
Con il S. Natale cresce il desiderio di ritrovare un senso più autentico delle feste, così pare significativo il racconto di un’opera che in questo periodo sembra vibrare di una luce speciale: l’“Adorazione dei pastori” di Cima da Conegliano, custodita nella Chiesa di Santa Maria dei Carmini a Venezia, letta attraverso lo sguardo di Ester Brunet, insegnante, biblista e scrittrice, studiosa capace di unire rigore accademico e sensibilità narrativa. Laureata in Conservazione dei Beni Culturali a Ca’ Foscari,
dottoressa di ricerca in Storia Medievale e diplomata in Archivistica e Paleografia, oggi prosegue le sue ricerche presso lo Studium Generale Marcianum di Venezia. Quella che compie Brunet non è una semplice analisi del dipinto ma un dialogo sulla possibilità di leggere l’arte sacra in una società sempre più secolarizzata: «Abbiamo un po’ perso le chiavi di lettura. – confida Brunet – E senza di esse rischiamo di non comprendere il messaggio profondo che queste immagini custodiscono». Da qui il desiderio di recuperare quello sguardo capace di cogliere, dietro un’opera antica, un significato che continua a parlarci anche oggi.

Entrare nella Chiesa di Santa Maria dei Carmini e trovarsi davanti all’“Adorazione dei pastori” di Cima da Conegliano, infatti, significa scoprire un dialogo profondo tra l’opera e il luogo che la ospita. La chiesa, infatti, affonda le sue radici nella storia dei Carmelitani giunti a Venezia nel Medioevo, un ordine legato alla Sacra Famiglia da una tradizione affascinante: «Secondo una leggenda, sarebbero stati proprio loro i custodi della casa di Nazareth, affidata da Maria, Giuseppe e Gesù. Non sorprende quindi che la scena della Natività, così centrale per la loro spiritualità, sia stata scelta per un altare. Cima da Conegliano, con la sua pittura a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento, traduce questo legame in un racconto che unisce fede, memoria e simbolo». Il pittore utilizza gli elementi ricorrenti della tradizione iconografica: la grotta, Maria inginocchiata in adorazione, il Bambino deposto nella mangiatoia. Eppure rinnova tutto con scelte inattese: «Una delle più sorprendenti riguarda San Giuseppe. Di solito figura discreta, quasi marginale, qui diventa invece presenza centrale, punto di raccordo tra il cielo e la terra. È lui ad accompagnare il pastore verso il Bambino, gesto che sembra raccontare una paternità fondata non sul sangue, ma sulla scelta e sulla responsabilità». Ecco che in un tempo come il nostro, in cui la figura paterna è spesso messa in discussione, la bontà silenziosa di Giuseppe risuona con forza: «È l’uomo che rimane, che protegge, che accoglie un bambino non suo e decide di essere custode di una famiglia fragile e preziosa» sottolinea Brunet. Il pastore inginocchiato poi, non è un personaggio qualunque, ma il committente dell’opera, un mercante veneziano che si fa ritrarre in abiti pastorali, riconoscibile però dalle scarpe cittadine. Accanto a lui compare Santa Caterina d’Alessandria, scelta per devozione personale perché protettrice della moglie, destinata a morire di peste poco dopo. La presenza della santa trasforma la scena in un’immagine di speranza oltre la morte, invitando a leggere la Natività come promessa di vita. Cima da Conegliano arricchisce la scena con dettagli carichi di simbolo. Alle spalle di Maria compaiono l’arcangelo Raffaele e il giovane Tobiolo, personaggi inconsueti in una Natività, ma che introducono il tema della cura e della guarigione: «Raffaele guida Tobiolo come un angelo custode, alludendo alla protezione che accompagnerà il Bambino lungo la sua vita». Anche gli oggetti parlano: «Il cestino con due colombe richiama il sacrificio; le nespole, frutti invernali dal sapore aspro e dalle cinque punte, anticipano la Passione e la corona di spine. Persino il Bambino, fasciato e con gli occhi chiusi, rimanda alla Sindone, intrecciando nascita e morte in un’unica grande promessa di rinascita». Sul fondo, un sole nascente illumina la grotta: «È la luce di Cristo che entra nel mondo, un mondo che allora come oggi fatica a riconoscerla. E proprio in questa tensione tra buio e luce, fragilità e fede, Cima da Conegliano costruisce uno dei suoi racconti più intensi e moderni».

Guardando una Natività del Quattrocento viene spontaneo chiedersi se il significato attribuito a questa scena sia cambiato nel tempo: «Oggi siamo abituati a ripetere frasi che suonano come slogan. Il Natale è diventato commerciale e si è perso lo spirito di una volta, ma la realtà è più complessa – sottolinea Brunet – Nonostante il frastuono del consumismo, le persone continuano a percepire che il Natale è un tempo diverso, un momento che interrompe la consuetudine dei giorni e che porta con sé l’attesa di qualcosa che possa ancora irrompere nella nostra vita. Non è solo un fatto religioso: è una percezione collettiva, quasi istintiva, che ci fa desiderare rallentamento, calore, prossimità».
Rimane infatti salda anche l’usanza di trascorrere il Natale in famiglia, che sia quella naturale o quella costruita negli anni, fatta di amici e affetti scelti: «Il Natale è ancora oggi lo spazio in cui ci si raccoglie attorno a ciò che conta davvero, in cui si riscopre il valore delle relazioni, dei gesti piccoli, della presenza degli altri». Anche chi non crede vive questo tempo come una rottura benefica: «Un dono che interrompe il ritmo della quotidianità e che permette di guardare la propria vita con occhi nuovi». In questo senso, un dipinto come l’“Adorazione dei pastori” può ancora parlare con sorprendente attualità. La gioia per l’arrivo di un bambino, la tenerezza della famiglia riunita, la felicità del donare, il ricordo di chi non c’è più ma continua ad accompagnarci: «Tutto questo appartiene a una dimensione universale, capace di toccare credenti e non credenti. Adottando uno sguardo laico possiamo leggere nel quadro l’esaltazione dell’amore familiare, della cura reciproca, della forza generativa che ogni nuova nascita porta con sé. È un messaggio che attraversa i secoli: la speranza non si esaurisce, la vita continua a sorprendere, e il cambiamento è sempre possibile. Anche oggi, anche per ciascuno di noi».

Ma una domanda sembra emergere con naturalezza: perché è ancora così importante custodire e tramandare l’arte? Brunet allora ricorda che l’arte è un linguaggio universale, capace di parlare al cuore prima ancora che alla mente. Ha un potere comunicativo straordinario, ma come ogni linguaggio possiede dei codici: occorre conoscerli, interpretarli, lasciarsi guidare da essi per cogliere davvero il messaggio che un’opera vuole trasmettere. Eppure, anche senza comprenderne ogni simbolo, la bellezza ci raggiunge lo stesso. Lo dimostra Venezia, che ogni anno accoglie milioni di persone provenienti da ogni parte del mondo. «Questi visitatori non sono semplici turisti, ma pellegrini contemporanei. – sottolinea Brunet – Non cercano reliquie né santuari, ma inseguono qualcosa di più profondo e umano: la sete di bellezza. È una sete antica, inscritta nel cuore dell’uomo, che non si spegne nemmeno in un’epoca dominata dalla velocità e dalla tecnologia. La bellezza, quando è autentica, non intrattiene: eleva. Parla di bontà, di armonia, di senso. Ci mette davanti a qualcosa che supera la nostra misura quotidiana e ci ricorda che esiste sempre un “oltre”, che la vita non si esaurisce nelle sue corse e nelle sue fatiche».
Ecco perché opere come l’“Adorazione dei pastori” continuano a commuovere, a interrogare, a illuminare ancora oggi. «Attraverso la loro luce antica ci donano saggezza, ci insegnano la cura, ci mostrano la forza della tenerezza. In un mondo che spesso ci distrae da ciò che conta, l’arte torna a essere un luogo di incontro, un invito silenzioso a rallentare e a lasciarsi toccare. Perché, – come ricorda infine Brunet – la ricerca della
bellezza non passerà».
C.I.D. s.r.l. Società a Socio Unico – Casa editrice del settimanale Gente Veneta – CF e PI 02341300271 – REA: VE – 211669 – Capitale Sociale 31.000 euro i.v. – Dorsoduro,1 – 30123 Venezia
Iscriviti a CRUX e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!