
L’aderenza e la persistenza al trattamento farmacologico – cioè l’assunzione dei medicinali nelle dosi e nei tempi indicati dal medico e il mantenimento della terapia nel tempo, senza interromperla prematuramente – rappresentano dei fattori fondamentali per il successo della cura e tutto ciò è particolarmente vero in caso di patologie cardiovascolari.
I dati dell’OMS denunciano purtroppo come, in Italia, per i farmaci antiipertensivi questa aderenza sia del 50% circa, contro un valore ottimale che dovrebbe aggirarsi intorno all’80%, mentre per le statine – i farmaci efficaci per ridurre i livelli di colesterolo nel sangue di cui abbiamo già parlato in questo spazio – tale percentuale sfiori appena il 40%. Le ricadute sulla salute sono evidenti.

In sostanza la metà dei soggetti in terapia continuativa per ipertensione assume regolarmente e continuativamente i farmaci, secondo le prescrizioni del cardiologo e/o del medico di famiglia, e meno della metà assume la terapia prescritta per abbassare il colesterolo, in prevenzione primaria o dopo aver avuto un infarto.
Questo comporta, a livello generale, un aumento degli interventi di assistenza sanitaria, della morbilità e della mortalità, rappresentando un danno sia per le persone, sia per il sistema sanitario e per la società. A livello di singolo paziente, invece, ne deriva un deciso incremento del rischio di sviluppare una malattia cardiovascolare o le sue complicanze. Assumere regolarmente i farmaci, secondo le indicazioni del medico, comporta un minor rischio di finire in ospedale e una maggiore sicurezza del trattamento.

Purtroppo il fenomeno è dovuto al fatto che molte patologie, come l’ipertensione, il diabete, le dislipidemie, sono sostanzialmente asintomatiche e pertanto il paziente può non rendersi conto della necessità di assumere tali molecole… Almeno fino a quando la patologia non si manifesta, talvolta con tutta la sua drammaticità.
Per minimizzare questo fenomeno, allora, è fondamentale una forte “alleanza” tra medico e paziente: un patto fondato sulla fiducia e il rispetto reciproci. Il medico dovrà spiegare chiaramente alla persona il motivo per cui prescrive la terapia, le modalità di assunzione, i tempi per cui dovrà assumerla, gli eventuali possibili effetti collaterali. Un po’ come succede per qualunque intervento chirurgico in cui nessun medico si sognerebbe mai di operare un paziente senza avergli spiegato le fasi dell’intervento e i possibili rischi.

Il paziente, però, dal canto suo, dovrà impegnarsi innanzitutto a seguire le indicazioni del medico, senza variare in modo autonomo i dosaggi e gli orari di assunzione dei farmaci, e poi a non interrompere la terapia senza concordarlo prima con il sanitario.
Migliorare l’aderenza ai trattamenti anche solo del 15% permetterebbe di ridurre in modo significativo il rischio di infarto, ictus e mortalità cardiovascolare, ed avrebbe un impatto positivo non solo sulla salute dei pazienti, ma anche sui conti della sanità con una possibile riduzione dei costi assistenziali, si stima, di oltre 300 milioni di euro l’anno. Un’alleanza solida tra medico e paziente, dunque, porterà a trarre il maggior beneficio dalla terapia prescritta, a minimizzare i rischi per la persona e – perché no? – anche ottimizzare i costi del sistema sanitario.
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