
Ci sono storie che preferiremmo non ascoltare. Non perché siano mal raccontate, ma perché ci obbligano a uscire dalla zona di comfort in cui ci siamo sistemati guardando i telegiornali. “Hanno ucciso habibi”, edito da Wetlands, è una di queste: un pugno nello stomaco lungo poco più di cento pagine, scritto da chi vive l’inferno quotidiano di Gaza e non ha il lusso di cambiare canale.
Shrouq Aila è giornalista, madre, vedova. Il 22 ottobre 2023 perde il marito Roshdi in un bombardamento. Si era messo davanti a lei e alla loro bambina di undici mesi, Dania. Un gesto istintivo, l’ultimo. Da quel momento Shrouq si ritrova sola a crescere una figlia in mezzo alle macerie, alla fame, alla morte che passa tutti i giorni senza bussare.
Il libro non cerca pietà. Sarebbe troppo facile. Shrouq scrive con la lucidità di chi fa il suo mestiere anche quando tutto crolla: racconta i bombardamenti, le fughe notturne, i rifugi di fortuna. Ma soprattutto racconta la fame. Quella vera, che svuota i corpi e cancella i pensieri. Lei ha perso diciotto chili continuando ad allattare Dania, fino a quando il suo corpo non ha più avuto nulla da dare. La bambina ha tre anni e non sa cosa sia una banana. Quando un medico le regala una barretta di cioccolato, chiude gli occhi per assaporarla. Shrouq piange guardandola, perché una merendina non dovrebbe sembrare un miracolo.

La scrittura è asciutta, quasi poetica nella sua precisione. Niente retorica, niente eccessi. Ogni parola pesa, perché Shrouq sa che ogni parola conta. È giornalista in una zona dove sono morti oltre duecento colleghi. Sa che la sua videocamera potrebbe ucciderla, ma continua a documentare. Perché qualcuno deve farlo. “Il silenzio del mondo è complicità”, scrive. “Ogni attimo di silenzio è un crimine che ci uccide lentamente”.
Il libro restituisce la vertigine di vivere in due mondi simultaneamente: “Siamo divisi fra due esistenze, con un piede in un mondo moderno e l’altro sepolto sotto pietre e silenzio. Non viviamo solo in un posto diverso, viviamo in un altro universo”. E in questo universo parallelo, scandito da code infinite, la normalità diventa assurda: “Facciamo la fila per l’acqua che ci fa star male. Facciamo la fila per cibo che non ci sazia. Facciamo la fila per una speranza che non arriva mai”. E la piccola Dania che chiama Baba – papà – ogni uomo gentile che incontra, perché non sa cos’è un padre ma sa che qualcuno le manca.
Vale la pena aggiungere un dettaglio non trascurabile: questo libro esiste grazie a un gesto collettivo. Redattori, traduttrice, grafici, stampatori hanno lavorato gratuitamente. Tutti i proventi andranno all’autrice. Un modo concreto di fare editoria quando le parole non bastano più.
Hanno ucciso habibi si legge in un’ora e non si dimentica. Non è un libro “bello”, perché la bellezza qui sarebbe oscena. È un libro necessario, che ci mette di fronte alle nostre responsabilità di spettatori. Shrouq non chiede risposte, ma pretende che guardiamo. E forse è proprio questo il punto: smettere di voltarsi dall’altra parte.
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