
«La Santa Sede non ha bisogno di andare a raggranellare consenso immediato, ma chiede la profondità. Attraverso il proprio sguardo, attraverso il proprio ascolto, è l’unica che può dire qualcosa sulla guerra che altri non possono dire per ovvie cautele legate ad alleanze, sensibilità e rapporti». Con queste parole il Presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco è intervenuto all’Hotel Excelsior del Lido di Venezia nella mattinata di martedì 2 settembre, all’incontro Per un’architettura dello sguardo. Opera Aperta – La Santa Sede alla Biennale di Venezia. Con la conduzione di Elisabetta Soglio, penna del Corriere della Sera, sono entrati in dialogo anche il Cardinale Jose Tolentino de Mendonça, Prefetto al Dicastero della Cultura e dell’Educazione della Santa Sede, Giovanna Zabotti e Marina Otero Verzier, curatrici del padiglione della Santa Sede, Monsignor Davide Milani, Officiale del Dicastero della cultura e dell’educazione della Santa Sede, Segretario generale della Fondazione Pontificia Gravissimum educationis e Presidente della Fondazione Ente dello Spettacolo, e Ila Beka e Louise Lemoine, artisti e ricercatori.«Mentre la carne si spacca e lo spirito cerca luogo, la Santa Sede si può concedere questi orizzonti di coraggio che ci consentono di poter portare il nostro sguardo laddove c’è l’effettiva proibizione di portare i nostri occhi, il nostro ascolto laddove non ci sono le parole per decifrare l’assordante silenzio che intorno a noi lascia scorrere i giorni del calendario. Tutti possiamo benissimo vedere, ma guardare è un’altra cosa» ha proseguito Buttafuoco.

Pur condividendo quanto detto dal Presidente della Biennale, il Cardinale Tolentino ha poi lanciato un monito: «Lo sguardo non è un automatismo, un semplice frutto della biologia. Il nostro sguardo ha bisogno di essere interrogato: cosa vediamo, cosa non vediamo, cosa scegliamo di osservare, di nascondergli? Per la qualità delle nostre democrazie è molto importante la riflessione sull’architettura dello sguardo», che sia capace di scorgere, da un lato, il bello, l’autentico, il vero, ma, allo stesso tempo, anche l’altro. «Perché tutti gli sguardi hanno i propri limiti e dobbiamo esserne coscienti. San Paolo lo ricorda nella prima lettera ai Corinzi: noi vediamo in un modo imperfetto, noi vediamo come è una visione di uno specchio confuso. E questa consapevolezza è molto importante». Per questo, il Cardinale ha poi ricordato le capacità dell’arte di condurre in una riflessione più ampia chi ne fruisca, di ampliarne gli orizzonti e, appunto, lo sguardo: «l’Arte, nelle sue diverse discipline, e penso al Cinema, ma anche all’Architettura, ci permette di riflettere sullo sguardo. Lo sguardo può essere una soglia, un luogo di incontro, una forma di ascolto, il primo e fondamentale esercizio di responsabilità nei confronti degli altri e del mondo. Oppure, può essere una forma di invasione, di divisione».

L’evento, organizzato dalla Fondazione Ente dello Spettacolo ed il Dicastero della Cultura e dell’Educazione nello spazio incontri di Venice Production Bridge dell’Hotel Excelsior, rientrava nel palinsesto del progetto Che Spettacolo!, un’intesa tra RCS Media Group e la Fondazione Ente dello Spettacolo (istituita nel 1947 per promuovere la cultura cinematografica in Italia su mandato della Conferenza Episcopale Italiana, ndr) che vede Corriere della Sera, IO Donna e Rivista del Cinematografo commentare e raccontare la Mostra del Cinema dai suoi luoghi iconici. E proprio la collaborazione con le autorità ecclesiastiche è stata al centro di uno degli interventi di Pietrangelo Buttafuoco, che ha detto: «Il rapporto con la Santa Sede mi piace particolarmente – senza nulla togliere al rapporto con le altre nazioni partecipanti–, perché ci garantisce un attraversamento del tempo accompagnato a temi che reclamano un ascolto potente nell’interiore di ognuno di noi, ma anche nella coralità. Io ho un senso di totale gratitudine nei confronti della Santa Sede perché si può concedere, sulla scena internazionale, attraverso le discipline dell’Arte, di dire cose che altrimenti, per cauta diplomazia, altri – le singole individualità, ma anche le singole nazioni – non possono dire». Nella convinzione che «soltanto la libertà spirituale permette questi scavi; solo e soltanto quella, nell’invincibilità della parola di purezza».
A fare da sfondo alle riflessioni degli ospiti che si sono succeduti sul palco, Opera Aperta, il progetto – o «bottega», come preferiscono chiamarla le curatrici – del Padiglione della Santa Sede alla Biennale di Architettura, ospitato nel complesso di Santa Maria Ausiliatrice, in Fondamenta San Gioacchin a Castello (leggi qui). «Opera Aperta è una serie di linguaggi diversi che aiutano le persone non a venire a vedere uno spazio, ma a partecipare, in realtà, ad una grande bottega, ad un grande cantiere aperto» dicono le curatrici. Il restauro di cui la chiesa sconsacrata aveva bisogno è infatti stato aperto al pubblico e alla cittadinanza, dimodoché non ne vedessero solo il risultato ultimo, ma vi potessero partecipare. Così, professionisti ed artigiani si ritrovano al fianco, appunto, di gente qualunque, che sia attratta dal Padiglione e dalla sua filosofia. «Quello che penso sia interessante, anche rispetto all’ambito della Mostra del Cinema in cui ci troviamo, è capire che lo sguardo è anche un modo di costruire un percorso per uno spazio. – ha commentato infine Giovanna Zabotti – Come ogni film, vivere uno spazio ha valore veramente quando lo si condivide e diventa un luogo di incontro per le persone, che sia con sé stessi, con gli altri o con l’invisibile».
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