
Dal carcere la red Carpet: le detenute della Giudecca hanno vestito Emanuela Fanelli. Mercoledì 3 settembre, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il red carpet ha raccontato una storia diversa dalle altre. Tra i flash e le grandi firme internazionali, la madrina del Festival, Emanuela Fanelli, è arrivata indossando un abito sartoriale nato non in un
atelier di lusso, ma all’interno del carcere femminile della Giudecca. Un capo realizzato dalle mani delle detenute del laboratorio sociale Banco Lotto n.10, che da anni trasforma stoffe e tempo in nuove possibilità. Emanuela Fanelli, attrice e regista conosciuta per il suo impegno a raccontare storie di personaggi autentici, spesso fragili e complessi, che riflettono le sfumature di una realtà poco raccontata. Ha scelto con consapevolezza un capo che va oltre il semplice abito: elegante e minimale, con richiami retrò tipici di Banco Lotto n.10. Questo abito rappresenta un vero e proprio messaggio di riscatto e speranza, simbolo di donne che ogni giorno ricuciono la propria identità con pazienza e determinazione. Indossarlo ha significato rendere visibili storie nascoste. Il red carpet ha accolto non solo un vestito elegante, ma tutte le mani e le speranze che lo hanno reso possibile. In quel gesto, la moda diventa simbolo di cura, umanità e legame, ricordandoci che anche nei luoghi più inaspettati può nascere bellezza.

A raccontare l’anima di Banco Lotto n.10 è Adriano Toniolo, responsabile della cooperativa sociale Il Cerchio, che coordina il progetto all’interno della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca. «Banco Lotto n.10 non è solo un laboratorio artigianale, è soprattutto un luogo di rinascita», spiega Toniolo. «Le donne che vi lavorano imparano non solo un mestiere, ma anche a riscoprire la loro dignità, a ritrovare fiducia in sé stesse. La routine della produzione, la cura per ogni capo, l’attenzione ai dettagli sono un percorso che va ben oltre la semplice formazione professionale».
Il progetto coinvolge oggi una decina di detenute, selezionate con criteri di motivazione e volontà di impegnarsi. «Chi ci lavora dentro si arricchisce parecchio — aggiunge Toniolo — abbiamo a che fare con persone che andiamo a togliere dall’inedia, dall’afflizione, e le
portiamo in un percorso positivo. Un percorso che le porta a ricostruire l’autostima, ad avere fiducia in se stesse. Hanno un normale cedolino paga con un regolare contratto, magari per mandare anche soldi a casa alla famiglia, e soprattutto a riprendere in mano la loro vita per rientrare nella società». Toniolo sottolinea anche l’importanza del contesto e delle opportunità: «Nessuno nasce cattivo. A fare la differenza, spesso, è il contesto in cui si nasce, le opportunità che si ricevono, la presenza o l’assenza di qualcuno che sappia vedere e coltivare il potenziale che ciascuno porta dentro di sé». Banco Lotto n.10 diventa così uno spazio in cui il lavoro artigianale e la cura per il dettaglio non producono solo oggetti, ma danno senso, fiducia e prospettiva alle donne
coinvolte.

La cooperativa sociale Il Cerchio, che coordina il progetto, accompagna le detenute in un
percorso che va oltre la sartoria: dalla lavanderia interna, dove si imparano tecniche di cura e
igiene dei tessuti, fino alla gestione del negozio di Campo Sant’Aponal a Venezia e al
temporary shop durante la Mostra del Cinema sul Lido. Le detenute che lavorano nel laboratorio parlano con orgoglio del loro impegno. Una di loro racconta: «È un onore. Le persone comprano questi vestiti perché sanno che dietro c’è una storia. Non ci giudicano, non ci guardano con pietà. Anzi. Sono consapevoli di non comprare solo un capo d’abbigliamento ma sanno di star contribuendo ad un grande progetto. Vedono il valore. E per noi è importante, perché spesso nella nostra vita non ci ha visto nessuno». Ha spiegato inoltre quanto sia concreto il senso di comunità tra le donne del carcere. L’attività quotidiana, che può sembrare semplice come cucire o lavorare i tessuti, diventa in realtà un’occasione per creare relazioni stabili e affidabili. Attraverso questi gesti ripetuti, le detenute instaurano un sistema di supporto reciproco, condividendo competenze, esperienze e momenti di confronto che rafforzano i legami all’interno del gruppo.
Il negozio stabile di Campo Sant’Aponal offre uno spazio dove la vita delle detenute incontra quella dei veneziani e dei turisti, creando un contatto reale e umano. Qui si percepisce il rispetto per il lavoro e la cura che accompagna ogni capo, e la possibilità di conoscere chi lo ha creato. Il temporary shop sul Lido, durante il Festival del Cinema, moltiplica questa visibilità, trasformando la passerella in un luogo di attenzione, dialogo e scoperta. La scelta della madrina è stata accompagnata da una mostra allestita al Lido, presso le Piccole Procuratie, intitolata “Le ristrette del Banco Lotto n.10”. Un’esposizione di capi e accessori realizzati nel laboratorio del carcere e messi in scena come vere opere d’arte, a testimonianza che la creatività può sopravvivere anche nelle condizioni più dure, e che la bellezza può essere uno strumento di riscatto, se accompagnata da un progetto serio e strutturato.
C’è un filo invisibile che lega tutte le storie, le mani e le fatiche di Banco Lotto n.10: è il filo della possibilità. Non cancella il passato, ma lo trasforma in esperienza, competenza e fiducia.
Ogni cucitura, ogni piega stirata, ogni capo completato è un piccolo gesto di rinascita, un passo verso un futuro costruito con pazienza e dedizione.
Nel cuore della Casa di Reclusione Femminile della Giudecca, dove ogni giorno si combatte
una battaglia silenziosa tra colpa e speranza, Banco Lotto n.10 porta avanti una visione della moda che sovverte le regole e abbatte i pregiudizi. Qui, un abito non è solo un capo da indossare, ma un simbolo tangibile di trasformazione, cura e identità. Quando una detenuta cuce una tasca, rifinisce un bordo, stira con attenzione un tessuto, non sta solo lavorando: sta mettendo insieme pezzi della propria storia, sta cercando un nuovo linguaggio per raccontarsi al mondo. Il risultato sono capi unici che raccontano un’identità doppia: quella della persona che li indossa e quella di chi, dietro le mura del carcere, li ha creati con dedizione. È sostenere un modello di produzione giusto, umano, circolare. È contribuire a cambiare lo sguardo su chi vive la detenzione non solo come punizione, ma anche come possibilità di rinascita. Il negozio rappresenta un luogo di scambio umano, culturale, sociale. Un crocevia dove turisti da tutto il mondo – molti dei quali già informati sul progetto – entrano con curiosità e ne escono con gratitudine. Il Festival è diventato così un amplificatore ideale: luogo di cultura, di narrazione, di rappresentazione. Portare la moda etica in un contesto come quello significa inserire nel discorso culturale qualcosa che, spesso, rimane invisibile. Portare l’umanità del carcere sulla scena pubblica è allora un atto rivoluzionario che con un abito, racconta un’esperienza estetica che parla al cuore.
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