

La via percorsa da Lotto è preparata da sommesse allusioni simboliche al mistero di amore che ha abbracciato la creaturalità di Maria sin dal suo concepimento, facendo di lei la prima dei redenti: dice la nuzialità della Donna del Cantico e la regalità dell’Immacolata il motivo fleur-de-lys della corona sorretta dagli angeli. E poi, decisa, l’enunciazione del cuore essenziale del mistero mariano: l’humilitas orante della Vergine che, profondamente immersa nella contemplazione del Figlio, di Lui si fa “dimora” e “trono”. Verità che si articola nel dettaglio del piede di Maria poggiato sull’umile sgabello a richiamare Is 66: “Così dice il Signore: Il cielo è il mio trono, la terra lo sgabello dei miei piedi. Quale casa mi potreste costruire?”; verità che si palesa nell’alto seggio con il drappo ornato di frange su cui siede la Madre tenendo in grembo il Bambino. Memoria giorgionesca, ma soprattutto evocazione del throno alto da cui si offre l’epifania divina in Isaia 6,1. Profonda ed essenziale, la Vergine di Lotto avvolge con la sua corporeità ampia il Cristo e ne è abitata. Scopriamo così nel Figlio il vero centro strutturale e semantico della composizione: Puer senex e Pantokrator, per via del rotolo della Legge stretto nella mano che è richiamo alla celebre icona di Maria Hodegetria, Gesù in grembo alla Madre è Signore di tutte le cose, fonte di tutte le Grazie, vero punto di fuga per il cammino cristiano.

Mentre questo intreccio teologico e scritturistico si va palesando, ecco addensarsi una nuvola al di là del trono: a dire della purezza feconda di Maria, a evocare il titolo di Maria nubes Domini levis di memoria patristica: nube candida imbevuta dell’amore di Dio, venuta a portare la pioggia di Grazie sulle aridità degli uomini: a portare al mondo il Creatore. Meditando poi sull’intimo vincolo che almeno dal XIV secolo legava San Giacomo dall’Orio alle vie di pellegrinaggio dirette in Terra Santa e alla tomba di Giacomo di Zebedeo a Santiago, l’anziano Lotto immagina, al compimento del cammino dell’apostolo, il suo rispecchiamento nell’humilitas della Vergine. Parlano di umile sequela e intima ricerca di Dio il cappello e la bisaccia posati ai piedi del trono, come pure il suo presentarsi al Signore a capo scoperto, con lo scialle adorno di frange a dire della costante memoria dei comandamenti (frequente in Lotto la ripresa di Nm 15,37: “Avrete tali frange, e quando le guarderete, vi ricorderete di tutti i comandi del Signore e li eseguirete; non andrete vagando dietro al vostro cuore e ai vostri occhi, seguendo i quali vi prostituireste. Così vi ricorderete di tutti i miei comandi, li metterete in pratica e sarete santi per il vostro Dio”) e con il bordone che il Codex Calixtinus presentava come simbolo della fede del pellegrino nella Santissima Trinità, con le mani giunte di chi attende di ricevere la benedizione dal Suo Signore.

Non manca d’interpellare ancora, l’Immacolata di Lotto, e di chiamarci a entrare esistenzialmente nell’immagine. Solo che lo vogliamo ci è offerta una peregrinatio spirituale sotto gli occhi dei santi Cosma e Damiano, testimoni del Christus medicus che nella Sua redenzione guarisce la piaga del peccato. E se sant’Andrea ci invita ad abbracciare quotidianamente la croce (che è unione in Cristo, nella sua Passione, morte e Resurrezione) è con san Giacomo che siamo invitati a presentarci all’alto trono di Dio avendo vissuto consapevolmente il pellegrinaggio della Vita consegnato a ciascuno, convergendo attraverso Maria sull’unico centro del tutto che è il Cristo “origine (il rotulum Legis) e causa (la mano benedicente) della nostra salvezza”.
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