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Il Patriarca ai fidanzati: «Amare? Significa cedere il passo al “noi”»

Le parole di mons. Moraglia alle coppie della Diocesi che quest’anno pronunceranno il loro “sì”, da lui incontrate l’1 marzo nella Basilica di San Marco

Qui di seguito la riflessione offerta dal Patriarca Francesco, domenica 1° marzo in basilica di San Marco, all’assemblea diocesana dei fidanzati.

Carissimi fidanzati, qui Gesù non ci propone delle cose da fare o da non fare ma un metodo. Riprendiamo le stesse parole ascoltate nel Vangelo e uniamole fra loro. Eccole: (1) ascoltare /mettere in pratica, (2) costruire sulla roccia, così (3) nonostante pioggia e venti, la casa non cade, oppure (4) costruire sulla sabbia e così invece (5) con pioggia e venti la casa cade; è la differenza (6) tra l’uomo saggio e l’uomo stolto. L’indicazione è chiara: la vita e, soprattutto la vita di coppia, va costruita, non è pura spontaneità. Sì, tra persone le relazioni si costruiscono. Questo avviene nell’amore e nell’amicizia e il rapporto di coppia, poi, è un tipo speciale ed esigente di amore e d’amicizia! Anche se non siamo degli esperti “astronomi”, tutti sappiamo cosa s’indica con l’espressione “rivoluzione copernicana”: è il passaggio dal sistema geocentrico (la terra al centro) a quello eliocentrico (il sole al centro dell’universo). Ebbene, qualcosa di simile avviene nel rapporto di coppia: l’io si mette da parte per cedere il posto centrale al noi, cosa non facile! Ecco perché il sacramento!

Le coppie di fidanzati della Diocesi, riunitesi per il tradizionale momento d'incontro con il Patriarca Francesco
«Il cammino di coppia non può mai essere autoreferenziale»

Dobbiamo, quindi, rivedere e correggere il significato di alcune parole che sono fondamentali nel vocabolario del cammino di coppia. Inizialmente è un cammino a due che è destinato, però, ad aprirsi ai figli. Mai, però, in nessun momento, può essere un cammino di tipo autoreferenziale. Prendiamo, ad esempio, la parola “amore” che, se non bene intesa, si trasforma in una trappola per l’io. Per evitare che questo accada dobbiamo saper imparare (non basta, infatti, sapere!) ad unire la parola “amore” alla parola “verità”. Mi spiego: dobbiamo aiutarci a scoprire, nella nostra vita, “la verità dell’amore”, perché l’amore – in modo consapevole o meno – può mentire a se stesso anche in modo subdolo. La verità sul bene, però, lo ricordiamo, viene prima della verità dell’amore. Amare è sempre tendere verso qualcuno. L’amore, così, porta ad andare incontro ad una persona che devo saper “riconoscere” e “rispettare” perché nasca un vero rapporto libero e personale e non un rapporto di possesso e potere. Nell’andare verso l’altra persona posso, infatti, considerare solo il mio “io”, solo i miei sentimenti, i miei affetti, i miei progetti (fino ad arrivare, nei casi estremi, agli episodi di femminicidio). Se invece, prima, cerco il “bene”, allora il mio sguardo si apre alla “verità dell’amore” e posso incontrare realmente la persona che dico di amare e sono in grado di rivedere e, se è il caso, correggere il mio modo d’amare.

Le voci del coro che hanno animato l'incontro nella Basilica di San Marco dedicato ai fidanzati
Le diverse stagioni dell'amore

L’amore, come la vita (di cui l’amore è espressione), ha età diverse. Anche l’amore di una coppia vive diverse stagioni, vive qualcosa di simile all’infanzia, all’adolescenza, alla giovinezza, alla maturità, alla vecchiaia…. Ora, ogni stagione chiede d’essere percorsa sapendo accogliere le sue caratteristiche proprie che, insieme alle altre, ci danno la bellezza del tutto. Certi giovanilismi, fuori d’età, imbarazzano e fanno anche sorridere. Infine, costruire la casa (torniamo al Vangelo) vuol dire andar oltre lo spazio fisico, comunque importante e che dice molto di chi lo abita. La casa da costruire va intesa come l’ambiente di vita. Qui la lingua inglese ci aiuta con i due termini: house (l’edificio) e home (intesa come “realtà affettiva”, luogo dove ci si sente a proprio agio, sicuri e dove si vive). La casa, intesa in tal modo, esprime così i valori e le buone abitudini; è l’immagine del grembo materno (la parola “matrimonio” deriva dal latino ”matris munus”). La casa così intesa è un “ethos”, ossia un insieme organico di valori condivisi che viene ancor prima dell’etica, ossia dell’inizio formale del cammino educativo di sé e dei propri figli e che ha, nella preghiera, il suo punto più alto. Pregare in famiglia vuol dire far entrare il Signore nella propria casa riconoscendo, nel modo più concreto, che l’uomo è fatto di spirito, anima oltre che di corpo (cfr. 1Ts 5,23) e che, ogni giorno, si ha necessità del pane fisico ma anche della Parola che esce dalla bocca di Dio (cfr. Mt 4,4).

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