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In mostra alla Guggenheim il lato nascosto di Fontana

Sono una settantina le opere, per la maggior parte inedite, di Lucio Fontana esposte alla Collezione Peggy Guggenheim nella mostra che racconta per la prima volta la sua produzione ceramica

Non tutti sanno che Lucio Fontana (Rosario, Argentina 1899-Comabbio, Varese, 1968) nasce come uno scultore, e che per tutta la sua vita resta profondamente legato alla materia. Alla Collezione Peggy Guggenheim a Venezia è raccontato l’altro lato di Lucio Fontana, quello meno conosciuto, che racconta il suo amore per la scultura e in particolare l’arte della ceramica. È infatti interamente dedicata a quest’arte la mostra “Mani-Fattura: le ceramiche di Lucio Fontana”, a cura della storica dell’arte Sharon Hecker, che dalla sua apertura l’11 ottobre ha già registrato oltre 83.000 presenze.  L’esposizione, la prima interamente dedicata a questo aspetto della produzione di Fontana, resterà aperta fino al 2 marzo. Presenta circa 70 lavori, alcuni dei quali mai esposti precedentemente, provenienti da note collezioni pubbliche e private. Un percorso che invita il pubblico a riconsiderare Fontana non solo come pioniere dello Spazialismo e dell’arte concettuale, noto per le sue tele tagliate con un cutter con cui negli ultimi decenni della sua carriera cercava la trasparenza, ma anche come scultore e artista profondamente legato alla materia, attento al suo potenziale tattile ed espressivo.

La ceramica per Fontana fu seconda anima e terreno di sperimentazione

La mostra, che omaggia uno degli artisti più innovativi e irriverenti del XX secolo, vuole inoltre sollevare nuove questioni di ordine storico, materiale e tecnico sulla sua pratica ceramica, che fu la sua “seconda anima”. In contrasto con l’immagine consolidata di Fontana, di artista che pur iscrivendosi all’Accademia di Belle Arti a Brera nel 1927 presto si allontana dalle convenzioni accademiche, l’esposizione rivela il suo lato più profondo e forse intimo, radicato nella fisicità morbida dell’argilla e plasmato da relazioni durature, come quella con il ceramista e poeta Tullio d’Albisola e la manifattura ceramica Mazzotti di Albisola. «In Fontana l’argilla emerge come un contenitore di sperimentazione vitale, di molteplicità e fertilità» ha sottolineato la curatrice Sharon Hecker. La mostra intende far luce sulla portata della visione scultorea di Fontana attraverso la creta, rivelando come per l’artista nel corso del tempo abbia rappresentato un terreno di sperimentazione ricco e produttivo. La sua produzione ceramica si distingue per la varietà di forme, soggetti e tecniche: dalle opere figurative che rappresentano donne, animali marini, arlecchini e guerrieri, fino alle sculture astratte, con cui elabora la materia in modo innovativo. La creta nelle creazioni di Fontana era liscia, ruvida, incisa, grezza, dipinta, smaltata, tagliata e bucata, e intrecciava quindi i linguaggi dell’arte, dell’artigianato e del design.

Un percorso scultoreo lungo una vita

L’esposizione tocca due continenti e quattro decenni cruciali. La sua pratica ceramica infatti si sviluppa nell’arco di decenni e in contesti molto diversi: dal primo periodo in Argentina al ritorno in Italia all’epoca del Fascismo, seguito da un ulteriore lungo soggiorno in Argentina durante la guerra e da un nuovo rientro nell’Italia della ricostruzione e del boom economico. La sua produzione, capace di assumere aspetti diversi, spazia dalle sculture figurative a forme radicalmente astratte, espressione dei diversi contesti in cui Fontana visse e operò. Il percorso espositivo prende avvio da un’opera realizzata al suo ritorno in Argentina nel 1926, “Ballerina di Charleston”, dopo il trauma della Prima Guerra Mondiale combattuta da giovane. Nell’Italia del periodo fascista dei primi anni ‘30, Fontana crea piccole terrecotte intime, non smaltate e con leggeri tocchi di colore, come “Ritratto di bambina” o “Busto femminile”. Poi arriva la stagione degli esperimenti con gli smalti, resa possibile grazie alla collaborazione con gli artigiani di Albisola. A questo periodo appartengono opere come “Coccodrillo”, grande creazione che cattura subito i visitatori in mostra, ma anche “Medusa”, “Donna seduta” e il maestoso “Torso Italico”, l’opera più rappresentativa della relazione di Fontana con l’iconografia fascista. Nonostante Fontana accetti commissioni dal regime, le opere non sono facilmente classificabili. Il braccio mozzato della figura potrebbe infatti alludere al grido nazionalista lanciato da Gabriele D’Annunzio. Una sala è poi dedicata ai ritratti più personali delle figure femminili che fecero parte della sua vita, come quelli della moglie Teresita Rasini, della scrittrice e intellettuale Milena Milani, e la ceramista Esa Mazzotti.

I crocifissi di Fontana. estasi estetica che dialoga con il design

Con il boom economico la sua produzione ceramica si espande. Fontana realizza oggetti e opere per privati come piatti, caminetti, maniglie e forme astratte, spesso in collaborazione con importanti designer.Con rinomati architetti milanesi, invece, crea fregi ceramici per facciate di edifici e sculture per chiese, scuole, cinema, hotel, circoli sportivi e tombe che ancora oggi ornano la città. In mostra sono presenti sia pezzi unici realizzati a mano che oggetti prodotti in serie. Le espressioni più esuberanti di stasi e movimento si trovano nei crocifissi e nelle deposizioni che Fontana produce in serie tra la fine degli anni ‘40 e gli anni ’50 per le abitazioni milanesi. Si tratta di ceramiche con linee orizzontali e verticali identiche che formano una croce archetipa che viene replicata quasi industrialmente. Qui Fontana però reinventa ogni volta la figura di Cristo, attraverso cui crea forme astratte ottenendo smalti imprevedibili. In questa oscillazione tra ripetizione e reinvenzione, l’artista gioca con la stabilità e la mutazione, l’uniformità e la differenza, in opere dove l’intensità religiosa viene trasfigurata in estasi estetica.

In mostra anche un cortometraggio inedito

«Questa mostra svela un lato più intimo e tattile di Fontana, nato da un legame profondo e duraturo con una materia umile come l’argilla. – continua la curatrice. – L’esposizione restituisce alla ceramica il ruolo che le spetta accanto al marmo e al bronzo». Già nel 2006 il museo aveva reso omaggio all’artista con la mostra “Lucio Fontana. Venice/New York”, curata da Luca Massimo Barbero: «Oggi torniamo ad ospitare una monografica dedicata a Fontana per esplorarne un lato assolutamente meno conosciuto» ha detto Karole P. B. Vail, direttrice della Collezione Peggy Guggenheim. Ad accompagnare l’esposizione, il cortometraggio inedito “Le ceramiche di Lucio Fontana a Milano”, realizzato dal regista argentino Felipe Sanguinetti, ripercorre le opere ceramiche site specific che Fontana realizza nel secondo dopoguerra grazie alla collaborazione con importanti architetti italiani, tra cui Osvaldo Borsani, Roberto Menghi, Mario Righini, Marco Zanuso, in lughi simbolo di Milano e in abitazioni private. Opere inaccessibili al pubblico che aiutano a conoscere meglio una pagina fondamentale della sua carriera.

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