Logo Crux

In un libro la storia dei 166 campanili di Venezia

A cura di Mario Rosso e Riccardo Vianello, il volume, tra aneddoti e curiosità, ricostruisce la storia dei campanili esistenti e di quelli demoliti nei secoli

In un libro la storia di tutti i campanili di Venezia. È corposo e ricco di aneddoti il volume “I campanili e le campane di Venezia” a cura di Mario Rosso, storico dell’arte, e Riccardo Vianello, esperto di toponomastica, edito dall’Istituto Veneto di Scienze, arti e lettere e realizzato con il patrocinio dell’Associazione Italiana di Campanologia. Il volume, in 750 pagine, diviso in due parti, indaga la storia dei campanili veneziani.  Parte dalle origini, dalle prime torri attestate nelle isole della Laguna Nord e reimpiegate come campanili di antichi monasteri e poi abbandonate, di cui si ha notizia grazie alle indagini dei Giudici del Piovego, che nel 1200 tracciavano i confini delle acque pubbliche da quelle private, e dagli studi di Ernesto Canal. Poi il libro affronta anche l’evoluzione stilistica dei campanili, da quelli medievali a quelli contemporanei: «Cambiano soprattutto le forme architettoniche e in parte le strutture. I più antichi, come quello di Torcello e di San Marco, e i più recenti dei Gesuiti e San Salvador sono costruiti a camera doppia, quindi hanno una specie di campanile dentro il campanile e presentano meno strutture lignee. Con il passare del tempo poi il legno si iniziò ad usare maggiormente perché, più elastico, serviva ad adattare le strutture al suolo veneziano» spiega Mario Rosso. La seconda parte del libro, che è la più corposa, è dedicata al censimento di tutti i campanili della città, esistenti e soppressi. «Abbiamo cercato di mapparli in modo capillare e organizzarli nelle schede per sestieri. In ogni scheda ricostruiamo la storia del campanile, anche sulla base delle fonti iconografiche, partendo dalla più antica veduta veneziana del 1486 a quelle del ‘700». Ad oggi sono 114 i campanili esistenti, mentre se si contano anche quelli scomparsi la cifra sale a 166:  «La cosa interessante – continua l’autore – è che alcune schede dedicate ai campanili scomparsi sono più lunghe e ricche di dettagli che non quelle sui campanili esistenti. Gli archivi infatti presentano più informazioni se si tratta di campanili di conventi o che negli anni erano stati interessati da restauri e rifacimenti. In particolare poi all’epoca della demolizione dei campanili il Demanio o i governi napoleonico o austriaco prendevano nota dei materiali con cui questi erano costruiti, visto che poi andavano rivenduti sul mercato».

La vicenda della Chiesa dell’Ascensione

Nel volume è ampiamente documentata la storia del campanile della Chiesa dell’Ascensione, che era ubicata a San Marco dietro l’Ala Napoleonica e i Giardini reali, all’incirca nell’area oggi occupata dall’Hotel Luna Baglioni. Del campanile non rimangono evidenze materiali, ma un carteggio molto fitto ne documenta la storia. «La chiesa, di cui è stato trovato un disegno che ne mostra il campanile medievale quadrato con la cuspide, era molto importante. – racconta Rosso – Inizialmente associata ad un convento di templari, viene poi presa in gestione dai procuratori di San Marco. In un primo momento, essendo di fronte all’ala napoleonica, era stato pensato di trasformarla nella chiesa del Palazzo Reale, visto che San Marco era diventata Cattedrale. Visti i costi troppo elevati venne però poi deciso di demolirla. Il campanile però aveva un sottoportego che vi passava sotto ed era ancorato alle case circostanti e buttarlo giù fu un’impresa».

I campanili furono stazioni del telegrafo

Diversi sono poi gli aneddoti che contraddistinguono i campanili di Venezia. I campanili di San Trovaso e San Marco, ad esempio, ad inizio dell’800 vennero scelti per diventare le stazioni intermedie del telegrafo. «A San Marco costruirono un gabbiottino di legno che rimase per lungo tempo, mentre a San Trovaso, che ora ha un coronamento ottagonale, presentava un cupolino che fu segato per poter mettere l’antenna della linea che arrivava da Gambarare e proseguiva verso il campanile della chiesa di San Giorgio in Alga». Alcune strutture di campanili, come quello di San Giobbe terminato nel 1464, si pensava fossero rimaste antiche per poi invece scoprire che sono state rimaneggiate nel tempo. «Guide storiche come il Lorenzetti dicono che è decorato con fasce in terracotta molto pregiate del ‘400, in realtà sono un rifacimento dei primi del ’900, precisamente un calco nel resistente cemento rosso di quello che rimaneva delle terrecotte antiche». Il campanile di Sant’Elena del 1957 fu il penultimo realizzato in città e ricevette i complimenti di Papa Roncalli per la solerzia dei parrocchiani nel costruirlo. L’ultimo costruito fu invece quello della chiesa di San Giovanni Sagredo a Sacca Fisola.

 

Una ricerca iniziata da una tesi di laurea

Il lavoro era partito dalla tesi di laurea triennale di Rosso in Beni Culturali, incentrata sulla storia del campanile di Santa Fosca. Nel ‘500 la Cronaca Savina riporta un episodio del 1410 di quando un “refolo di vento”, ovvero un fortunale, si abbatté in città facendo cadere il campanile. «In realtà questo non cadde, ma vennero spazzate via la cella campanaria e il tetto che furono ricostruiti nelle forme che si conoscono oggi» dice Rosso, ricordando che nelle cronache del tempo si trova anche testimonianza di quando durante i terremoti le campane suonavano da sole. Rosso nella tesi magistrale mappò i campanili del ‘300 e ‘400, ma fin da subito l’idea era di continuare ad ampliare la ricerca che poi ha portato avanti con Vianello, conosciuto all’Archivio di Stato. Le ricerche sono state svolte dagli autori principalmente all’Archivio di Stato di Venezia, nell’Archivio Storico del Comune e nell’Archivio del Patriarcato, quest’ultimo impiegato soprattutto per ricerche più puntuali. Tra queste, le informazioni recuperate sulle requisizioni delle campane fatte nel ’44 dai tedeschi che erano in cerca di bronzo, dove emergevano i dati sull’anno di fusione, il peso e a volte anche il nome che era stato dato alla campana durante la consacrazione, come per la chiesa dell’Angelo Raffaele. «Per fortuna a quel tempo a Venezia la maggior parte delle campane erano già storiche e non ne sono andate perse tante» spiega Rosso, che durante lo studio si è appoggiato alle ricerche d’archivio e alle fonti iconografiche, mentre Vianello ha cercato informazioni nella stampa locale, in particolare nei giornali cattolici come La Difesa e La Voce di San Marco, antesignani di Gente Veneta, che documentavano la vita delle parrocchie di un tempo, e quindi anche dei campanili e delle campane; concentrandosi inoltre sulla documentazione fotografica dei restauri degli anni ‘70 e ’80. Vianello tra l’altro, che è nato nel ’50, nel volume ricorda quando il sagrestano di San Polo, un omone grande e grosso, per suonare le campane doveva passare per una porticina molto stretta. Ora – conclude Rosso – vorremmo proseguire il lavoro ampliandolo ai campanili delle isole della Laguna».

Autore:

Iscriviti a CRUX e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!