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Andrea Macrì, l’opportunità delle Parlaimpiadi in casa per andare oltre la disabilità

Dopo il terribile incidente del 2008, Andrea Macri ha conosciuto lo sport paralimpico e ora è pronto per disputare le gare di Para Ice Hockey nello stadio di casa. La sua sarà la quinta Paralimpiade, questa volta impegnato anche nel ruolo di Ambassador di Fondazione Milano Cortina 2026

Una grande opportunità. Questo rappresentano per Andrea Macrì, torinese classe 1991, atleta paralimpico di Para Ice Hockey, le Paralimpiadi di Milano-Cortina che dal prossimo 6 marzo lo vedranno impegnato in pista insieme alla sua squadra e che GVperTe ha intervistato per l’occasione. Era il 2008 quando Andrea, oggi Ambassador della Fondazione Milano Cortina, in quarta liceo, mentre era a scuola durante l’intervallo, sente un boato fortissimo e gli crolla addosso il vecchio controsoffitto in cemento della sua aula, in cui qualcuno molti anni prima aveva tra l’altro dimenticato pezzi di tubature di ghisa di un vecchio bagno. Proprio queste sono state la causa principale della frattura vertebrale che lo ha costretto a varie operazioni ed ad un ricovero di nove mesi nel reparto dell’unità spinale di Torino. È qui che ha conosciuto la scherma in carrozzina, con cui ha fatto le Paralimpiadi di Londra del 2012, e il para ice hockey, sport a cui poi ha deciso di dedicarsi totalmente, che lo ha portato poi a vivere altre tre Paralimpiadi: quelle di Sochi del 2014, PyeongChang del 2018 e Pechino del 2022.

Che ricordi hai dell’incidente e come hai trovato la forza per andare avanti?

Di quella giornata ricordo tutto. Sono sempre stato sveglio e oggi dico purtroppo, perché con il senno del poi avrei preferito non esserlo. Dopo quel giorno c’è stato un periodo molto lungo in ospedale dove a tutti gli effetti ho vissuto lontano dalla mia famiglia. Durante questo tempo ho scoperto il mondo della disabilità, un mondo che non conoscevo per niente, e di conseguenza il mondo dello sport paralimpico. Quello che ha contribuito a fare in modo che scegliessi di andare avanti sono state le persone. Ho avuto la fortuna di essere circondato da persone straordinarie durante il mio periodo di ricovero: la mia famiglia prima di tutto, gli amici che continuavano ad essermi sempre affianco, ma anche altri pazienti, fisioterapisti ed infermieri. Ero diventato quasi la loro mascotte, ci tenevano a me e soprattutto volevano che capissi che la vita non era finita e che per un ragazzo di 17 anni c’era ancora un mondo intero da scoprire. Per fortuna non ci ho impiegato tanto a capire che la vita aveva ancora tanto da offrirmi. Mi sono sentito quasi subito in dovere di spronarmi. Da quel giorno infatti ho sempre vissuto con l’idea che io c’ero ancora, mentre il mio compagno Vito che era morto sul colpo purtroppo non c’era più. Io ho avuto una possibilità che lui non ha neanche potuto scegliere e da quando dopo il coma ho riaperto gli occhi e ho iniziato a muovermi ho sempre cercato di onorare questa cosa, soprattutto per lui. Non è stato facile, i primi giorni è stata veramente dura, dovevo stare immobile nel letto a fissare il soffitto e quelli sono stati i momenti peggiori.

Come ti sei avvicinato a Para Ice Hockey?

Ho iniziato durante il mio periodo di ricovero nel 2009-2010 grazie ad un mio caro amico che era ex componente della nazionale italiana di Para Ice Hockey, Claudio Zanotti. Lui era paziente dell’unità spinale in day hospital e un giorno si è presentato e mi ha detto: “Sta sera chiedi ai medici il permesso per uscire che ti porto al palaghiaccio”. Da lì in poi non ho mancato mezzo allenamento. Subito mi sono trovato a mio agio, era il periodo in cui stavo affrontando il mondo della disabilità e iniziavo a vedere quanto fosse normale, scoprendo che potevo essere me stesso e non nascondermi, visto che ero in mezzo a persone che con me condividevano situazioni analoghe. Ho imparato così a trovare il mio posto all’interno della società e ho capito che potevo togliermi delle belle soddisfazioni. Questa disciplina, ma anche la scherma in carrozzina che avevo provato nello stesso momento, così come il canottaggio e il tennis, mi hanno insegnato il rispetto per l’avversario e per il prossimo, che penso sia il valore più importante. La squadra per me è come una seconda famiglia, tra di noi abbiamo grande fiducia e non è semplice, soprattutto visto che è fatta di ragazzi di 24 anni ad adulti di 54 anni. La nostra forza più grande è la volontà di essere gruppo, condividere le giornate insieme e ogni momento.

La gara che oggi più ti è rimasta nel cuore?

La finale per la medaglia di bronzo di PyeongChang nel 2018, perché ha rappresentato il momento più alto dell’hockey italiano olimpico e paralimpico. Siamo stati vicinissimi a metterci al collo qualcosa che sarebbe stato storico (la medaglia di bronzo ndr). Ci è andata male e quindi oltre che essere uno dei momenti più belli per me è anche uno dei più brutti. Resta però un punto di svolta che fa capire dove la nazionale italiana di Para Ice Hockey è arrivata e dove potrebbe arrivare tra poco.

La cosa che per te è stata più difficile a livello umano e sportivo?

La parte più difficile è stata accettare la mia disabilità, ma forse ancora più difficile farla accettare agli altri, far si che non mi caratterizzasse. Negli anni poi ho dovuto anche cercare di superare la vergona di mostrarmi per quello che sono. Oggi non mi vergogno più di mostrarmi con i pantaloncini corti e il tutore in vista, quello che però resta difficile da superare sono gli occhi delle persone che guardano ancora la disabilità come qualcosa di strano o mai visto prima. Dal punto di vista sportivo, invece, nella nostra squadra lavoriamo tutti. Quando ho iniziato a praticare sport ad alto livello la cosa più difficile è stata crederci e trovare continuamente stimoli, soprattutto raggiunti determinati obiettivi. Forse gli ultimi mesi sono uno dei periodi più difficili degli ultimi 15 anni della mia esperienza sportiva perché gli stimoli sono diminuiti molto e le difficoltà sono aumentate in modo incredibile. Quindici anni fa ho conosciuto il movimento del Para Ice Hockey quando era in completa crescita, invece piano piano l’ho visto spegnersi. Da 60 tesserati in tutta Italia siamo arrivati ad oggi a meno di 30 con i Giochi in casa. Un movimento che non è stato quasi mai promosso, e l’opportunità dei Giochi di Milano-Cortina per il mio sport non è stata minimamente colta. La difficoltà più grande è essere riconosciuti come la nazionale italiana di Para Ice Hockey, non abbiamo per niente visibilità e questo per noi forse è il limite più grande, perché per performare al meglio abbiamo bisogno di aiuti anche economici e purtroppo senza visibilità non ci sono partner o aziende che vogliano investire su di noi come gruppo. Tra pochi giorni al Santa Giulia Ice Hockey Arena giocheremo davanti a migliaia di persone, speriamo di migliorare anche questo aspetto per noi fondamentale, soprattutto in ottica futura. Ci preoccupa infatti il futuro del nostro sport, che ha bisogno di forze fresche, di nuovi ragazzi e ragazze che vogliano anche solo provarlo, perché il 90% di chi prova il nostro sport poi se ne innamora. Però questo non è il nostro compito. Noi dobbiamo dare il massimo per far emozionare e far innamorare più persone possibili del nostro sport. Proprio in virtù di questo siamo una squadra forte e molto motivata, nessuno di noi fa questo sport per lavoro quindi se ci svegliamo alle 5 alla mattina per andarci ad allenare è perché lo vogliamo fare e sentiamo la responsabilità nel vestire la maglia della nazionale. La forza di volontà è la chiave per andare avanti e per arrivare alle Paralimpiadi di Milano-Cortina.

I giochi serviranno per parlare della disabilità in termini di inclusione e rispetto, mettendo al centro le persone. Qual è il messaggio che più di tutti vorresti passasse?

Avere i giochi in casa sarà di enorme aiuto. Il cambiamento che le Paralimpiadi portano con sé a livello sociale e culturale è incredibile, perché aiutano a vedere la disabilità non come un limite o qualcosa legato al fisico, ma come una parte normale e automatica di qualcosa di più generalizzato che è lo sport. Lo sport aiuta a vedere la disabilità, a normalizzarla e a farla percepire in un modo totalmente nuovo. Vorrei che durante le Paralimpiadi venga veicolato solo il gesto sportivo, la performance e la giocata. Non fermarsi al tipo di disabilità o che le persone pensino che è già tanto se riusciamo a giocare o scendere da una pista da sci. Bisogna andare oltre questo, noi rappresentiamo il top degli sport invernali paralimpici e dobbiamo essere riconosciuti come tali. Rispetto ai colleghi olimpici abbiamo delle difficoltà maggiori, sarebbe ipocrita non dirlo, però vestiamo la stessa maglia, rappresentiamo lo stesso Paese a abbiamo la stessa responsabilità, dobbiamo dare tutto quello che si può dare. Essere alle Paralimpiadi è un premio che viene dato a chi se lo è meritato, ed è un evento che prima di tutto bisogna godersi ma che va anche onorato.

In tema di inclusione e barriere architettoniche quanto ancora deve migliorare l’Italia?

Siamo tra i migliori, ma non siamo i primi della classe. Io sono 15 anni che faccio parte di questo mondo e ho visto un livello di crescita incredibile, solamente negli ultimi due anni grazie ai Giochi. Tutto questo ha portato all’inserimento dello sport nella costituzione italiana, ci sono poi stati permessi sportivi anche per atleti paralimpici,  l’apertura dei gruppi sportivi militari per sport individuali paralimpici e nuovi permessi per la maternità delle atlete. Sono cose che fanno una differenza incredibile. Dal punto di vista sportivo, oggi una delle maggiori difficoltà è l’adeguamento dell’accessibilità degli impianti vecchi. Vedo però che se oggi si deve rinnovare o costruire un palazzetto da giaccio si pensa già alle balaustre adeguate per rendere accessibile l’attività anche a persone con disabilità, ed è un enorme passo avanti. La mia disabilità mi permette di deambulare e ho un livello di autonomia tale che posso fare tutto, concentrarmi sul lavoro, essere dipendente d’azienda, allenarmi, muovermi con la macchina e  vivere da solo da quando ho vent’anni.

Qual è il tuo ruolo come Ambassador della Fondazione Milano Cortina?

Da tre anni e mezzo lavoro come legacy manager al progetto dei Giochi. All’inizio mi sono occupato dell’area Paralympics Games Integration, che riguarda tutta la parte di integrazione paralimpica nelle varie aree organizzative e funzionali della Fondazione, mentre da un anno e mezzo mi occupo di legacy per far sì che i Giochi possano lasciare un’impronta sul territorio. Non solo tramite le infrastrutture, che comunque rappresentano un grande parte della legacy che resta tangibile, ma ci sono centinaia di progetti della Fondazione ma anche fatti dai nostri partner che continueranno anche dopo i giochi per cercare di avviare e sviluppare qualcosa che possa creare interesse e lasciare un’eredità, che è il motivo per cui i giochi esistono.

Come concili lavoro e allenamenti, e cosa desideri dopo le Paralimpiadi?

Ci vuole tanta forza di volontà e sacrifici, viste le tante ore tolte alla vita personale. Lo facciamo perché ci piace, perché poi quando entreremo all’Arena di Verona sarà tutto ripagato. Fino ad un mese fa i miei allenamenti sul ghiaccio erano due volte alla settimana, che integravo con la palestra, ma ora ho aggiunto il terzo allenamento. Io vivo a Torino, lavoro a Milano e gli allenamenti sono sparsi tra Torino e Varese, dove impiego due ore di macchina per fare massimo 50 minuti di allenamento su ghiaccio. Dopo le paralimpiadi spero che saremo riusciti ad avere nuovi atleti e che in Italia il movimento del Para Ice Hockey non finisca. Dal punto di vista personale, invece, dopo il mio lavoro nella Fondazione Milano Cortina, desidero crescere professionalmente sempre all’interno del mondo sportivo.

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