
Un elogio a chi nello sport impara a perdere e non diventerà mai un campione. Questo è il film “Il Maestro”del regista Andrea Di Stefano, in uscita nelle sale il 13 novembre e presentato domenica 31 in anteprima fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia. Felice di nome, ma non di fatto, interpretato da un promettente Tiziano Menichelli, è un ragazzino che gioca a tennis, da sempre allenato dal padre che lo crede il futuro astro nascente del tennis Italiano e gli insegna che la vita è solo sacrificio, binari dentro cui stare, regole da seguire. Sulle sue spalle pesano le tante, troppe, aspettative del padre. Questo, quando Felice passa dai tornei regionali a quelli nazionali, decide di investire tutti i soldi, anche a discapito delle vacanze estive della famiglia, nel far seguire il figlio dal maestro Raul Gatti, ex tennista con un ottavo di finale agli Internazionali d’Italia al Foro Italico, interpretato da un eccellente Pierfrancesco Favino. Un ex giocatore che, a discapito di quanto tutti pensano, combatte contro il mal di vivere e l’instabilità emotiva e prende il caffè amaro “così come è la vita”, come recita in una battuta. Un film sul racconto di quanto l’ambizione dei genitori nei confronti dei figli possa diventare una gabbia da cui solo un maestro scapestrato può liberare.
Iniziati i nuovi tornei, gli avversari sono più forti e Felice si rivela in tutta la sua inadeguatezza, seguito da un maestro inetto, proprio come lui. I due iniziano un viaggio in giro per l’Italia e, torneo dopo torneo, sconfitta dopo sconfitta, dopo gli scontri iniziali il rapporto tra il maestro e l’allievo si va consolidando. Raul cercherà di far uscire Felice da quegli schemi che, seppur faticosi, lo hanno sempre fatto sentire sicuro. «Se non fosse stato per una condizione medica, Raul non avrebbe mai mostrato le sue debolezze a Felice, perché se ne vergona. Il personaggio che interpreto sa dare solo il peggio di sé, ma è proprio mostrando le sue ferite che aiuta il bambino a crescere. È un film che insegna che due sconfitti possono fare una vittoria» ha sottolineato Favino, dicendo che non aveva mai interpretato la parte di un personaggio così perdente, nello sport e nella vita. «Di Felice mi ha colpito la sensibilità e l’empatia. Stando sul set ogni persona, dagli attori ai macchinisti, mi ha insegnato qualcosa. – ha detto il giovane promettente Menichelli, la vera rivelazione del lungometraggio – Favino in particolare sul set è sempre stato presente con sincerità. Mi ha insegnato che durante le scene se un attore è fuori dall’inquadratura comunque deve impegnarsi al massimo per aiutare l’altro nella recitazione».
Le scene del film, che si dividono abilmente tra una sottile ironia e attimi di commozione, sono in parte autobiografiche: «In qualche modo volevo rendere omaggio all’incontro fortunato con un maestro di tennis che ebbi nella mia adolescenza e che mi ha aiutato a crescere» ha detto Andrea Di Stefano, spiegando che molte scene del film sono situazioni che ha realmente vissuto e ha provato a riprodurre. Inoltre il film, che si confronta con il tema del fallimento, lo aveva scritto oltre vent’anni fa, ma ha aspettato che il tempo passasse lasciando maturare l’idea. E aggiunge Ludovica Rampoldi, che con Di Stefano ha sceneggiato il film: «Eravamo forse troppo giovani per affrontare una storia che per Andrea è molto importante. La prima stesura era molto incentrata sulla commedia. Solo poi è stato inserito quello che ne fa il cuore pulsante: il peso delle occasioni mancate, i ripianti, il confronto con il fallimento. La nostra esperienza di questi vent’anni ha irradiato il copione di amarezza e malinconia che prima erano meno presenti. – e continua – Ne è uscita una commedia umana tra due personaggi con uno sguardo diverso: uno oberato dal peso delle aspettative del proprio futuro e l’altro dai ripianti del proprio passato. Imparare ad essere nel qui e ora, nel punto che si gioca in un dato momento, è stata la chiave di lettura per raccontare la storia».
In un momento in cui il tennis, grazie a Jannik Sinner, è portato in Italia ai massimi livelli, per il regista era importante raccontare anche chi non ha successo: «Di solito i film sullo sport si concentrano su storie di persone che alla fine ce la fanno. Ma questa non era la mia storia. Io non sono mai stato un vincente e mi sono sempre chiesto se narrativamente la storia di uno sconfitto poteva reggere. Volevo raccontare l’eroismo della sconfitta, perché la vita è altro e, nonostante gli insuccessi, il giorno dopo c’è sempre la speranza» dice il regista. «C’è un’ossessione sociale e narcisistica rispetto all’idea che bisogna per forza essere di successo. – ha detto infine Favino – Questo film invece fa vedere che per poter esistere al mondo non bisogna essere per forza i numeri uno». Di maestri anche lui ne ha avuti taniti, a volte anche casuali, spesso arrivati nei momenti meno attesi: «Ricordo in particolare Stefano Valentini, maestro di danza incontrato in Accademia mentre studiavo come attore. Lui non ti insegnava a ballare ma a trovare la musica dentro di te. Per me un insegnante dovrebbe essere questo, ed è un po’ quello che questo film dice». Il lungometraggio, significativo racconto di formazione, porta molta attenzione alla salute mentale e parla dello sport come grande maestro di vita. Perché l’importante non è vincere o perdere ma godersi il viaggio, capire che quello che si ricorderà non è tanto la meta ma la strada che si è fatta per raggiungerla.
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