
Nel suo libro “Quando il mondo dorme”, Rizzoli 2025, Francesca Albanese – giurista, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati – rompe il muro dell’indifferenza e ci consegna un’opera che è al tempo stesso testimonianza, denuncia e invito alla coscienza civile. Il volume raccoglie dieci ritratti intensi di uomini e donne palestinesi, narrati con uno stile sobrio ma potentemente evocativo. Le loro storie, pur nella sofferenza, sfuggono alla logica del vittimismo: sono voci che resistono, si rialzano, trasformano la propria esistenza in atto politico. Il progetto nasce da una consapevolezza maturata sul campo: l’occupazione israeliana non è soltanto un fatto militare, ma un sistema radicato, ramificato, che agisce a livello amministrativo, giuridico, economico e psicologico. “È una realtà sofisticata, un meccanismo di dominio che si è fatto struttura”, spiega Albanese, “La Palestina non è solo una crisi: è lo specchio del fallimento della giustizia internazionale, della credibilità dell’Occidente”. La forza del libro risiede nella capacità dell’autrice di far parlare le persone senza filtri retorici, lasciando che siano le loro storie a svelare la complessità di una realtà che i media tendono a semplificare. Non si tratta di propaganda, ma di una meticolosa ricostruzione basata su anni di ricerca sul campo, analisi giuridica e testimonianza diretta. Albanese, che ha vissuto a Gerusalemme con la sua famiglia, scrive da una posizione di conoscenza profonda e partecipazione emotiva. Il titolo stesso, “Quando il mondo dorme”, è un’accusa e insieme un appello. L’autrice non nasconde la sua posizione: di fronte a quello che definisce “colonialismo da insediamento” e a forme estreme di violenza sistematica, la neutralità diventa complicità. Eppure il libro non cade mai nella retorica dell’odio. Al contrario, dà voce anche agli israeliani contrari alle politiche di Netanyahu, agli studiosi ebrei come Ilan Pappé che denunciano l’apartheid, mostrando come la critica alle politiche di Israele non coincida affatto con l’antisemitismo.

Albanese si sofferma anche sul pericolo di ridurre la questione palestinese a una disputa religiosa o etnica: “Non è una guerra tra popoli, ma un sistema di apartheid, riconosciuto come tale da organizzazioni indipendenti e giuristi di fama mondiale.” La forza del suo libro sta proprio nel rifiuto della semplificazione. L’autrice smonta con lucidità la retorica dominante che assimila la critica all’operato del governo israeliano all’antisemitismo. “È un’accusa strumentale che serve a silenziare le voci critiche. I diritti umani o valgono sempre, o non valgono per nessuno.” Il libro si apre e si chiude con due figure emblematiche: Hind Rajab, la bambina di sei anni che chiede aiuto al telefono prima di morire sotto i colpi dell’artiglieria israeliana, e Refaat Alareer, il poeta e professore ucciso in un bombardamento mentre insegnava ai suoi studenti a “riumanizzare gli israeliani”. Tra questi due estremi di innocenza violata e intellettuale impegnato, Albanese intesse un racconto corale fatto di dieci ritratti che restituiscono dignità narrativa a chi troppo spesso viene ridotto a numero. Il libro è anche un monito: davanti al genocidio, all’occupazione, alla cancellazione sistematica di un popolo, non è più tempo di neutralità. Chi legge, oggi, ha la possibilità di scegliere da che parte stare. La Palestina, nel racconto di Francesca Albanese, non è solo una causa politica, ma una prova morale per l’umanità intera. Lungi dall’essere un saggio tecnico, “Quando il mondo dorme” è un libro che interroga e coinvolge. Ogni pagina è attraversata da una tensione etica: quella di chi non può più tacere. Il diritto diventa narrazione, le norme si intrecciano con le vite, e la denuncia si fa racconto, memoria, responsabilità. “Quando i governi dormono, devono svegliarsi i cittadini”, ammonisce Albanese. La prosa è asciutta ma mai fredda, documentata ma mai accademica, partecipe ma mai sentimentale. Un libro che ognuno di noi dovrebbe leggere, non per schierarsi in una guerra di parole, ma per capire cosa significhi oggi difendere i diritti umani quando tutto sembra congiurare contro di essi. Un’opera imprescindibile per chi si interessa di geopolitica, diritti umani e narrativa di testimonianza.
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