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Il ricordo di Marco Cè a 100 anni dalla nascita

Si è tenuta sabato 18, in Basilica a San Marco, la celebrazione in suffragio del Patriarca Cè. Il card. Cantoni: «Lo considero il mio maestro pastorale»

Da sempre, Venezia è sempre molto legata ai suoi patriarchi. Quest’anno, la città lagunare ha voluto ricordare e ringraziare Marco Cè, uno dei pastori della storia recente veneziana più impresso nella memoria collettiva, a 100 anni dalla sua nascita. Così, sabato 18 ottobre, in Basilica di San Marco, alla presenza di centinaia di fedeli e di svariate rappresentanze di Chiese e associazioni legate alla figura del proporato cremasco, nato appunto l’8 luglio 1925, si è tenuta una celebrazione di ringraziamento e suffragio per il Patriarca Marco. Al termine della messa, presieduta dal vescovo di Como cardinale Oscar Cantoni, amico personale del Patriarca Marco – concelebranti mons. Francesco Moraglia, attuale Patriarca di Venezia, mons. Beniamino Pizziol, vescovo emerito di Vicenza, e mons. Giampaolo Dianin, vescovo di Adria-Rovigo – i fedeli hanno potuto lasciare il loro saluto alla tomba del Cardinale Cè nella Cripta della cattedrale e, infine, ricordare alcune sue parole durante l’oratorio sacro, sempre in Basilica, in un momento di musica e di lettura di alcune sue omelie di quando era ancora pastore della Chiesa di Venezia (ruolo che ha mantenuto dal 1979 al 2002).

 

Il Card. Cantoni: «Il suo esempio di pastore e di vescovo mi ha illuminato»

«Io considero il Patriarca Marco un po’ come il mio maestro pastorale – dice il Cardinal Catoni nel suo ricordo – Il suo esempio di pastore e di vescovo mi ha illuminato soprattutto su come rapportarmi con i sacerdoti e con i fedeli della mia diocesi. È da lui, infatti, che ho imparato – e cerco ancora di imparare – a vivere queste stesse relazioni come relazioni in cui parlo della verità, ma in cui ne parlo sempre con tanto amore. Il suo stile mi ha insegnato a ricordare sempre tutti con affetto, anche coloro che sono più deboli e più fragili». Riflettendo poi su che cosa abbia da dire oggi la figura di Marco Cè alla Chiesa Italiana, Cantoni aggiunge: «Senz’altro la figura del Cardinale Cè potrebbe richiamarci alla centralità di Cristo e a vivere alla luce della fede le diverse esperienze di vita che capitano a ognuno, che siamo laici o consacrati. Ricordando le sue parole, infatti, tutti possono e devono sentirsi un frutto dell’amore del Signore, un amore al quale per ciascuno è data la possibilità di ricambiare».

Un patriarca che fu molto amato

Inoltre, a proposito della peculiarità per il vescovo di Venezia di chiamarsi “patriarca”, Cantoni sostiene che questo titolo si addiceva al carattere del Cardinale Cè: «Il Patriarca Marco, come ho potuto notare anche in questa occasione, era molto amato dalla gente, soprattutto dai veneziani. Si tratta di un affetto che dal lato del Patriarca era sicuramente corrisposto, dal momento che anche lui amava profondamente la sua diocesi e i suoi fedeli. Coltivava dei rapporti così belli, così intensi, ma anche così schietti, che era difficile non ammirarlo. Per conto mio, spero che questa tenerezza nell’amore possa proseguire, anche in tutti i pastori che si succedono».
Non è mancato poi il ricordo, più intimo e personale, dei laici che hanno collaborato con lui e gli sono stati vicini, anche da vescovo emerito, quando il Patriarca Marco, ormai anziano, risiedeva in campo San Barnaba. «Del Patriarca Marco si poteva dire questo: era un uomo che credeva davvero in quello che faceva e in quello che diceva – ha detto Alessandro Polet, giornalista dell’ufficio stampa della Diocesi, nonché amico del Patriarca  – Ognuno potrebbe portare molti esempi della sua limpidezza e trasparenza nei rapporti personali, della sua non doppiezza e onestà assoluta, in primo luogo verso Dio e verso se stesso».

 

Marco Cè, un profondo amore per la Parola di Dio

«Ricordo – continua Polet – l’intensità e la partecipazione assoluta con cui viveva la celebrazione dell’Eucaristia, non solo nelle celebrazioni in Cattedrale, ma anche in quelle feriali, o nelle messe vivaci degli esercizi spirituali al Cavallino». Un aspetto, secondo Polet, che si riscontrava anche nel profondo amore per la Parola di Dio, che il cardinale scrutava e gustava con il cuore e la mente anche in tarda età, quando gli fu regalata da alcuni amici una Bibbia dai carattere giganti, perché potesse continuare la sua quotidiana lettura delle Scritture». Infine, anche Polet è concorde nel testimoniare l’amore del Patriarca Cè verso la sua città: «Aveva uno sguardo che avvolgeva di tenera paternità e al tempo stesso capace di stupore. Sapeva stare con il potente e con il povero, dando dignità a ciascuno. Nella preghiera per la nostra Chiesa, domandava ogni volta al Signore di “rivestirla di santità”. Per lui era una preghiera fondamentale, affinché tutti potessero vivere non da “straccioni” in senso spirituale, ma da persone consapevoli dell’infinità ricchezza ricevuta da Dio. Come ci diceva lui stesso, “Dio vuole che lo chiamiamo sempre con il nome dolcissimo di “Abbà”, papà».

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