
Le spezierie, “farmacie” che sorgevano all’interno dei conventi, distribuite sul territorio nazionale. «Sono nate con lo stesso principio con cui nelle nostre case, ad un certo punto, sono apparsi armadietti e cassetti contenenti medicine. L’origine delle spezierie era legata alla necessità di doversi prendere cura dei confratelli malati. In ogni comunità religiosa, già dalla tradizione monastica benedettina, c’era sempre uno dei membri della comunità che si occupava dei monaci o dei confratelli con problemi di salute. E oltre a prendersene cura si premurava anche che ci fossero tutti i medicamenti necessari». A fornire una panoramica storica delle spezierie in Italia è fra Adriano Cavallo, promotore culturale della basilica dei Santi Giovanni e Paolo, intervenuto all’anteprima dell’esposizione “L’arte delle spezierie: ieri e oggi” ospitata nella Scuola Grande di San Marco. Esposizione che racconta come il nuovo marchio Spezieria di San Marco, creato da Mavive in collaborazione con la Fondazione Museo della Scuola Grande di San Marco, abbia attinto proprio dalle antiche tradizioni per attualizzare un prodotto della profumeria, rielaborandolo in chiave contemporanea (leggi qui).

«Spesso, vicino ai conventi, sorgevano anche gli ospitali, luoghi che servivano come rifugio per i poveri e per i pellegrini. Lì venivano accolti e gli si prestava aiuto medico: poteva succedere che vi fossero persone che, affrontando la strada a piedi, avessero bisogno di medicare le piaghe». Un contesto in cui la teologia, specie quella medievale, torna in forte misura sul ruolo del corpo e sull’identità della persona come frutto dell’unione tra materia e forma, tra anima e corpo. «Allora si riscopre proprio la centralità della dimensione corporale e di quella della salute fisica. Ed è proprio in quest’ottica – prosegue fra Cavallo – che nascono queste realtà che si prendono cura non solo delle necessità dell’anima, ma pure di quelle del corpo. Che poi, facendo un salto in avanti, sarà la politica di madre Teresa di Calcutta». Attraverso l’immagine della salute corporale, educare dunque alla cura della propria anima. «Così si è passati dal curare i confratelli ammalati ad una dimensione a tutto tondo, rivolta a quelle persone che lo richiedevano, tenendo conto soprattutto che le spese mediche erano molto costose, non accessibili a chiunque». In questo modo molti imparavano determinati rimedi attraverso, ad esempio, l’uso delle erbe. Metodi appresi proprio grazie ai frati, «che non erano affatto gelosi delle loro conoscenze, che venivano volentieri messe a servizio degli altri», evidenzia fra Cavallo.

«Le spezierie sono sorte in epoca benedettina, a ridosso della nascita delle prime comunità monastiche. Si sono sviluppate nel corso dei secoli, in tutta Italia, arrivando fino alla fase delle soppressioni napoleoniche. E a quel punto l’arte farmaceutica ha iniziato a prendere una via diversa, anche perché tra conventi chiusi e libri spesso andati bruciati, tanta di quella sapienza secolare è, materialmente, andata perduta». Al giorno d’oggi una punta di nostalgia e un desiderio di riscoprire usi e tradizioni di un tempo sono qualcosa di concreto. «Non tanto in ambito farmaceutico, quanto piuttosto a livello di prodotti tradizionali, specialmente per quanto riguarda il campo della cosmetica o la cura del corpo attraverso infusi e tisane. Stiamo assistendo ad una riscoperta di quei prodotti che portano con sé una sapienza antica; ad una ricerca di autenticità». Le spezierie, una realtà un tempo estremamente diffusa, «tanto che in quasi tutti i conventi e monasteri era ed è ancora presente un orto dedicato alla “cultura dei semplici”, ossia di quelle erbe che servivano proprio alla preparazione dei sanamenti».
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