
Eluisse prendeva la vita di petto e così era la sua arte: schietta, impattante e politica. Profondamente attento ai problemi del suo tempo, aveva capito il pericolo dell’avanzare della tecnologia, intuendo fin da subito che la macchina avrebbe finito per fondersi con l’uomo fino a fagocitarlo. Questo è quanto emerge dalla mostra “Eulisse, pittore per attitudine”, a cura di Stefano Cecchetto, inaugurata mercoledì 17 al Multimedial Laboratory art Conservation in Fondamenta della Misericordia a Cannaregio a Venezia, che omaggia il pittore veneziano Vincenzo “Cencio” Eulisse, mancato quasi un anno fa (1936 – 2024) all’età di 88 anni. La mostra monografica, aperta fino a sabato 27 dal mercoledì al sabato con orario 16 – 20, vuole ricordare l’artista ‘900esco in tutta la sua vitalità artistica ma anche politica, sociale e solidaristica, con opere praticamente inedite visto che, prevenienti dalla collezione della famiglia, non venivano esposte al pubblico da tantissimi anni. Un’occasione per riportare la sua figura all’attenzione della città che ha assistito alla sua maturazione, attraverso nove quadri e otto sculture degli anni che vanno dal 1967 fino al 2022. All’entrata subito colpisce il grande dipinto del 1997, alto oltre i due metri, che nella forma richiama quella delle pale d’altare, mentre nella sostanza rievoca i tormenti interiori degli uomini con grande vena coloristica di natura espressionista. Tra le sculture in bronzo spicca invece una Nike placcata d’oro che, incatenata e con le ali spezzate, è esplicativa del difficile periodo storico in cui il pittore ha vissuto.

Vincenzo Eulisse si afferma nel panorama artistico realizzando la sua prima personale nel 1958 presso la Fondazione Bevilacqua la Masa. Cresce artisticamente al fianco di Emilio Vedova, nelle vesti di suo assistente presso la Sommer Kunstakademie di Salisburgo, ereditandone l’energica gestualità sia nel segno che nelle cromie. Oltre all’impegno pittorico, partecipa ai dibattiti culturali veneziani, interloquendo con l’artista Vittorio Basaglia, gli ex partigiani, poi parlamentari del Partito comunista, Ivone Cesco Chinello e Girolamo Momi Federici e il compositore e musicista Luigi Nono. Ebbe l’onore di partecipare diverse volte alla Biennale d’arte di Venezia, affermatosi come artista eclettico dal forte senso civico. Nel 1986 per il Padiglione del Sudafrica, in una macelleria dismessa, realizza la sua installazione più provocatoria per destare l’attenzione sulle conseguenze dell’apartheid. Dal 1978 fu anche docente presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino dove, dopo 25 anni, concluderà la sua carriera accademica.

La mostra, organizzata nella sede espositiva del laboratorio di Adriana e Adriano Cincotto, artigiani restauratori dal 1997, ripercorre parte della storia artistica di “Cencio”, come veniva da tutti affettuosamente chiamato in città. Figlio delle avanguardie, la sua era una pittura che negli anni si è rivelata sempre più di stampo espressionista, riuscendo a conciliare astrattismo e realismo. «Un linguaggio tutto personale in cui non manca mai di mettere al centro l’uomo e lo rivaluta attraverso le trasformazioni sociali in atto» spiega il curatore Stefano Cecchetto. Quelle di Eulisse sono opere dalla decisa impronta cromatica, intensa e vibrante, attraverso cui attua una denuncia della crisi identitaria vissuta dall’uomo, in particolare tra gli anni ‘60 e ’70, per via della nascita dei primi calcolatori. «Uomo energico e di grande profondità, Eulisse capì subito che l’uomo stava iniziando a perdere la sua dimensione umana e sarebbe stato fagocitato e assorbito dalla macchina. E questo a metà del secolo inizia a rappresentarlo concretamente nelle sue creazioni pittoriche e nei collage, un aspetto che in mostra attraverso le opere esposte è chiaramente visibile. – continua Cecchetto – In quegli anni trova il suo linguaggio personale e comincia il ciclo di opere “L’uomo macchina”, incentrato proprio sull’ibridazione dell’umano dopo le recenti scoperte tecnologiche. In queste, l’uomo subisce anche trasformazioni fisiche, di una macchina che si fa sempre più spazio prevalendo sui corpi. Resta fondamentale però in Eulisse l’idea della figura umana che vuole riuscire a dominare». Nelle sue opere infatti non manca il recupero dei miti classici, dove i corpi richiamano quelli michelangioleschi, pur inseriti in creazioni che mescolano insieme realtà e mondo onirico, integrandosi insieme grazie anche ai riferimenti architettonici come anelli di congiunzione tra i due mondi.
Un artista veneziano che nelle sue opere però parlava poco della città, essendo queste orientate più a un livello politico e sociale generale. Nelle realizzazioni non mancano anche richiami alla guerra, che riecheggia in tutta la sua durezza: «La sua è sempre stata una pittura politica e sociale contro le guerre e le sopraffazioni» sottolinea ancora il curatore. In particolare nell’opera esposta realizzata nel ‘67 l’artista rappresenta, con un messaggio esplicito, una mano che tiene una lama come se fosse una ghigliottina. Un dipinto molto simbolico che realizza quando era ancora molto giovane, ad appena 30 anni. Ma di Eulisse, oltre all’artista, a rimanere nel cuore delle persone che lo hanno conosciuto è soprattutto l’uomo, comunicativo ed estroverso: «Nel 2015 andai a casa sua per fargli un’intervista e ricordo che mentre parlavamo lui continuava a disegnare incessantemente su un album da disegno, strappando di volta in volta i fogli. Parlava e, contemporaneamente, disegnava freneticamente. Alla fine con mia sorpresa mi donò tutti i disegni, dicendomi che così mi sarei per sempre ricordato del nostro incontro. – ricorda Cecchetto – Eulisse è stato una figura molto significativa per il mio percorso artistico. Questo aneddoto fa comprendere la sua generosità, che però lo penalizzava nelle quotazioni del mercato dell’arte. Anche per questo ebbe più successo solo verso la fine dei suoi anni ed è conosciuto maggiormente per le opere degli anni ’90».
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