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La Pietà di Bellini in dialogo con il San Sebastiano di Mantegna

Alla Ca’ d’Oro per la prima volta le due opere, da poco restaurate da Venetian Heritage, sono esposte insieme. Al termine della mostra il museo verrà chiuso per le fasi finali di restauro e riallestimento quasi interamente finanziate da Venetian Heritage per 8,5 milioni di euro.

In un dialogo serrato Bellini e Mantegna, i due cognati maestri nella pittura, tornano a dialogare attraverso la loro arte. È quanto avviene nella mostra allestita alla Galleria Giogio Franchetti alla Ca’ d’Oro a Venezia che vede protagonista l’opera “La pietà” di Giovanni Bellini (Venezia 1430 – 1516), capolavoro del Rinascimento veneziano proveniente dal Museo della Città di Rimini, da poco restaurata per un costo di 45 mila euro grazie al comitato Venetian Heritage. Il dipinto, esposto per la prima volta negli spazi del museo, torna a Venezia dopo l’ultima esposizione a Palazzo Ducale nel 1949, a cura di Rodolfo Pallucchini e con l’allestimento di Carlo Scarpa, questa volta per essere messo in dialogo con l’altrettanto capolavoro dell’opera “San Sebastiano” di Mantegna alla Ca’ d’Oro, allestita nella cappella appositamente costruita dal conte Franchetti per custodirla, anch’essa recentemente restaurata da Venetian Heritage, in cui ora appare evidente la potenza espressiva del drammatico San Sebastiano. Il legame dei maestri aggiunge un ulteriore suggestivo significato a questo confronto: Mantegna aveva infatti sposato Nicolosia, sorella di Giovanni Bellini, inserendosi in una delle più importanti famiglie di pittori veneziani.

 

La Pietà, testimone del legame tra Rimini e la Serenissima

«“La Pietà”, che vede rappresentati Cristo morto sorretto da quattro angeli, fu commissionata a Bellini da Lodovico Migliorati, consigliere della famiglia regnante dei Malatesta, figura di primo piano nella vita politica e culturale riminese nell’ultimo terzo del Quattrocento» spiega Toto Bergamo Rossi, direttore di Venetian Heritage e curatore della mostra insieme a Giovanni Sassu, già Direttore del Museo della Città di Rimini Luigi Tonini, ora direttore dei Musei di Cent. Databile agli anni ’70 del Quattrocento, l’opera compariva già nel testamento di Migliorati del 1499. A giudicare dallo stile, dall’iconografia e dalle dimensioni, è possibile che il dipinto fosse destinato alla devozione privata nel palazzo di Migliorati e che solo dopo la sua morte abbia trovato collocazione nella sua cappella funeraria nella chiesa di Sant’Antonio, in prossimità della chiesa di San Francesco, oggi conosciuta con il nome di Tempio Malatestiano, capolavoro dell’architetto Leon Battista Alberti. La commissione dell’opera racconta la storia di legami intensi tra i domini dei Malatesta a Rimini e la Serenissima Repubblica di Venezia. Migliorati fu una di quelle figure attive nella costruzione e nello sviluppo di questi rapporti e furono numerose le sue visite a Venezia: «Probabilmente incontrò il Bellini proprio durante un suo viaggio in città nel 1470 e in quell’occasione gli commissionò l’opera. – continua Toto Bergamo Rossi – Il maestro infatti si presume non si recò mai a Rimini. Ciò testimonia l’importanza e la fama della pittura veneta durante la seconda metà del Quattrocento, la quale veniva esportata anche ben al di fuori dei confini della Serenissima». Successivamente l’opera dalla cappella dei Migliorati passa nel giro di poco tempo a essere esposta nella chiesa di San Francesco: «Qui che viene documentata da Giorgio Vasari nella sua edizione delle Vite datata 1550, dove rimase fino all’inizio del 1800 per poi entrare come capolavoro nelle collezioni della Pinacoteca Comunale».

L’opera ha una storia conservativa complessa

L’opera ha una storia conservativa complessa, segnata nel tempo da diversi interventi tra cui l’ultimo del 1969 compiuto da Otello Caprara e Ottorino Nonfarmale, che vide la rimozione dell’originale supporto ligneo che consisteva in due tavole di pioppo a favore di un nuovo supporto in alluminio reticolare. Un’operazione indispensabile, visto che la tavola era gravemente compromessa dai tarli. Il restauro appena terminato, svolto dalla restauratrice Lucia Tito della ditta CBC nei laboratori della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro, si è concentrato esclusivamente sulla pulitura e sulla revisione estetica, confermando la piena stabilità dell’attuale supporto. «Sono state rimosse le antiche e invasive ridipinture e la vernice fortemente ingiallita che rendeva l’opera sui toni del verde e marrone, compromettendone la corretta lettura cromatica» racconta Bergamo Rossi. Inoltre, il restauro ha reintegrato la fessurazione centrale che frammentava la lettura complessiva dell’opera. Questa non coincideva con la giuntura delle tavole ma era dovuta agli balzi termo- igrometrici e Mauro Pelliccioli appiccando nel 1930 una parchettatura “alla fiorentina” ne aveva accelerato il degrado. Stuccata la fessurazione centrale è stata anche corretta l’interpretazione errata del gesto di un angelo, dimostrando che non impugnava un chiodo. Le indagini scientifiche preliminari inoltre hanno confermato la coerenza della tavolozza belliniana e documentato il disegno preparatorio a pennello, permettendo di s al prezioso dipinto.

L’ultima mostra prima di completare i lavori di restauro e riallestimento della Ca’ d’Oro

La mostra dossier resterà aperta fino al 6 gennaio. Da quel momento il museo verrà chiuso per le fasi finali di restauro e riallestimento quasi interamente finanziati da Venetian Heritage in collaborazione con la Fondazione Giulio e Giovanna Sacchetti con un investimento complessivo di 8,5 milioni di euro. Iniziati nel 2023, i lavori proseguiranno per oltre un anno per poi riaprire il museo solo a maggio del 2027. L’importante lavoro sul museo conferma l’interesse di Venetian Heritage nella valorizzazione non solo di singole opere ma anche di musei e istituzioni culturali veneziane, grazie a una stretta collaborazione tra pubblico e privato: «Abbiamo lavorato nel tempo in più fasi per garantire la continuità delle visite. – ha spiegato Toto Bergamo Rossi – Al primo piano nobile sono stati portati a termine il rifacimento degli intonaci interni, la manutenzione dei soffitti lignei, il restauro dell’apparato marmoreo delle logge, dei pavimenti alla veneziana e degli infissi, oltre al rifacimento dell’impianto elettrico e illuminotecnico, compresa la centrale termica e dell’impianto di condizionamento, essenziale per la corretta conservazione delle opere d’arte» spiega, dicendo che il finanziamento è stato possibile grazie ai vari finanziatori privati di Venetian Heritage, che di volta in volta hanno adottato una sala del museo provvedendo a risanarla a 360°. «La direttrice di Venetian Heritage, ad esempio, ha adottato la Cappella dove è conservato il San Sebastiano di Mantegna, che è stata restaurata nella sua interezza, dall’impianto illuministico fino al posizionamento del vetro anti sfondamento necessario per proteggere l’opera» ha sottolineato Toto Bergamo Rossi. La chiusura totale del museo è ora necessaria per proseguire l’intervento nel secondo piano nobile e per il rifacimento dell’intero vano scale e del nuovo ingresso. Parallelamente, il progetto prevede il nuovo allestimento della collezione permanente, pensato per rispondere alle esigenze dei visitatori contemporanei.

Continua il dialogo tra Bellini e Mantegna

Il capolavoro restaurato di Bellini dal 15 gennaio al 19 aprile proseguirà il suo itinerario espositivo alla Morgan Library & Museum di New York, per poi tornare al Museo della Città di Rimini, dove verrà accompagnato dal San Sebastiano di Mantegna, così da continuare il dialogo iniziato a Venezia. «L’opera uscirà eccezionalmente dalla Ca’ d’Oro proprio in occasione del restauro, un’operazione questa che tempi addietro abbiamo fatto pochissime altre volte, proprio quando il museo era stato chiuso al pubblico per restauri e riordini» ha detto Claudia Cremonini, direttrice della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro. Poi si sofferma sull’operazione di restauro dell’opera belliniana eseguita nei laboratori della Galleria Giorgio Franchetti alla Ca’ d’Oro: «Un segnale concreto della riattivazione del vicino laboratorio di restauro di Ca’ d’Oro, nato dopo l’alluvione del 1966 e da diversi anni fermatosi per mancanza di personale, che ora, in fase di riorganizzazione, si sta portando avanti contestualmente al rinnovamento del museo».

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