
Uomo e natura sono davvero legati da un filo indissolubile che richiama a sé l’origine dell’essere umano dalla grande madre terra? «Il fascino di cui risentiamo deriva al fatto che nella prima fase della nostra evoluzione eravamo a diretto contatto con moltissime forme di vita animali e vegetali – spiega il professor Stefano Malavasi, ordinario di zoologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia – siamo poi evoluti imparando a sfruttare queste risorse, ma questo imprinting è rimasto dentro di noi, per cui la fascinazione per la natura e le sue espressioni, definita “biofilia”, non la troviamo oggi solo nella scienza che se ne occupa, ovvero la biologia, ma anche in tutte quelle attività che puntano a generare benessere a partire dal contatto con l’aria aperta, dallo sport, alla meditazione, passando per la cura degli spazi verdi e l’amore per gli animali».
Non è un caso che maggiore sia la preoccupazione per la salvaguardia di ambienti e creature e più diffusi siano i movimenti legati alla conservazione, questa consapevolezza è cresciuta nel tempo ma ha origini antiche: «Si deve partire dalla biofilia, questa tendenza innata a focalizzarsi sugli organismi viventi, per comprendere il legame psicologico che unisce uomo e ambiente – aggiunge lo studioso – nella prospettiva che ho adottato nel mio recente libro “Biodiversità e psiche”, la psicologia di Carl Gustav Jung dialoga con le teorie evoluzionistiche di Edward Osbourne Wilson, l’idea di base è che le forme viventi risuonino dentro di noi attraverso immagini interiori, stratificate in un inconscio collettivo, veicolando contenuti importanti per la psiche. Si tratta di riportare a galla elementi che ci hanno accompagnato nell’evoluzione per la sopravvivenza, ma che ci ricollegano alle tappe di questo percorso, legando così immagini primordiali (gli archetipi, nella concezione junghiana) al mondo vivente, grazie a un legame intimo e profondo».

Quello che accumuna specie umana e natura è quindi un legame intimo e profondo, per cui le immagini del mondo vivente attivano la psiche andando a stimolare retaggi depositati in noi, generando quello che Jung definiva con il termine “numinoso” ovvero qualcosa che incute rispetto e reverenza, che ci attrae perché aleggia di sacralità. «La biofila è qualcosa di ancestrale – racconta il docente di Ca’ Foscari – ma si manifesta nel mondo moderno e anche intensamente. Attività quali trekking, birdwatching, immersioni subacquee o l’amore per gli acquari non danno piacere in quanto tali, ma perché riconnettono con la natura riattivandone le immagini che sono dentro di noi nel profondo. E’ in atto da alcuni decenni una sorta di ritorno alle origini, un impulso a uscire dall’antroposfera, la società che abbiamo costruito, per riabbracciare la madre terra in una forma di ricongiungimento, attraverso una serie di attività e di consumi sostenibili orientati verso una maggiore ricerca spirituale, bisogna però stare attenti alle possibili storture, non tutto è davvero genuino».
Ma come fa la natura a generare questo effetto terapeutico sugli uomini? «C’è un vero e proprio filone di studi moderni che sta investigando con metodi scientifici e sperimentali le relazioni tra benessere psichico e biodiversità – racconta Malavasi – in Germania ad esempio una ricerca in larga scala sulla popolazione ha messo in evidenza come esista una correlazione positiva fra la salute mentale e la diversità di piante a fiore ed uccelli. Altri studi evidenziano come la natura abbia una capacità di ridurre ansie e stress nell’uomo, questo perché è in grado di risvegliare le immagini interiori che ognuno di noi conserva nel profondo grazie a meccanismi di attivazione, in questo modo si produce benessere e positività nell’umore, mantenendo anche più facilmente un equilibrio e l’integrità della propria psiche, messa sotto sforzo dallo stress, la frenesia e i ritmi della vita moderna».

Come in tutti processi che riguardano l’uomo, anche la biofilia non è esente da possibili distorsioni e rischi, fra i principali quello di imporre una visione antropomorfa, ovvero dal punto di vista umano, della natura. «In realtà questa tendenza è in qualche modo “naturale” – spiega il professore – la nostra psiche proiettandosi sul mondo biologivo può tendere a considerarla con i nostri occhi, basti pensare che è sempre stata idealizzata come una figura femminile, una “Grande Madre” e da questo tipo di riflessi quasi incondizionati è difficile prescindere, ma fortunatamente oggi la conoscenza delle moderne discipline scientifiche permette di conciliare il frutto della ricerca con i sentimenti della dimensione profonda del nostro io. Un esempio? Abbiamo imparato a conoscere e comprendere gli animali per quello che sono, soprattutto attraverso l’etologia, osservandoli senza pregiudizi e sovrastrutture umane».
Certo, se poi ci si sposta sugli animali di affezione, ecco che qualche maggiore rischio di umanizzarli esiste e non manca: «Per evitare storture bisogna partire da una conoscenza profonda – spiega Malavasi – innanzitutto del fatto che i compagni di vita non umani sono frutto di una evoluzione bioculturale fatta dall’uomo attraverso il processo di addomesticamento, si tratta di un processo avvenuto sotto il controllo di una selezione artificiale, che ha creato razze domestiche, con il risultato che oggi gli animali domestici sono enormemente più numerosi di quelli selvatici. Di per sé non va considerato qualcosa di negativo aver selezionato creature a noi più affini, ma è preoccupante quando trasferiamo sull’animale un sentimentalismo ossessivo vedendo un pari, se non superiore a un essere umano, semplicemente è un’altra specie, quindi diversa nelle sue caratteristiche e comportamenti. Questa stortura si supera solo attraverso la conoscenza profonda del mondo animale, un “padrone” di un animale domestico deve conoscere bene, soprattutto dal punto di vista etologico, l’animale che accoglie». Fra i rischi negativi della biofilia vanno considerati poi gli effetti del turismo di massa su fragili ecosistemi, che invece di preservare la natura la devastano in nome di un suo “amore” apparente e superficiale, basti pensare agli effetti su mete come Maldive, Seychelles o Galapagos.

Se oggi temi come la conservazione e la sostenibilità sono pilastri assodati dell’agire umano, dobbiamo ringraziare vari soggetti promotori di questa visione: «Wilson faceva risalire a Eric Fromm le sue idee – spiega lo zoologo – traslando il concetto da amore per la vita ad amore per la vita naturale, la base del rispetto per l’ambiente che è arrivato fino a orientamenti come il “rewilding”, ovvero tentare di ricostruire habitat e grandi scenari del passato, negli Stati Uniti d’America si arriva addirittura fino ai paesaggi precolombiani ricchi di bisonti e altri animali, tanto è grande il sentimento di biofilia. Ma un ruolo fondamentale nella diffusione di questi sentimenti è legata anche al successo dei documentari naturalistici, della tradizione dei personaggi costruiti a partire dagli animali di Walt Disney, che però ha anche contribuito a far odiare le povere iene con il Re Leone, insomma anche le rappresentazioni rischiano di non essere neutrali, al pari delle distorsioni create e tramandate nei bestiari medioevali».
L’antidoto? Resta sempre la conoscenza, infatti biologia e biofilia sono concetti complementari, senza conoscere le scienze moderne non si può capire l’importanza di preservare la vita naturale e come poterla conservare, anche attraverso piccoli gesti. «La nostra mente ha filtri e meccanismi che possono riattivare i legami con la natura ma anche portare a percezioni distorte – conclude l’accademico – perché ad esempio temiamo alcuni animali senza una logica ed esperienza diretta come ragni, serpenti e grandi predatori anche se non ci hanno fatto nulla? Il nostro compito come umani, grazie al sapere, è quello di trovare una mediazione impegnandoci a comprendere e rispettare la natura a partire da quella che abbiamo intorno, cercando di migliorare e difendere ciò che ci circonda, stimolando la nostra psiche ed esercitando in modo sano la nostra biofilia. La sostenibilità da sola quindi non è sufficiente, i comportamenti corretti e tutta la tecnologia per tutelare l’ambiente non basta se per primi non la sappiamo apprezzare per quello che ci può dare anche nel piccolo, partendo dal verde sotto casa, da un boschetto alle zone umide, per avere un impatto di benessere sulla nostra psiche. Una rete di aree naturali, la cosiddetta naturalità diffusa, dovrebbe dipanarsi intorno a noi, oggi le pratiche della conservazione e del ripristino ambientale sono a disposizione di ognuno, se solo si ha la volontà di farlo».
C.I.D. s.r.l. Società a Socio Unico – Casa editrice del settimanale Gente Veneta – CF e PI 02341300271 – REA: VE – 211669 – Capitale Sociale 31.000 euro i.v. – Dorsoduro,1 – 30123 Venezia
Iscriviti a GREEN&SALUS e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!