
Da quell’“Urlo”, che ha segnato la storia dell’espressionismo, in che modo Munch ha influenzato l’arte del secolo successivo? È quello che si domanda e cerca di mettere in luce l’esposizione Munch – La rivoluzione espressionista”, ideata dalla Fondazione Musei Civici e a cura di Elisabetta Barisoni, allestita fino al 1 marzo al Centro Culturale Candiani a Mestre, luogo che presto diventerà un museo permanente, dove la collezione dei MUVE sarà dedicata alla voce contemporanea, con opere di maestri italiani e internazionali a partire dal 1948. L’esposizione racconta la rivoluzione grafica e iconografica messa a punto da Edvard Munch (Loten 1863 – Oslo 1944) che, influenzato dal Simbolismo e Postimpressionismo, lasciò il segno nelle Secessioni di Monaco, Vienna e Berlino. L’Urlo, per cui Munch è conosciuto in tutto il mondo, non è presente in mostra ma se ne percepisce la carica e l’eredità emotiva. I temi del dolore, della memoria e della denuncia, che non si sono mai esauriti, diventano infatti la chiave per parlare di tanti artisti che hanno seguito l’esempio e il sentire del maestro norvegese nei decenni successivi, in particolare attraverso le opere grafiche, a partire dai capolavori dei maestri dell’arte moderna e contemporanea presenti nelle collezioni civiche della Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Proprio a Ca’ Pesaro sono conservate quattro opere grafiche di Munch: “Notte d’estate. La voce”,“L’urna”, “La fanciulla e la morte” e “Ceneri” che, presenti in mostra, sono la chiave per comprendere le sette sezioni che partono dal confronto con il connazionale Aksel Waldemar Johannessen, con cui Munch condivide la visione di un mondo interiore tormentato. «Munch è raccontato insieme al contesto da cui arriva, agli artisti che frequenta, i luoghi in cui si aggiorna sull’arte» spiega la curatrice Barisoni, sottolineando che in mostra del maestro nordico sono esposti anche i dipinti “Due anziani” e “Vampiro” giunti in prestito da Stoccolma e “Il pittore Paul Hermann e il medico Paul Contard” proveniente dal Belvedere di Vienna.

Due sono i capitoli sulle Secessioni presentati in mostra, che esprimono le rotture artistiche dell’area tedesca che partono da Monaco nel 1892 e proseguono poi con Vienna nel 1897 e Berlino nel 1898. Sono proprio i momenti di ribellione a ispirare Munch che, vissuto Christiania, l’attuale Oslo, respirò girando l’Europa. Qui si possono apprezzare opere di artisti come Franz von Stuck, interprete di un simbolismo visionario e sensuale, in particolare con l’opera esposta “Medusa”, ma anche molti artisti italiani, tra cui Alberto Martini che realizza un ciclo grafico intitolato “Misteri”, composto da sei soggetti dai volti mostruosi e deformati. Nel 1892 Munch diviene una sorta di “casus belli”: la critica tedesca tradizionalista infatti stronca le sue opere esposte al Verein Bildender Künstler di Berlino. La mostra viene chiusa dopo appena una settimana, ma le polemiche non fanno altro che rendere celebre il nome di Munch in tutta la Germania. Pochi anni dopo, nel ‘98 nasce la Secessione di Berlino, movimento che vedrà Munch protagonista. La ricerca di una nuova estetica si manifesta nei lavori di artisti come Liebermann e Klinger con il ciclo “Drammi”, composto da dieci tavole dedicate alla Berlino del 1880 che trattano violenza domestica, miseria e repressione politica; ma c’è anche Egger-Lienz, con la sua “Testa di contadino” dai colori bruno terrosi.

Le immagini sono sempre più crude e disilluse. Otto Dix realizza un ciclo dedicato alla brutalità della guerra e nelle opere grafiche degli artisti la figura umana è scavata fino all’osso: non più solo un grido individuale, ma il riflesso di una società lacerata. Dopo la Seconda guerra mondiale, le istanze dell’Espressionismo e dell’urlo dell’artista norvegese si rintracciano nelle testimonianze degli orrori vissuti in prima persona: Zoran Musič non smette di evocare l’esperienza indicibile dei campi di concentramento, mentre Renato Guttuso in fogli colorati racconta la brutalità della guerra, le torture e le violenze «Gli artisti italiani del Nord, soprattutto i veneziani che vedono le incisioni di Munch esposte alla Biennale, capiscono questo segno espressionista marcato, molto violento, e lo fanno loro». Il confronto con il Simbolismo in Italia assume declinazioni originali, tra le sculture intense e drammatiche di Adolfo Wildt, gli scenari cupi e opprimenti di Cesare Laurenti e lo spirito ribelle di Ugo Valeri, che nell’opera“Il pianto” ritrae il volto esasperato della madre. Nelle “Figure” alterate e ardite di Emilio Vedova, prevale l’elemento espressivo, così come nei volti deformati e mostruosi della “Maternità” di Ennio Finzi. In mostra, in particolare, l’opera di Finzi si distingue come episodio isolato ma significativo della sua ricerca. Il dipinto, che si avvia verso l’astrattismo, è caratterizzato da una forte tensione espressiva e da una drammaticità esasperata che deforma le figure che appaiono sfigurate. «È una delle opere più impressionanti che mi auguro i visitatori apprezzino. È un urlo che squarcia la tela. – sottolinea Barisoni – Si tratta di uno stranissimo Ennio Finzi, perché è un artista che siamo abituati a vedere nell’apice della sua produzione di arte astratta. Invece, nel 1953, nel in pieno periodo della ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale, dipinge una maternità così sofferente e espressionista, che condensa l’Urlo di Munch, che soggiace come trama a tutta la mostra».
L’eredità di Munch si ritrova anche nelle visioni di attualità contemporanea, rintracciabili nei teschi di Mike Nelson, e nei mondi popolati da mostri e maschere di Brad Kahlhamer e Tony Oursler. Il grido di dolore risuona nella tragedia della guerra di Jugoslavia, di cui Marina Abramović si fa interprete con “Balkan Baroque”, performance presentata alla Biennale del 1997 in cui si siede su un cumulo di ossa animali tingendosi di sangue. Un dolore che infine si ritrova nella denuncia appassionata e drammatica di Shirin Neshat, incisa sulla pelle e sul destino del popolo iraniano. «Oggi la qualità di Munch e la persistenza del suo grido interiore sono ancora molto vive. – conclude Barisoni – Questo perché alcuni temi di inquietudine e di dramma individuale e collettivo sono ancora molto presenti. Non solo il tema della guerra, della tragedia della società, ma anche dell’isolamento e della tristezza. Penso che una delle emergenze nel nostro tempo sia infatti la solitudine e l’idea di trovare un proprio posto nel mondo. Quindi la visione di Munch è veramente ancora molto attuale».
C.I.D. s.r.l. Società a Socio Unico – Casa editrice del settimanale Gente Veneta – CF e PI 02341300271 – REA: VE – 211669 – Capitale Sociale 31.000 euro i.v. – Dorsoduro,1 – 30123 Venezia
Iscriviti a VE-NICE e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!