
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel ritrovarsi nella Basilica di San Marco per parlare di matrimonio. Domenica 1 marzo, sotto l’oro dei mosaici e la luce che filtra dalle grandi arcate, decine di coppie di fidanzati provenienti da tutta la Diocesi di Venezia si sono raccolte attorno al Patriarca Francesco Moraglia per l’incontro diocesano a loro dedicato. Sono giovani che nel corso di quest’anno pronunceranno il loro “sì” nel sacramento del matrimonio. Il tema scelto – la casa costruita sulla roccia – non è stato uno slogan suggestivo, ma una parola esigente, evangelica. Il brano proclamato dal Vangelo di Matteo (7,21.24-27) ha fatto risuonare l’immagine potente della casa che resiste alla pioggia, ai fiumi in piena, ai venti impetuosi perché fondata sulla roccia. Un’immagine concreta, quasi domestica, che però tocca il cuore stesso della vita. Un metodo, non una lista di regole. Nel suo intervento (Il Patriarca ai fidanzati: «Amare? Significa cedere il passo al “noi”») il Patriarca non ha proposto un elenco di cose da fare o da evitare. Ha parlato di metodo. «Ascoltare e mettere in pratica», «costruire sulla roccia», «nonostante pioggia e venti la casa non cade»: la differenza, ha sottolineato, è tra l’uomo saggio e l’uomo stolto. La vita di coppia – ha spiegato – non è pura spontaneità, non è soltanto sentimento, attrazione. Le relazioni si costruiscono. E il rapporto di coppia è una forma speciale ed esigente di amore e di amicizia. Per questo ha evocato una sorta di “rivoluzione copernicana”: nel matrimonio l’“io” è chiamato a cedere il posto al “noi”. Non è un passaggio automatico, né facile. È una conversione quotidiana, resa possibile e sostenuta dalla grazia del sacramento. Una storia lunga una vita.

A incarnare queste parole è stata la testimonianza di Piero Pellegrini e di sua moglie Carla, sposi da oltre cinquant’anni. Una storia che attraversa stagioni diverse, dalla giovinezza veneziana al trasferimento in terraferma, dal lavoro alla nascita dei figli. Ma soprattutto una storia segnata da una prova immensa. Nel 1975 nasce la loro primogenita, Anna. Dopo pochi mesi una grave encefalite la priva della possibilità di camminare, comunicare, vivere in autonomia. Per 45 anni l’assistenza è continua, 24 ore su 24, 365 giorni l’anno. Una prova che avrebbe potuto travolgere ogni cosa. E invece, hanno raccontato, proprio Anna è diventata «il cemento della nostra vita». Non una crepa, ma il fondamento. Non una sconfitta, ma una chiamata. Con l’aiuto di tanti volontari, soprattutto giovani, hanno imparato a comunicare con lei, a custodirne la dignità, a riconoscerla come dono. E da quella ferita è nata una vocazione più grande: Casa di Anna, un podere abbandonato trasformato in luogo di inclusione, lavoro e accoglienza per persone con disabilità, detenuti, giovani in difficoltà, nuove povertà. Un progetto che intreccia carità e imprenditorialità, sostenibilità ambientale ed economia circolare, in sintonia con la Laudato si’. Ma soprattutto un progetto che testimonia che l’amore, quando è fondato su Cristo, non si ripiega su se stesso: genera, accoglie, costruisce. «Nell’amore reciproco, anche quando soffia il vento contrario, non si deve distruggere ma costruire», hanno detto. E poi la domanda, semplice e spiazzante: se una prova così grande capitasse anche a voi, la vostra unione reggerebbe? Non è una provocazione contro qualcuno, ma un invito a interrogarsi sulla roccia su cui si sta costruendo. Dal convivere al “per sempre”.

«Abbiamo avuto altri 2 figli – hanno raccontato Piero Pellegrini e la moglie Carla – per fortuna sani, cresciuti in questa atmosfera di amore e accoglienza, vivendo a Cannaregio tra ponti e scale, senza ascensori, finché abbiamo capito, raggiunti i 70 anni, che non potevamo resistere in città venendo meno le forze. Così abbiamo deciso di migrare in terraferma, cercando un luogo senza barriere architettoniche, immerso nella natura: la Provvidenza ha voluto che ci imbattessimo in un podere, abbandonato da anni, incolto. Una foresta di rovi ed erbe selvatiche, ma non toccato da speculazioni edilizie, ricco di storia e architettura. È stato un colpo di fulmine e così abbiamo deciso di creare Casa di Anna, rivolgendo un pensiero a chi, come nostra figlia, è emarginato dalla vita di tutti i giorni. Un luogo aperto all’inclusione. Con l’impostazione imprenditoriale che ci siamo dati, Casa di Anna cerca di sostenersi economicamente col lavoro agricolo e le attività correlate: la vendita attraverso i banchi nei mercati rionali, la ristorazione, la fattoria didattica, il piccolo albergo agrituristico permettono di realizzare la “mission” che da 10 anni ispira il nostro progetto». Un’isola eco sostenibile. «Siamo certificati bio dalla fondazione – hanno aggiunto – e siamo una piccola economia circolare quasi autosufficiente, che produce energia in casa, recuperando tutti i rifiuti vegetali e alimentari, con l’irrigazione goccia a goccia, la depurazione delle acque reflue, l’energia elettrica dai pannelli fotovoltaici, la mobilità con motori e auto elettriche. Nel corso del 2025 abbiamo ospitato circa 70 persone disagiate e abbiamo 18 dipendenti».

La testimonianza di Gianpaolo e Silvia ha offerto un altro volto della stessa ricerca. La loro storia inizia nel tempo sospeso del Covid: convivenza in uno spazio piccolo, fragilità condivise, paure, incertezze. La convivenza non come scelta ideologica, ma come banco di prova. «Abbiamo imparato a conoscerci davvero», hanno raccontato. Senza filtri, senza fughe. A un certo punto è nata la domanda decisiva: questo amore dove vuole andare? È solo una scelta privata o è una promessa pubblica? Non un’illuminazione improvvisa, ma un cammino. Fino alla decisione di sposarsi in Chiesa. «La convivenza è stata il terreno; il matrimonio è stato il seme piantato con consapevolezza». Non solo emozione, ma vocazione. Non solo sentimento, ma alleanza. Hanno compreso che volevano una casa costruita sulla roccia, non solo sui sentimenti – pur bellissimi – ma sulla grazia. Che volevano un “per sempre” pronunciato davanti a Dio, non per paura, ma per libertà. E che l’amore, per durare, ha bisogno di essere custodito, consacrato, protetto. Riprendendo l’immagine evangelica, il Patriarca ha invitato a guardare oltre le mura fisiche della casa. In inglese esistono due parole: house ed home. La prima indica l’edificio; la seconda il luogo affettivo, lo spazio in cui ci si sente a casa, al sicuro, accolti. È questa la casa che il matrimonio è chiamato a generare: un ambiente di vita, un “ethos”, un insieme organico di valori condivisi che precede e sostiene ogni scelta educativa. Un grembo – ha ricordato – come suggerisce l’etimologia stessa della parola “matrimonio”, che rimanda al “munus” della madre. E al cuore di questa casa c’è la preghiera. Pregare insieme significa far entrare il Signore nella propria storia concreta, riconoscere che l’uomo ha bisogno non solo del pane quotidiano ma anche della Parola che esce dalla bocca di Dio. Un mattone alla volta. L’incontro si è concluso nella preghiera e nella benedizione personale di ogni coppia. A ciascuno è stato consegnato un piccolo portachiavi con un mattoncino. Un segno semplice, quasi discreto. Ma profondamente eloquente. Una casa non si costruisce in un giorno. Si costruisce mattone dopo mattone. Con gesti piccoli e fedeli. Con il perdono. Con la pazienza. Con la capacità di ricominciare.
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