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Ma nell’era delle macchine il medico serve ancora?

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di Roberto Parisi, internista angiologo Ospedale Santi Giovanni e Paolo, Ulss 3 Serenissima

È una domanda strana, quella del titolo, lo ammetto. Ma in questo momento culturale in cui si pensa che tutto possa essere sostituito dal computer potrebbe diventare legittima. In fin dei conti una diagnosi è il frutto di un insieme di dati, quindi…

Da giovane ero appassionato di racconti di fantascienza e, ancora adesso, pendo un po’ da questo lato, non perdendomi nessun nuovo film sull’argomento. Nei racconti e al cinema abbiamo visioni diverse del nostro futuro e in ambito medico possiamo dire che ce ne sono sostanzialmente due: in uno scenario il medico viene sostituito dalla macchina, nell’altro ha degli apparecchi straordinari che lo aiutano nella sua attività professionale.

Immagine di DC Studio su Freepik
Quale visione di futuro per la medicina di fronte alla tecnologia?

Penso che alla base ci sia una visione di futuro molto diversa: non solo del futuro possibile ma anche di quello che noi vorremmo. Da una parte una posizione passiva con la tecnologia che ci sostituisce e noi che ci dedichiamo ad altro, nell’altra l’uomo resta artefice, anche se con aiuti straordinari. Non vi nascondo che tutta la mia simpatia va, ovviamente, alla seconda ipotesi, anche perché se non mi lasciano far niente (le macchine) mi toccherebbe inventarmi cosa fare.

Detto questo, torniamo al problema guardandolo dal punto di vista squisitamente medico. Alla base della diagnosi clinica vi è effettivamente una serie di nozioni a cui noi poi applichiamo una cosa che si chiama ragionamento, prerogativa, questa, degli esseri viventi (per ora). In altri paesi stanno sperimentando già la possibilità di avere prima una consulenza con un’intelligenza artificiale che, in base ai sintomi dichiarati e alle possibilità, restituisce la patologia di cui presuntivamente il paziente soffre.

Immagine di freepik
Intelligenza artificiale e medicina: un supporto che non sostituisce il cervello

Questo potrebbe andare bene in molti casi, ma rimane il problema del ragionamento. Un esempio pratico per farci capire: da qualche tempo è disponibile uno score (un punteggio) di rischio per le trombosi e le emorragie. Mi suggerisce le possibilità per un paziente di avere una recidiva di una trombosi o un’emorragia continuando il trattamento anticoagulante. Dato che sono molti i punti da considerare e ogni punto ha il suo score è stato sviluppato un programma al computer che, inserendo i dati, mi dà le percentuali aiutandomi nella scelta.

È uno strumento utilissimo, ma chiaramente limitato. Perché, per quante variabili noi consideriamo, ne lasceremo sempre qualcuna che magari ha la sua importanza nel caso specifico. Quindi mi aiuta nella scelta, ma so che non mi può sostituire. Per forza di cose vengono considerate le variabili che pesano di più in generale, ma nel caso specifico potremmo avere più variabili minori che si sommano: il nostro cervello le valuta, la macchina no. Che disastro se fosse la macchina a decidere la terapia in base alle percentuali così ricavate…

E il paziente? Bisogna conoscerlo e le macchine non lo fanno

Tutto questo senza contare la volontà del paziente che per noi è importante, mentre la macchina non la considera. E questo già la dice lunga sulla china che potremmo prendere. A me capita, ma sono convinto capiti anche ai miei colleghi, di convincermi, visitando una persona, che abbia un determinato problema: è solo inseguendo questa idea che poi trovo le conferme. È un po’ come avere un estraneo che ti dà delle risposte senza dirti il perché, molto fastidioso, ma molto utile. Sono sempre stato convinto che sia il cervello a raccogliere le informazioni – potremmo chiamarle impressioni o intuito… – e che ci indirizza.

Inoltre per poter giudicare come va un paziente lo devi conoscere e solo così può funzionare davvero, ad esempio, la telemedicina. In conclusione, quindi: fatevene una ragione, il medico in carne ed ossa serve ancora e mi sa che dovremmo tenercelo ancora per un po’.

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