
Il talento, sconosciuto e spesso frainteso. È proprio partendo dalla Parabola dei talenti contenuta del Vangelo di Matteo che Alessandro D’Avenia, noto professore e scrittore, è intervenuto venerdì 17 al Teatro Goldoni a Venezia nell’abito del Festival delle idee per una lezione spettacolo dal titolo “Il talento: non privilegio ma vocazione”. «Il fine della vita è la gioia» esordisce D’Avenia, che per parlare dei mille modi in cui il talento può esprimersi è partito dalla Parabola dei talenti. Il talento per lui è una chiamata interiore che, se assecondata, non solo permette di dare un nome alla propria immaginazione ma dà senso all’esistere, dando un valore aggiunto alla vita. «Non ci ricordiamo più cosa significa talento» spiega D’Avenia, che torna alle origini della Parabola che racconta di un ricco padrone che, prima di partire, affida ai suoi tre servi dei “talenti”, un’unità di misura di peso che indicava 35 kg di argento, in base alle loro capacità: cinque al primo, due al secondo e uno al terzo, con l’intento che li facciano fruttare. «Avere un talento oggi significa che questa cosa è capitata ma che non l’abbiamo voluta», una distorsione, spiega, che avviene quando qualcosa in una cultura diventa proverbiale, venendo quindi stravolta. «Un giorno un ragazzo mi scrisse per dirmi che questa mia spiegazione gli aveva dato serenità, dal momento che per lui il talento era legato a successo e fama. – racconta D’Avenia – Questi infatti non arrivano per tutti. Successo significa infatti semplicemente che una cosa è accaduta, ma questa può anche non accadere. Il significato di talento inizialmente era un altro» dice, facendo una critica verso la scuola: «Scuola vuol dire tempo libero. Oggi invece abbiamo deciso che il tempo da dedicare alle nostre vocazioni si chiama scuola dell’obbligo, con un complemento di specificazione che toglie ogni poesia».

Subito allora parte da una certezza: «Il talento non è capacità. Quante volte a scuola viene detto ai ragazzi che hanno le capacità ma non si applicano?», sostiene. Ma quali sono queste capacità di cui tanto si parla? «La capacità è un vuoto. È come un bicchiere che vuole essere riempito, secondo, appunto, la sua capacità: senza tracimare, senza restare mezzo vuoto». Ecco che per scoprire il proprio talento allora si parte da un vuoto che ognuno ha dentro. Far coincidere il talento con le capacità è una lettura della vita basata sulla performance, dividendo le persone tra quelle di serie A e B». E si sofferma su cosa vuol dire talento, ribadendo che il padrone distribuisce ai servi i talenti secondo la capacità di ciascuno: «Il talento viene dato nella misura in cui si ha la capacità e lo spazio per contenerlo. Sbagliano i professori che dicono che avere capacità significa saper far qualcosa. Capacità significa partire da un vuoto: l’educazione infatti parte sempre da qui, perchè solo a contatto con quel vuoto, con la propria solitudine, i ragazzi trovano la loro unicità» dice, sottolineando che oggi davanti agli schermi dei cellulari non si rimane mai soli e per questo i giovani fanno sempre più fatica a scoprire la loro unicità, non uscendo nemmeno dalla loro camera, convinti, guardando i talent in tv, che il successo sia garanzia di felicità.

E riprende la Parabola dal momento in cui, al ritorno del padrone, i primi due servi dopo aver investito i talenti ne hanno raddoppiato il capitale, mentre il terzo lo ha nascosto per paura e lo restituisce così com’era. Il padrone premia i primi due, e rimprovera duramente il terzo, definendolo “pigro”. «Questo è espressione della vita stessa che ti affida il suo bene e torna per fare poi i conti in base al desiderio di ciascuno. – e continua – Chi ha un talento, infatti, non è capace di tenerlo per sé ma lo amplia. La vita non è altro che esercitare il desiderio di coprire quella mancanza». Ma sentire una mancanza significa mettersi alla ricerca della propria vocazione per colmare quel vuoto: «La nascita e sviluppo di una vocazione richiede spazio e silenzio e attesa» dice, sottolineando che non tutti hanno la fortuna che il loro lavoro corrisponda alla loro vocazione: «La vocazione spesso allora viene coltivata e recuperata in altri modi, per lasciare aperto lo spazio in cui si riceve vita». Ecco che allora il talento non ha a che fare con il successo ma è una condizione di gioia per cui quella capacità, quel vuoto che si prova, viene riempito: «La vita arriva a noi nella misura in cui le andiamo incontro» afferma, raccontando che a lui fin da piccolo piaceva raccontare storie, ma tutti si aspettavano che seguisse le orme del padre dentista, confidando nel trovare uno studio già avviato.

Un vuoto che D’Avenia ha saputo ascoltare, assecondando e coltivando la sua passione. In letteratura molti sono gli esempi di vuoti in cerca di essere riempiti: a partire da quando Telemaco nell’Odissea piange per la mancanza del padre. È chiamato “nepios”, ovvero bambino, proprio perché non ha epos, ovvero non ha ancora nulla da raccontare, e proprio per questo viene spinto ad andare a cercare il padre, a colmare quel vuoto, e quindi uscire dalla condizione infantile. O come nelle Tre melagrane di Calvino in cui si racconta di un re che ha tutto ma che un giorno, seduto a tavola, vedendo una goccia di sangue cadere sulla ricotta, dice a sua madre che vuole una donna “Bianca come il latte e rossa come il sangue”, poi divenuto il titolo del primo libro d’esordio di D’Avenia: «Il re si mette in cammino, per la prima volta capisce che a palazzo si annoia e percepisce una mancanza che cerca di colmare. Lui ha scoperto un suo desiderio e la storia in altre parola racconta la parabola dei Talenti». Infine racconta di quando nel 1817 un ragazzo che abitava a Recanati, nella periferia di quello che era lo stato pontificio, scrive una lettera a Pietro Giordani dicendogli che voleva fare il poeta: «L’intellettuale gli risponde che aveva talento ma che era troppo giovane e gli dice di dedicarsi per vent’anni alla prosa e che solo dopo questa palestra avrebbe potuto iniziare a fare poesia. Quel giovane era Giacomo Leopardi, che morì esattamente 20 anni dopo quella lettera. Per fortuna non ascoltò quel consiglio perché non poteva aspettare e quello che aveva dentro doveva esprimerlo subito. Se non avesse avuto quel vuoto, che corrispondeva a “l’infinto”, oggi non avremmo i suoi versi» dice D’Avenia, sottolineano che Leopardi, associato al pessimismo, è il primo poeta ad usare il punto interrogativo. «Lui fu finissimo ascoltatore del proprio desiderio, della propria mancanza, tanto che si mise ad interrogare anche la luna».
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