
Il suo sguardo si volgeva agli umili e ai reietti della società. Sensibile e intensa era l’arte del pittore veneziano Marco Novati, la cui parabola creativa, dagli esordi degli anni Venti e Trenta fino alle prove mature e tarde, è esposta al Laurentianum in Piazza Ferretto a Mestre, fino al 1 marzo, nella mostra “La Venezia di Marco Novati (1895–1975)”. L’esposizione, a cura dello storico dell’arte Marco Dolfin, è organizzata da De Marco Arte since 1953 in collaborazione con l’Associazione Culturale Paolo Rizzi ETS e il Duomo di Mestre, con il patrocinio del Comune di Venezia, e vede esposte in mostra oltre 60 opere tutte provenienti da collezioni private e da gallerie e di cui almeno una quarantina sono inedite. «Con la recente conclusione dell’anno che ha segnato il cinquantesimo anniversario della scomparsa dell’artista, la mostra si propone come un necessario momento di rilettura e di restituzione critica, volto a colmare una lacuna nella memoria culturale attorno a una figura centrale della tradizione pittorica lagunare novecentesca» dice il curatore Dolfin, spiegando che erano anni che non veniva fatta una mostra monografica dedicata all’artista. L’esposizione, infatti, fin dai primi giorni ha riscosso grande presenza di pubblico. «L’artista nonostante sia molto sentito dai veneziani non è più stato ricordato dalle istituzioni e su di lui era calato il silenzio» sottolinea Dolfin. L’ultima mostra, infatti, risale a quella organizzata al Centro d’Arte San Vidal nel ‘75, quando Novati era ancora in vita.

Novati fu un artista esempio di resilienza. Fece parte del gruppo dei pittori dell’Ordine della Valigia e la sua tenacia lo portò ad esporre in grandi mostre e ad essere invitato a diverse edizioni della Biennale d’Arte e alla Quadriennale di Roma. Il percorso riunisce i grandi nuclei tematici che definirono la sua pittura: nella saletta più piccola il focus è dedicato alle figure e ai ritratti di bevitori, gondolieri e suonatori, il filone più ricorrente nell’arte di Novati, di cui il curatore ha selezionato le opere stilisticamente più significative, come l’opera degli anni ’30 in cui ritrae l’antiquario Ferruccio Asta. «Novati eccelle maggiormente nell’arte del ritratto e realizza questi soggetti in modo seriale» spiega Dolfin, ricordando che il ritratto era la formula che aveva più committenza. La sala centrale, invece, è dedicata ai primi lavori e soprattutto a Venezia, colta nei molteplici scorci urbani e lagunari. «È un pittore di cui è interessante vederne l’evoluzione, considerando che cambia stile molte volte». Il primo periodo è segnato dalla vicinanza al pittore austriaco Egger-Lienz, molto conosciuto in Austria e Germania: «Novati nei primi anni di formazione si ispira a questo noto pittore, reinterpretando in particolare l’opera “Generazioni”, di cui realizza una visione più sintetica dai volti più abbozzati.

Novati da sempre nella sua arte ebbe attenzione verso gli ultimi. Una sensibilità nei confronti della miseria e della povertà che ben si comprende conoscendo la sua biografia. Il maestro infatti nasce da una famiglia ricca, che gestiva un hotel, ma che poi ebbe un improvviso tracollo finanziario. Iniziò a dipingere da autodidatta per poi andare a lezione da Emilio Paggiaro. Fece però presto i conti con la necessità di “vivere di pittura”, aprendo il suo sguardo a un’umanità umile e laboriosa, fatta di fatica quotidiana, povertà e malinconie trattenute: “Quando dipingo io entro dentro il soggetto con tutto il mio dolore umano…” scriveva Novati. In questo orizzonte, la mostra presenta rare opere giovanili che mostrano una sensibilità espressiva che guarda a Van Gogh e alla tradizione del realismo ottocentesco, come ne dipinto “Pescatore” degli anni ‘30. Proprio qui si colloca anche l’opera “Il Nonsolo” del 1924, uno dei capolavori in mostra. Qui l’artista indaga la dimensione interiore, delineando la figura solitaria del sagrestano della chiesa della Bragora, assorto e silenzioso davanti ad un bicchiere di vino. «L’anziano, sfatto dal tempo, dal lavoro e dalla stanchezza, appoggiato sconsolato sul tavolo dell’osteria, è reso con una materia densa e vibrante e sembra anticipare nella resa della pelle la pittura di Lucian Freud» spiega Dolfin. Tra le altre opere degne di nota anche “Il racconto di Sileno” degli anni ’30, dove incrocia la pittura dei bevitori con il soggetto mitologico. «L’opera proveniva dal mercato antiquario e l’ho segnalata. Adesso fa parte di una collezione privata» racconta Dolfin. Significativo anche il dipinto “Dolce Riposo”, sempre degli ani ’30, in cui una donna, una mamma o forse una nonna, tiene sul grembo un bambino.

Un ruolo centrale nel percorso è dato dal nucleo delle vedute veneziane, in cui si manifestano i profondi mutamenti del linguaggio pittorico di Novati nel corso dei decenni. «Nelle vedute veneziane si vede l’eclettismo di Novati. Lui infatti passa vari periodi e stili» afferma Dolfin. I dipinti degli anni ‘20 e ‘30, caratterizzati da una pennellata a macchie corpose e materiche, sono intrisi di una pittura densa e luminosa che guarda alla tradizione ottocentesca veneziana, in particolare alla lezioni dei Ciardi. Straordinarie per la resa della luce sono le vedute della serie delle zattere e quella dedicata a San Vio, dove Novati aveva lo studio. Si arriva poi agli scorci più tardi degli anni ‘50 e ’60 del Canal Grande, ancora delle Zattere, del Rio di San Vio o di Riva degli Schiavoni con le giostre, nei quali Novati cambia il gesto pittorico, realizzando molti quadri diversi l’uno dall’altro. La materia si assottiglia progressivamente e il gesto si fa più rapido e ed essenziale spostandosi verso un tocco più moderno e schematico. Qui l’architettura è ridotta a scansioni essenziali ed è affidato al colore il compito di costruire lo spazio e l’atmosfera, da cui emerge una Venezia sospesa, come nelle opere in cui la città d’inverno si tinge di bianco. «Siamo davanti ad una serie di opere inedite, tutte provenienti da collezioni private di Venezia e del Veneto» sottolinea Dolfin. Una in particolare del Canal Grande che guarda verso l’Accademia fa parte della collezione della Fondazione Venezia. La mostra è visitabile dal martedì al venerdì negli orari 16 -19, e il sabato e la domenica con orario 10 – 12.30 e 16 -19. Inoltre, venerdì 20 febbraio, alle ore 18, nelle sale della nostra si terrà il reading di lettura, a cura di Voci di carta, de “Il mio piccolo binario”: scritti e pensieri che Marco Novati scrisse durante la sua vita annotati su fogli sparsi o piccoli taccuini, poi riuniti insieme, in cui si coglie la sensibilità dell’artista verso l’arte e la vita.
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