosi martedì 9 settembre. Barbara conduceva un vita normale: vent’anni di lavoro in casa di riposo e una famiglia con tre figli, fino a quando, qualche anno fa, arriva l’incidente stradale in cui muore suo figlio più piccolo, di soli 5 anni, e lei stessa resta gravemente ferita, rimanendo per tre mesi in coma, sospesa tra la vita e la morte. «I medici mi avevano dato 9 ore di vita – racconta Barbara – eppure un disegno divino ha voluto che dopo tre mesi mi risvegliassi. La Vergine Maria mi ha portato a Lourdes e prima di tutto a Gesù. Giorno dopo giorno mi accorgo di come Cristo e Sua Madre stiano facendo un grande lavoro su di me». Un lavoro, come dice Barbara, che più che farle accettare ciò che ha perso, le sta facendo comprendere i doni che ha ricevuto, a partire da quello della vita, dell’appartenenza alla Chiesa e a Cristo mediante i sacramenti, ma anche i tanti piccoli doni disseminati nel suo quotidiano: «Prima dell’incidente purtroppo mi ero allontanata dalla vita di fede. Dopo invece mi sono immersa profondamente in questi doni che mi sono stati dati e di cui sono immensamente grata, innanzitutto ogni nuovo giorno da poter vivere, ma anche solo un cinguettio e un soffio di vento»

Soffrire insieme, essere strumento per Cristo: Barbara racconta il suo servizio alla portata di tutti

Nonostante a Lourdes il servizio di sorelle e barellieri sia rivolto prima di tutto alla cura e all’accompagnamento dei malati, Barbara non si sente esclusa dal novero di coloro che sono chiamati a dare un aiuto: «Io mi ritengo uno strumento di Cristo e della Vergine Maria. Anche se non ho voti, dopo questo incontro ho scelto di donare tutta la mia vita a loro. Spero di aiutare, nel mio piccolo, qualsiasi persona, anche solo tenendo una mano, asciugando una lacrima, donando un sorriso. La mia disabilità purtroppo mi impedisce di essere come le sorelle che si prendono cura di noi, però ho imparato che posso farlo lo stesso all’interno del mio limite, e questa è la mia donazione». Infine, raccontando della sua esperienza di pellegrinaggio insieme agli altri malati, in particolare all’interno della carrozza attrezzata sul treno Unitalsi, Barbara confida: «In questa carrozza impariamo a condividere soprattutto il dolore. Siamo tutti più o meno ammalati, però nella sofferenza troviamo Gesù e Maria. Sono loro che ci danno il modo e la forza di unirci con un filo invisibile che ci rende fratelli: piangiamo insieme, ridiamo insieme, preghiamo insieme, condividiamo il cibo insieme. E questo è meraviglioso».

Come si arriva a Lourdes per la prima volta? La testimonianza di quattro sorelle Unitalsi

Andare a Lourdes dunque, anche se lo si fa da molti anni, non diventa mai un’abitudine da dare per scontato. È quello che testimoniano Ivana, Graziella, Donatella e Paola, sorelle dell’Unitalsi sottosezione Venezia – Aziendali, che hanno partecipato anche quest’anno al pellegrinaggio diocesano verso il santuario francese. Nel loro racconto sono emersi ricordi gioiosi e dolorosi, chiamate che in modo diverso hanno portato tutte loro a dedicarsi alla cura dei malati; desideri di rendersi ancora utili nonostante l’età che avanza e preoccupazioni verso il futuro, nella sfida difficile di attrarre i giovani verso uno stile di servizio e di riuscire a farli tornare a dare il loro contributo. «Sono venuta per la prima volta a Lourdes come pellegrina nel 2002 – racconta Ivana – quando ho accompagnato mio figlio disabile. Andrea aveva una malattia rara e siamo tornati a Lourdes ogni anno fino alla sua morte, nel 2008. Dall’anno successivo ho deciso di venire a fare servizio come sorella». Insieme a Ivana poi viene anche Graziella, sua amica di lunga data, per accompagnarla in questa nuova esperienza: «Inizialmente sembrava impossibile portare a Lourdes suo figlio Andrea, per via della sua grave disabilità, eppure con l’aiuto di tante sorelle e barellieri ci siamo riuscite. Indipendentemente dai momenti di dolore che abbiamo condiviso con lui, a Lourdes abbiamo sempre trovato la forza, il sorriso e la serenità di andare avanti». Per Donatella invece Lourdes è sempre stato un desiderio mai sopito e che nel tempo è tornato a emergere: «Ho iniziato nel 1989 e poi con il matrimonio e i figli ho dovuto interrompere. Ho ricominciato a venire dieci anni fa perché è stata un’esperienza che non avevo mai dimenticato».

Ricaricarsi spendendo le proprie energie per gli altri e con gli altri, il paradosso di Lourdes

Riflettendo su cosa sia la particolarità di Lourdes e su cosa la spinga a tornare, Ivana commenta: «Quando sono venuta a Lourdes con Andrea ho trovato un posto in cui il disabile è messo al primo posto, quando invece nella vita reale non è proprio così. Così, quando è mancato Andrea, ho voluto ridare quell’affetto che lui in tanti anni aveva ricevuto. Per me quindi Lourdes è un luogo innanzitutto per i disabili, perché qui sono davvero al primo posto, come dovrebbe essere a casa». Alle sue parole si accodano anche Paola e Donatella: «Per noi tornare a Lourdes ogni anno è stare con delle persone alle quali spesso basta un sorriso, e riuscire a far venire loro un sorriso ci fa stare bene. Stare qui questi giorni è un ritrovare e ricaricare energia che poi per alcuni mesi ci fa sentire bene. Nonostante i ritmi serrati e le fatiche che a volte ci vengono chieste, è molto più quello che riceviamo rispetto a quello che siamo chiamate a dare». Dal momento che l’età media dell’Unitalsi invecchia, Donatella vede nella partecipazione dei giovani un aiuto importante: «In questi giorni aver condiviso il servizio insieme al gruppo dei giovani è stato un aiuto enorme. Come si può notare, l’età di sorelle e barellieri è piuttosto elevata e negli anni si è creato un vuoto generazionale enorme. Infatti passiamo dai 70 e 80 anni della gran parte di noi ai 20 anni dei ragazzi che vengono per la prima volta».

La sfida di domani, in una società che invecchia riuscire a far scoprire ai giovani la bellezza del ritorno

Per Paola però la sfida è riuscire a coinvolgere e soprattutto oltre a farli venire, riuscire a farli tornare: «Non possiamo non considerare il fatto che i giovani di oggi stanno crescendo in una società molto diversa dalla nostra. Noi abbiamo una concezione diversa del dare rispetto a loro. Purtroppo infatti ne ho visti tanti passare, ma pochi tornare. Questo è quello che tante volte pensiamo e che ci preoccupa, perché non c’è ricambio. Nel nostro servizio inoltre non c’è soltanto la cura del malato ma anche la disponibilità verso la gente comune, che vedendoci capisce che noi siamo per loro, perché in qualche modo con la nostra divisa rappresentiamo un aiuto verso tutti». Infine considerando quale impatto ha assunto Lourdes nella propria vita, Graziella confida: «Da quando ho cominciato io aspetto tutto l’anno di venire a Lourdes. Innanzitutto per me stessa, per portare a casa un po’ di pace e serenità, e poi anche per ritrovarmi con quelle persone che mi fanno sentire ancora utile». Parole che risuonano anche nella sua amica Ivana, che dice: «Per me venire a Lourdes mi ha fatto scoprire una seconda casa. Quando torno qui è come se non fossi mai andata via, ed è come se non se ne fosse mai andato nemmeno mio figlio Andrea».

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