
Sono oltre 240 mq di tela dipinta quelli che costituiscono il titanico ciclo pittorico “Il poema della vita umana” di Giulio Aristide Sartorio (Roma, (1860–1932), realizzato per il Padiglione Centrale della VII Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale del 1907 e ora interamente allestito al secondo piano della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro a Venezia. L’enorme ciclo pittorico, appena restaurato, racconta in chiave simbolista la visione degli autori del primo Novecento e sarà visibile fino al 28 settembre nell’esposizione a cura di Matteo Piccolo, storico conservatore delle collezioni di Ca’ Pesaro, e di Elisabetta Barisoni, direttrice del museo nonché dirigente dell’area moderna e contemporanea dei Musei Civici veneziani.L’imponente complesso e monumentale ciclo fu realizzato da Sartorio in appena 9 mesi: «Era la primavera del 1906 quando il segretario generale della Biennale, Antonio Fradeletto, gli commissionò il grande ciclo decorativo. – racconta Piccolo – Fradeletto e Sartorio si incontrarono in una trattoria in Piazza del Pantheon a Roma per decidere l’argomento da inserire nel ciclo. I tempi erano stretti ma Sartorio iniziò subito a lavorare».

Sono 14 le scene realizzate, che diventarono subito il suo capolavoro. L’intero ciclo venne mantenuto anche per la biennale successiva del 1909 per poi essere acquistato e donato a Ca’ Pesaro dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III. Quattro le scene monumentali: Vita, Morte, Luce e Tenebre sono i grandi archetipi della mitologia classica che angosciano l’uomo. Eccezionale il risultato delle figure in movimento in particolare nei teleri Tenebre e Morte, la cui resa roteante sottolinea il valore simbolico. A queste si alternano dieci teleri verticali, in cui si dispiega una visione drammatica dell’esistenza, personificata dalle maestose figure nate dalla fervida immaginazione dell’artista romano. Il salone dove Sartorio espose era dedicato alla scultura e per questo la Biennale volle alle pareti decorazioni che fossero scultura dipinta. Sartorio infatti nei suoi monocromi adopera al massimo tre colori per rendere la plasticità delle figure. «Per realizzare il ciclo Sartorio diede priorità alle scene minori per poi passare alle 4 principali. Fu un lavoro rapido, ma in cui meditò a lungo e profondamente su come esemplificare i principali argomenti» continua Piccolo. Il ciclo si può leggere anche come il poema della vita di Sartorio, vista la situazione che stava vivendo in quel momento: «C’è dell’autobiografia in quello che Sartorio ha descritto. Il periodo in cui realizzò il suo capolavoro fu molto complicato: si era da poco separato in modo violento dalla moglie e gli era stata sottratta l’unica figlia».

“Il poema della vita umana”, visto il poco tempo a disposizione, fu realizzato da Sartorio con una particolare tecnica pittorica, piuttosto rapida da eseguire: «Usò una miscela di olio di papavero e cera sciolti in trementina. – spiega Piccolo – La stessa impiegata nella decorazione di Palazzo Montecitorio». Una tecnica molto delicata: «La cera una volta essiccata polimerizza e diventa molto rigida». Elemento questo che contribuì all’aggravamento dello stato conservativo del ciclo, in particolare dovuto alle complesse vicende conservative delle tele. L’opera ne subì di ogni: «Le tele arrivarono a Ca’ Pesaro smontate dai telai e rullate, per rimanere per molto tempo arrotolate nei depositi» spiega Piccolo, che ne ripercorre la storia. Nel ’38 vennero portate alle Galleria Nazionale di arte moderna di Roma. Un accordo che durò qualche anno fino a che il ciclo tornò in laguna, di nuovo trasportato rullato. «Tutto questo, unito alla particolare tecnica usata che non impiegò il semplice olio su tela, negli anni portò a perdite e importanti di materia pittorica, lasciando danni considerevoli». Ora il restauro, eseguito dalla restauratrice Giovanna Niero tra il 2018 e il 2019 e possibile grazie al finanziamento di 100 mila euro di Chanel tramite Art Bonus, ne ha restituito il valore: «Niero, che è mancata poco prima di vedere la mostra, si era presa a cura del ciclo portandolo nel suo studio un pezzo alla volta» ricorda Barisoni. Un video in mostra racconta le fasi del restauro. Per le scene più grandi inoltre sono stati realizzati nuovi telai con un tensionamento a molla continuo, così da adattarsi meglio alle tele per attenuarne i possibili problemi.
Poche negli anni furono le occasioni per rivedere il ciclo esposto interamente e sempre nelle sale di Ca’ Pesaro: la prima nel 1995 in occasione della mostra per il centenario della Biennale e poi dal 2009 al 2011, dopo i restauri che videro protagonista il museo. Per il resto il ciclo negli anni restò nei depositi, esponendo solo di tanto in tanto qualche cariatide. «La mostra è un sogno che si avvera. – ha detto Barisoni – Non avevo mai visto il ciclo completante esposto. Tutta la mostra si concentra sui temi del simbolismo, fase della storia dell’arte molto fugace, ericostruisce il contesto storico artistico in cui operò Sartorio, sia attraverso documenti d’archivio che con opere nazionali e straniere esposte alle Biennali negli stessi anni di artisti coevi a Sartorio. Al centro della sala centrale a dialogare con il ciclo del maestro romano la grande scultura “Il Pensatore” di Auguste Rodin, anch’essa presente nell’allestimento della Biennale del 1907 e acquistata per Ca’ Pesaro dal sindaco di allora Filippo Grimani. In mostra anche “La bagnante” di Max Klinger e opere di altri artisti come Henri Fantin-Latour, Ettore Burzi, Galileo Chin, compresa una selezione di autori delle scuola belga. Proprio il Belgio, infatti, fu il primo Padiglione Internazionale sorto ai Giardini. «Tutte opere pervenute nelle collezioni Muve che non sempre si riescono ad esporre per motivi di spazio» spiega Barisoni. Si pensi che la Fondazione Muve ha in totale 6.400 opere nei depositi. Ca’ Pesaro per quanto riguarda le sue collezioni cerca sempre di trovare un equilibrio tra la mostra permanente e le esposizioni temporanee. Oltre a Sartorio, infatti, due sono gli artisti contemporanei che ora espongono in museo: la giovane Eleonora Rinaldi (leggi qui) e l’astrattista Antonello Viola (leggi qui). «Lavoro qui da 28 anni e le opere in mostra che accompagnano il ciclo di Sartorio per il 90% non sono mai sono state esposte» ha aggiunto Piccolo, sottolineando l’importante restituzione alla città. Il ciclo di Sartorio pare fatto apposta per il secondo piano di Ca’ Pesaro: «Il desiderio – conclude Barisoni – sarebbe quello un domani di poterlo esporre in modo permanente».
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