
Ha preso finalmente forma il Monumento a Marco Polo che lo scultore Luigi Ferrari non era riuscito a realizzare. L’impresa è stata possibile grazie all’Accademia di Belle Arti di Venezia che, appena inaugurato l’anno accademico (leggi qui), al Magazzino del Sale 3 ha esposto il modellino da poco realizzato dagli studenti in occasione della mostra dedicata proprio a Luigi Ferrari (1810-1894), tra i protagonisti della Scuola di Scultura ottocentesca dell’Istituzione. L’esposizione, aperta fino al 4 aprile, si inserisce nel progetto City Open Museum, sostenuto dai finanziamenti PNRR promossi dal Ministero dell’Università e della Ricerca, con capofila l’Accademia di Belle Arti di Carrara, che vede l’Accademia di Venezia impegnata nella digitalizzazione del suo ricco Archivio e Fondo Storico (leggi qui) dove, proprio grazie agli studi dei documenti conservati, restituisce per la prima volta al pubblico, in digitale e in scala, il monumento a Marco Polo progettato da Ferrari e mai realizzato. La mostra propone una rilettura contemporanea della lunga carriera di Ferrari, scultore veneziano capace di affermarsi come figura di rilievo nel panorama artistico tra Neoclassicismo e Romanticismo. Bambino prodigio, come Antonio Emanuele Cicogna annovera nei suoi “Diari”, Ferrari a soli 11 anni esponeva un busto marmoreo all’Accademia, tanto che pochi mesi dopo venne iscritto ufficialmente come studente nell’Istituto, dove poi divenne docente dal 1850 al 1893, arrivando a ricoprire anche le cariche di presidente e direttore: «Fu un grande scultore del suo tempo. La mostra a lui dedicata vuole essere un approfondimento sull’autore e su cos’era la scultura dell’800» sottolinea Riccardo Caldura, direttore dell’Accademia.

L’artista, che partecipò alle esequie di Canova, fu testimone di cambiamenti importanti e dei grandi contrasti vissuti dalla città, prima sotto il dominio napoleonico e poi austriaco, realizzando opere di stampo neoclassico e poi realistiche. Numerose sono le sue opere diffuse nelle città italiane, che sono il punto di partenza per un ideale percorso di scoperta e di restituzione al pubblico della complessità e modernità del suo linguaggio plastico. «Fu però uno scultore che realizzò tantissimo anche a Venezia». L’artista fu infatti molto attivo nella città lagunare: tra le sue realizzazioni più significative si annovera la scultura del “Leone di San Marco” posta sopra la Porta della Carta di Palazzo Ducale, ma anche il monumento a Piero Paleocapa, oggi nel giardino dei Papadopoli, e la scultura per la tomba di Papadopoli nel cimitero di San Michele. Ferrari dedicò la sua vita all’arte e alla didattica, infatti considerava gli allievi la sua famiglia. Aveva lo studio vicino all’Accademia, in cui lavorava dinanzi agli studenti senza nascondere, a differenza di altri colleghi, i segreti del mestiere. L’artista morì povero nonostante le tante commissioni e venne sepolto inizialmente nella fossa comune del cimitero di San Michele, per avere solo successivamente una propria tomba grazie allo al suo allievo più caro, lo scultore Antonio Dal Zotto.

«Ferrari è recentemente tornato noto per il monumento mai realizzato di Marco Polo proposto l’anno scorso da Ca’ Foscari e riproduzione in 3D da FabLab Venezia. La ricostruzione partiva da uno schizzo che custodiamo qui in Accademia che è stato però interpretato – spiega Caldura – Noi invece in mostra abbiamo presentato un progetto molto più complesso, partendo da documenti inediti tra cui la descrizione articolata del monumento. Non abbiamo disegni di questo ma solo una descrizione molto precisa che ha permesso, attraverso anche lo studio storico, di capire come il mercante medievale era percepito nell’800». Cuore della mostra è infatti l’affascinante vicenda artistica del monumento a Marco Polo, mai realizzato ma descritto con precisione nell’Elogio funebre dedicato a Ferrari da Domenico Fadiga nel 1894. A partire da quella testimonianza storica e da uno studio iconografico attuato su un disegno di una collezione privata che raffigura un giovane in abiti orientali, è stato avviato un articolato lavoro di ricerca e ricostruzione che ha coinvolto docenti e studenti dell’Accademia. Gli studenti dei laboratori di Anatomia artistica, partendo dalla descrizione di Ferrari, hanno ridefinito con rigore le caratteristiche formali dell’opera, mentre quelli del corso Tecniche di modellazione 3Dsi sono occupati della restituzione digitale e della realizzazione in scala del monumento, presentandolo per la prima volta al pubblico come chicca nella seconda sala dell’esposizione. Questo insieme alla proposta di una sua collocazione virtuale in Campo Santo Stefano, realizzata su una fotografia storica di Pietro Salviati, in cui sono riproposte le misure di oltre due metri del progetto inziale, che era pensato per essere reso in bronzo su un piedistallo in marmo di Carrara. «Emerge un immagine del monumento molto plausibile, in perfetto stile Ferrari, di cui abbiamo ricostruito anche gli stilemi. – e dice Caldura – È emerso un risultato molto più spettacolare di quello che era stato immaginato» sottolineando che emerge l’immagine del mercante ventenne dai capelli lunghi, un uomo giovane il cui atteggiamento è stato descritto anch’esso da Ferrari.

Scopo della mostra è far comprendere al pubblico come si muove un’Accademia tra ricostruzione storica, valorizzazione del patrimonio e restituzione visiva. In mostra infatti, oltre agli studi e ai rendering per la ricostruzione 3D, molti sono gli studi e i disegni esposti degli studenti dell’accademia che, a partire dalle descrizioni dello scultore, hanno contribuito alla ricostruzione del monumento stesso, tra cui “Interpretazione del volto da diversi punti di vista” eseguito in graffite su carta dallo studente Francesco De Bon o ad esempio lo “Studio dei muscoli: cammello in scorcio” eseguito in graffite olio e fusaggine su carta dalla studentessa Elena Baggio. La prima sezione della mostra presenta invece 30 fotografie inedite di Fabio Zonta, interprete della scultura ottocentesca, che dal 2023 al 2026 ha catturato molti soggetti realizzati da Ferrari, tra cui busti e opere a tema sacro, funerario e mitologico. Attraverso un sapiente uso della luce, Zonta restituisce gesti, tensioni e dinamiche modellate nel marmo da Ferrari, offrendo una lettura visiva intensa e attuale delle sue opere, tra cui il “Busto di Re Umberto” e il tenero ritratto di una bambina intenta nella lettura ne “La Diligenza”. Zonta ritrae le sculture di Ferrari da più angolazioni restituendone la complessità compositiva e i dettagli più significativi come le torsioni, la resa delle mani e della muscolatura dei personaggi rappresentati dall’artista, come nella statua del “Laocoonte” o la trasparenza del marmo nella resa del merletto sul busto di “Raimondina Thun”. La mostra si propone anche di valorizzare la storia e la ricerca dell’Accademia veneziana attraverso la collaborazione tra esperti esterni, docenti e studenti. Per questo, giovedì 12 marzo è prevista una giornata di studi dedicata all’opera di Luigi Ferrari, con il contributo di numerosi studiosi, nell’ambito del progetto City Open Museum.L’esposizione, ad ingresso liniero, è aperta al pubblico dal mercoledì al sabato dalle ore 11 alle 18.
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