
Tiziano era davvero avido? È proprio intorno a questa domanda, nell’anno in cui ricorrono i 450 anni dalla morte del pittore, che è ruotata la conferenza “Tiziano tra chiesa e bottega. I destini incrociati dei figli Pomponio e Orazio” di cui è stato relatore il venenziano Carlo Corsato, divulgatore nonché curatore ed educatore alla National Gallery di Londra ed esperto di arte veneziana del ‘500, nell’incontro che si è tenuto nel pomeriggio del 5 febbraio al Centro Culturale Candiani, il primo di un ciclo di appuntamenti promossi dal Circo Veneto intitolati “VeneziE”, il cui programma è curato come nelle passate edizioni dal professor Antonio Manno e quest’anno porrà particolare attenzione ai rapporti tra Venezia e la sua porta da terra, ovvero Mestre. Il prossimo incontro sarà il 5 marzo con Federico Moro “Dalla civiltà di Ville e Castelli la civiltà del Veneto”, a cui seguiranno gli incontri del 9 aprile “Campanili a Venezia” di Fabio Rizzardi e del 7 maggio “Il Museo del risorgimento di Venezia: passato, presente, futuro?” di Andrea Bellieni. Dopo la pausa estiva le conferenze proseguiranno poi anche in autunno con altri tre appuntamenti: il 1 ottobre Paolo Pistellato parlerà di ”Giorgione, il pittore più sfuggente e misterioso del rinascimento veneziano”, il 5 novembre Massimo Rossi tratterà de “La Kiriegskarte del Ducato di Venezia (1798-1805). Una carta di guerra tra Rivoluzione napoleonica e Impero asburgico”, mentre l’ultimo appuntamento sarà il 3 dicembre con il prof. Antonio Manno “Sotto le ali del leone. Le fortificazioni di Mestre”. Ogni incontro è ad ingresso l’libero, ma i soci del Circolo avranno la prelazione per prenotare il posto a sedere. Nel primo incontro Corsato si è soffermato a parlare di Tiziano, personaggio che tutti pensano di conoscere, mitizzato da biografi come Ridolfi e Vasari, e che spesso è ricordato per la sua cupidigia anche se il tema del suo rapporto con i soldi è da sempre poco analizzato. Corsato durante la conferenza ha aperto finestre poco conosciute che non danno solo il ritratto dell’artista ma soprattutto dell’uomo che era, svelandone il lato più umano, di un padre che si preoccupa per i suoi figli.

Corsato per analizzare questo aspetto e capire se Tiziano fosse veramente avido è partito proprio dalle carte e dai documenti che ha studiato, e dall’opera della “Pietà” conservata alle Gallerie dell’Accademia in cui Tiziano in una piccola tavoletta votiva è inginocchiato accanto a un figlio, che non si sa se sia Pomponio divenuto sacerdote o Orazio, l’erede della sua bottega. Molte memorie e narrazioni diverse si sono stratificate su Tiziano e sul ruolo che per lui ebbe il denaro, rendendo difficile una lettura unica della storia. Nello studio delle fonti, infatti, oltre alle abilità pittoriche emerge l’immagine di Tiziano come imprenditore astuto, abile uomo d’affari, scaltro nell’intrattenere rapporti di potere e interesse economico con grandi committenti, mostrando così cupidigia. Tiziano ricevette da Carlo V il titolo di Conte Palatino come segno di riconoscimento. Ma non solo, nel 1514 l’imperatore gli concede 100 scudi all’anno per i suoi servizi. Nel 1548 questa pensione viene raddoppiata a seguito del nuovo ritratto equestre che il pittore realizza. Tiziano però, quando nel 1556 Filippo II eredita la corona spagnola, non ha ancora visto un soldo. Lo Stato versa infatti in una crisi di liquidità e i pagamenti che Tiziano aspetta restano così solo sulla carta, per venir poi sbloccati ma solo in parte. «Le lettere ufficiali mostrano un continuo scaricabarile tra chi deve pagare e l’ambasciatore di Milano – spiega Corsato – L’ambasciatore insiste presso Filippo II affinché ordini il pagamento senza ulteriori dilazioni e per sollecitare l’intervento del sovrano sottolinea che Tiziano “non ha avuto un soldo”. – e continua il divulgatore – Anche Tiziano nelle missive sottolinea che “è roba sua”, chiarendo che la sua non è una supplica ma un diritto che lo Stato deve rispettare». Quando i pagamenti vengono ancora ritardati, Tiziano allora decide di trattenere un dipinto promesso: «Attua questa forma di pressione così che il quadro diventi strumento di negoziazione. – prosegue Corsato – Questo comportamento se da alcuni è letto come segno di avidità, da altri invece è visto come legittimo per ottenere ciò che è suo di diritto».

A Tiziano vengono dati poi dei benefici parrocchiali: quello di Medole in Provincia di Mantova sotto il patronato dei Gonzaga, quello di Sant’Andrea di Favaro vicino Tessera e quello di Santa Maria della Scala a Milano, che intesta tutti al figlio Pomponio. Il beneficio di Santa Maria della Scala per semplificarne la gestione viene ceduto e convertito in una pensione fissa con l’appoggio del governatore di Milano: «Tiziano poi comunica ai Gonzaga l’idea di vendere anche Medole perché Pomponio sembra poco incline alla carriera ecclesiastica. «Poco dopo però Pomponio prende tonsura e ordini minori e la situazione cambia. – afferma Corsato – Nel 1550 Pomponio non è ancora sacerdote ma è titolare del beneficio di Sant’Andrea a Favaro. I parrocchiani reclamano la presenza di un pastore che celebri e amministri i sacramenti. Viene allora nominato un prete che possa effettivamente svolgere il ministero, mentre Tiziano assume il ruolo di riscossore dei proventi». Divenuto poi Pomponio sacerdote, si pone il problema di dove dovesse stare, se a Medole o a Favaro, perché il Concilio di Trento ha imposto la residenza obbligatoria per i parroci, dicendo anche che questi non possono assentarsi dalla parrocchia per più di due mesi. «Poco dopo Pomponio prende possesso a pieno titolo della parrocchia di Favaro ma senza risiedervi, complicando così la faccenda».

I benefici che Tiziano riceve non consistono solo in un reddito ma garantiscono un diritto acquisito di protezione da parte della corona per lui e la sua famiglia: «L’obiettivo di Tiziano allora non è tanto quello di accumulare denaro, quanto ottenere e conservare una posizione per sé e per i figli, in particolare per Pomponio, considerato la pecora nera della famiglia. Per questo, oltre a fare l’artista, Tiziano si trova nel ruolo di imprenditore-burocrate e insiste nel manovrare tutto. – spiega Corsato – Tiziano difende la continuità dei privilegi per garantire al figlio una posizione protetta anche dopo la sua morte». Ma i rapporti tra Tiziano e Pomponio peggiorano con il tempo e i documenti notarili rinvenuti mostrano accuse e rimproveri reciproci: “Io sono vecchio, dovreste aiutarmi a vivere meglio, dovreste rendermi la vita più facile” scriveva sofferente Tiziano a Pomponio per far notare la sua ingratitudine. «Dai documenti emerge allora il ritratto di un figlio che non si capisce se sia smidollato, neurodivergente o semplicemente abbia mancanza di volontà» spiega ancora Corsato. Dall’altro lato, emerge il ruolo di Tiziano come padre che cerca di proteggere i figli, assicurando loro benefici e una rete di protezione per le loro posizioni sociali ed economiche. Tiziano quindi probabilmente non era semplicemente un avaro ma aveva una strategia precisa: «Le persone avare infatti vogliono i soldi subito, per Tiziano invece il punto non era l’accumulo di denaro, tanto che sopporta periodi di mancati pagamenti dall’alto proprio perché sa che la posizione sociale porta poi opportunità remunerative indirette. – e conclude il divulgatore – Questa più che avidità fu scaltrezza».
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