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L’arte di Deluigi in mostra a San Rocco: omaggio a Luciani

L’esposizione sarà ospitata nella Scuola Grande fino al 26 ottobre. Un’occasione per riscoprire il lavoro dell’artista veneziano, tra spiritualità e sperimentazione. Il figlio Gianni: «Il ricordo più vivo che ho di lui? L’odore dei colori»

A distanza di oltre quarant’anni dalla scomparsa di Mario Deluigi, la Scuola Grande di San Rocco a Venezia ospita, fino al 26 ottobre 2025, la mostra “Litaniae”. A cura di Gianni De Luigi e Assia Carpano l’esposizione, allestita nella sala terrena dell’antica confraternita, è un omaggio alla figura di Albino Luciani, poi divenuto Papa Giovanni Paolo I, e insieme un’occasione per riscoprire il lavoro di un artista veneziano la cui ricerca, tra spiritualità e sperimentazione, appare oggi di sorprendente attualità. Deluigi, nato nel 1901 e attivo per gran parte del Novecento, fu tra gli esponenti del movimento spazialista italiano, vicino alle teorie di Lucio Fontana, ma con un percorso autonomo e profondamente legato alla luce come strumento di rivelazione. Il progetto espositivo si sviluppa attorno a una grande opera centrale, “Le Litanie della Vergine”, dipinta tra il 1949 e il 1950 e recentemente restaurata dopo anni di deposito nei Musei Vaticani. Fu proprio Albino Luciani, allora Patriarca di Venezia, a donarla a Papa Paolo VI nel 1972, in occasione della sua visita ufficiale in laguna. Accanto al dipinto sono esposte dieci serigrafie del 1972 e due arazzi realizzati nel 2023 dalla manifattura Rubelli, che proseguono idealmente la riflessione dell’artista sul linguaggio astratto come forma di preghiera. La mostra, fortemente voluta anche dal Comune di Venezia, non si limita a un’operazione celebrativa, ma pone al centro una domanda ancora viva: è possibile raffigurare il sacro senza ricorrere all’immagine? Con Deluigi, la risposta passa attraverso la luce, la materia e il ritmo, in un dialogo tra arte e trascendenza che coinvolge lo spettatore ben oltre la tela.

L’eco delle litanie: il rapporto tra musica, pittura e spiritualità

Al centro dell’esposizione “Le Litanie della Vergine”, opera monumentale e insieme intima. Nonostante l’assenza di figure riconoscibili, si presenta come una vera e propria preghiera per immagini. Colori densi, segni incisi nella superficie pittorica e l’alternanza calibrata tra pieni e vuoti sembrano voler restituire il ritmo cadenzato delle litanie mariane, non attraverso la rappresentazione, ma tramite una forma visiva che aspira alla musicalità. In questo dipinto, l’astrazione diventa un mezzo per evocare l’invisibile: il sacro non è mostrato, ma suggerito, e la luce, elemento centrale nella poetica dell’artista, assume un valore quasi sacramentale. L’opera fu originariamente concepita per la chiesa di San Salvador, ma nel 1972 venne scelta da Albino Luciani come dono simbolico da offrire a Paolo VI. Un gesto che rivela quanto profondo fosse il legame tra Deluigi e la dimensione spirituale della sua epoca, pur mantenendosi al di fuori dei canoni iconografici tradizionali. Nella sua pittura, la religiosità si esprime attraverso una ricerca interiore: l’arte diventa contemplazione, ascolto, attesa. In questo senso, “Litanie della Vergine” non è solo un omaggio alla figura di Maria, ma un’esplorazione del confine tra silenzio e visione, tra parola e luce. La mostra restituisce a quest’opera il ruolo che le spetta, presentandola non come un reperto storico, ma come un oggetto ancora capace di parlare al presente. La sua presenza nella Scuola Grande di San Rocco, spazio impregnato di spiritualità e memoria, amplifica il dialogo tra passato e presente, fede e astrazione. L’aggiunta delle serigrafie e dei due arazzi tessuti nel 2023 secondo i disegni dell’artista sottolinea come la sua visione continui a produrre risonanze, offrendo nuove modalità di fruizione e riflessione. In questo contesto, l’arte di Deluigi non è mai decorativa: è un esercizio di visione, una forma di meditazione visiva che invita lo spettatore a varcare il visibile per intravedere l’invisibile.

I ricordi del figlio Gianni

Gianni De Luigi, figlio dell’artista e curatore dell’esposizione, offre un ritratto personale e profondo del padre, Mario Deluigi. Dai suoi ricordi emerge una figura complessa, intensamente spirituale, per la quale arte, musica e pensiero erano indissolubilmente legati. «Lo studio di mio padre era vicino a casa», racconta il figlio. «E da bambino passavo spesso di là. Il ricordo più forte? L’odore dei colori. Era un profumo che associavo a lui, al suo modo silenzioso, ma intenso, di stare al mondo». L’arte, in casa Deluigi, non si esauriva nella pittura. Il padre suonava il pianoforte e amava profondamente la musica classica. Un episodio emblematico rivela il livello di devozione che nutriva per l’espressione artistica: «Una volta invitò a casa nostra Arturo Benedetti Michelangeli. Erano le cinque del mattino quando ci svegliò per ascoltarlo suonare. Ci disse che
non era un concerto, era qualcosa di più: un’occasione per stare in adorazione davanti a un grande artista». Anche in questo gesto, quasi liturgico, si ritrova quella tensione tra bellezza e silenzio che caratterizza l’opera pittorica di Deluigi. Gianni ricorda anche le lezioni memorabili che il padre teneva ai suoi allievi. «Parlava spesso del concetto di luce: nei quadri bisognava cercarla, sempre. Ma non era solo una questione tecnica: era un modo per rivelare ciò che non si può dire con le parole». Le sue riflessioni, cariche di implicazioni filosofiche, anticipavano in parte anche il dibattito attuale sul ruolo della tecnologia nell’arte. «Era convinto – dice il figlio – che l’arte antica avrebbe dovuto fare spazio a una nuova espressione, forse anche edulcorata dall’intelligenza artificiale. Non lo diceva con cinismo, ma con la consapevolezza che ogni linguaggio evolve». Eppure, tra i tanti ricordi, ce n’è uno che per Gianni resta il più significativo. È una frase che il padre amava ripetere, tratta da Santa Teresa d’Avila, e che custodisce ancora oggi come chiave di lettura del suo pensiero artistico ed esistenziale: “Vivo, ma in me non vivo, e fino a tal punto spero che muoio, perché non muoio”. «Per lui – spiega – questa frase conteneva tutto: il mistero della fede, dell’arte, della vita stessa. L’artista non vive per sé: crea svuotandosi, scomparendo, per lasciare spazio a qualcosa che lo supera». In queste parole, intense e vertiginose, si condensa forse il vero lascito di Mario Deluigi: un’arte che non grida, ma che continua a parlare, nel tempo e nel silenzio.

L’eredità che vive: l’arte di Deluigi tra passato e futuro

La mostra “Litaniae” a San Rocco rappresenta molto più di un omaggio a un artista del passato: è un’occasione per riflettere sul ruolo dell’arte oggi e sulle sue possibilità future. Mario Deluigi ha lasciato un’eredità che va oltre la materia delle sue opere, incarnando un messaggio di rigore, spiritualità e apertura verso forme espressive sempre nuove. Il suo rapporto con figure di rilievo come Carlo Scarpa e il legame con allievi come Franco Posocco testimoniano la sua profonda influenza sulla cultura artistica veneziana e italiana del Novecento. In un’epoca in cui la tecnologia e l’intelligenza artificiale ridefiniscono il modo in cui si crea e si fruisce l’arte, il lavoro di Deluigi mantiene una sorprendente attualità. Secondo quanto ricordato dal figlio, l’artista riteneva naturale superare i confini dell’arte tradizionale, lasciando spazio a linguaggi nuovi che potessero dialogare con la sensibilità contemporanea, senza perdere la profondità e il senso spirituale che avevano sempre caratterizzato la sua ricerca. L’idea del sacrificio di sé, del “vivere senza vivere” evocata da Santa Teresa d’Avila, offre una chiave per comprendere questo percorso. L’artista non si pone come protagonista ma come tramite, svuotandosi per lasciare emergere qualcosa di più grande, un senso che va oltre la percezione immediata. È questo spirito che permea “Le Litanie della Vergine” e le opere esposte, oggi più che mai in dialogo con un mondo che ha bisogno di riscoprire la lentezza, il silenzio e la profondità dell’esperienza artistica. La scelta della Scuola Grande di San Rocco come luogo della mostra non è casuale: un ambiente ricco di storia e spiritualità che amplifica il dialogo tra passato e presente. L’esposizione invita il pubblico a vivere un’esperienza che supera la semplice contemplazione estetica, proponendo l’arte come forma di preghiera silenziosa e di ascolto dell’invisibile. Grazie all’impegno degli eredi e degli allievi, l’opera di Deluigi continua così a essere fonte di ispirazione e riflessione, offrendo un’oasi di profondità in un’epoca dominata dall’effimero.

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