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Intelligenza artificiale: privacy, dati e consapevolezza

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Un incontro del Rotary Club Venezia Mestre con l’esperto avvocato Antonio Villovich

L’intelligenza artificiale è uno dei temi più attuali del momento, soprattutto da quando, grazie a quella generativa, è alla portata di tutti gli utenti del web, impiegando il linguaggio naturale. E’ così possibile dialogare proprio come si farebbe con una persona, dando l’illusione che davanti al nostro schermo non ci sia una macchina, ma qualcuno che ci capisce. «Certo, se si chiamasse statistica predittiva non so se avrebbe lo stesso fascino, ma nel concreto di tratta di questo e ragionando in questo senso appare evidente non solo l’importanza del metodo di analisi, ma anche la qualità dell’informazione che le si dà in pasto, più è affidabile e più l’elaborazione sarà precisa e attendibile».

A spiegare questo concetto ed esplorare le potenzialità, i rischi e anche i limiti di questa tecnologia ci ha pensato l’avvocato Antonio Villovich nel corso di un incontro intitolato “Il nuovo oro: i nostri dati personali. La tutela della privacy al tempo della IA” e promosso dal Rotary Club Venezia Mestre. Il legale, esperto di diritto della protezione dei dati personali, cybersecurity e reati informatici, ha una lunga esperienza come manager in Vodafone Italia nel dipartimento Tecnologie dell’informazione. «Oggi i dati sono diventati i nuovi preziosi – ha chiarito – individuare una persona fisica e il suo dispositivo in uso, sia un computer o un telefono, è diventato un tassello fondamentale per istruire gli algoritmi a generare risposte su misura, ma assieme alla tecnologia non è cresciuta la consapevolezza sul funzionamento di questi sistemi e sui rischi di condividere con troppa leggerezza informazioni, anche sensibili e sulle conseguenze che questo può comportare».

Le gestione dei dati da parte delle aziende e il quadro normativo europeo

Visto l’interesse sul tema della raccolta di dati per il funzionamento dell’Intelligenza Artificiale, i cui maggiori contributori nell’avanzare dello sviluppo tecnologico sono Stati Uniti d’America e Cina, l’Unione Europea ha intrapreso un percorso di norme, a partire dal GDPR fino al più recente AI Act, tese alla tutela dei diritti dei suoi cittadini. «La regolamentazione varia in base al rischio – ha chiarito il legale – da uno minimo, tipico delle applicazioni ludiche a uno limitato, come l’interazione con chatbot, a uno alto come quando si maneggiano dati per la selezione del personale, l’analisi dei comportamenti nelle piattaforme di social network o la selezione del personale, fino a uno inaccettabile ovvero, quello impiegato già in alcuni Paesi come la Cina, dove si applica sorveglianza biometrica o valutazione del comportamento dei cittadini (social scoring)».

Se già la privacy a livello normativo appare un concetto complesso, sapere chi tratta i dati, in che modo li raccoglie e come li utilizza è diventato un requisito di trasparenza per le aziende verso i consumatori. «Molte imprese usano versioni gratuite di AI senza sapere che, di default, quello che si inserisce serve ad addestrare il modello – ha raccontato Villovich – ma, cosa ben più rilevante, per farlo le informazioni che si utilizzano vengono cedute e trasferite in altri server. Le organizzazioni quindi dovrebbero essere le prime al passo con le novità e nella formazione del personale, diffondendo funzionamento e rischi connessi all’utilizzo di sistemi di AI, alla luce della normativa europea che richiede di aver predisposto requisiti di sicurezza soprattutto per evitare fughe di dati. Certo, pensando al tessuto imprenditoriale del nostro Paese, composto in larga maggioranza da PMI, si tratta di una bella sfida, ma è un cambiamento, anche culturale, che non può essere rinviato e che va affrontato prima che ci si trovi ad affrontare attacchi hacker o fughe di dati».

Intelligenza artificiale e rischi per la privacy: questione di consapevolezza

La consapevolezza delle imprese è necessaria anche per consentire ai cittadini di poter esercitare i propri diritti di rettifica e oblio, ovvero la cancellazione da un database, come prevede il GDPR. Ma questo non esula dalla consapevolezza e conoscenza individuale dei rischi connessi all’uso indiscriminato della tecnologia, dato che quando si concedono informazioni si danno grandi poteri agli strumenti che le impiegano. «Non basta sapere che cosa è rischioso dare in pasto a un sistema di intelligenza artificiale – ha spiegato l’avvocato – ma bisogna comprendere le logiche di funzionamento degli algoritmi e che l’affidabilità delle risposte dipende dalla qualità dei dati, perché l’AI è uno strumento di analisi, ma se il materiale di partenza è “spazzatura” l’esito non potrà che essere di conseguenza adeguato all’input».

Sulle questioni del funzionamento non ci si interroga infatti mai abbastanza, visto che la manipolazione è meno latente di come si possa immaginare. Qualche esempio? «Oggi clonare una voce o un volto o fabbricare un video verosimile, seppure mostri cose irreali, è di una semplicità disarmante – ha dimostrato l’esperto mostrando video generati con la AI o creando in diretta un paio di canzoni in pochi secondi – quindi abbiamo a che fare con un enorme gap di fiducia potenziale in quello che vediamo, dato che questi sistemi quando gli viene chiesto di raggiungere un obiettivo trovano la via più breve, ma non necessariamente la più etica. La soluzione quindi, affianco alle norme, è culturale: vanno sviluppati “anticorpi digitaliper dubitare sempre e verificare le fonti, configurando con attenzione le impostazioni di privacy senza accettare inconsapevolmente termini e condizioni di uso di un servizio, ma leggendo con grande attenzione le informative per evitare di cedere con leggerezza dati inconsapevolmente».

Il Past President Matteo Zipponi, l'avvocato Antonio Villovich e il Presidente del Rotary Club Venezia Mestre Diego Manente
AI e futuro: conoscenza e consapevolezza per l’uso dell’intelligenza artificiale

Difficile fare previsioni certe sul futuro e sugli sviluppi che l’intelligenza artificiale potrà avere sulle nostre vite, di certo già oggi mette davanti a tanti dilemmi, uno su tutti la proprietà intellettuale. «Come stabilire infatti la corretta attribuzione di qualcosa creato con l’AI? – si è chiesto il professionista – leggendo bene le policy delle versioni free degli applicativi che usiamo, è scritto chiaramente che cediamo la proprietà intellettuale di quello che creiamo e che impatto può avere questo? Enorme se non ne siamo consapevoli. Si parla di una tecnologia che a livello teorico esiste dagli anni ’70, ma di cui solo la capacità computazionale degli ultimi anni sta dimostrando concretamente le potenzialità, grazie a Internet e alle mostruose banche dati che rende accessibili. Come rendere quindi le persone, soprattutto i più giovani, non passivi di fronte a strumenti così potenti ma rischiosi?».

Trovare una risposta univoca non è semplice, ma parte da un terreno comune: dubitare. Informarsi, verificare, essere consapevoli di cosa si condivide con questi sistemi è il miglior difesa per un utilizzo cosciente, utile ed efficace, soprattutto per i nativi digitali che ignorano il precedente mondo analogico. «La differenza la fa sempre la persona singola e il suo grado di conoscenza dello strumento – ha concluso Villovich – essere passivi e subire la tecnologia è rischioso, perché se ci si fida ciecamente di un software qualsiasi tutela viene meno, quindi l’educazione assume una valenza sempre più importante, sia nell’uso che nella cessione di dati. L’intelligenza artificiale non si può ignorare e sarà una presenza sempre più pervasiva nelle nostre vite, ma la sfida maggiore resta passare da un suo uso come strumento ad agente istruito nel fare operazioni precise, ma per fare ciò non possiamo essere solo spettatori, ma parte della trasformazione».

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