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Padre Patton: «In Terra Santa i cristiani sono martiri viventi»

Durante la Veglia e Marcia per la Pace, tenutasi a Mestre sabato 31, padre Francesco Patton, per nove anni Custode dei luoghi di Cristo, è intervenuto con un video messaggio: «La strada verso la pace è lunga e complessa ed è anche un cammino culturale ed educativo»

Padre Francesco Patton, già Custode di Terra Santa, è stato uno dei protagonisti della Veglia e Marcia per la Pace di sabato scorso a Mestre, presente attraverso un video trasmesso nel corso della serata. GV lo ha intervistato per ripercorrere i nove anni da lui vissuti nei Luoghi Santi tra fede incarnata, martiri viventi, educazione alla pace e una parola esigente consegnata all’Europa: ”Non temete”. All’Europa, osserva, «manca la fede, sia come fiducia umana sia come orizzonte spirituale. Manca il coraggio di fare scelte definitive, di generare futuro, di sperare».

Dopo nove anni come Custode di Terra Santa, che cosa porta nel cuore come dono più grande ricevuto da questa lunga missione?

I nove anni trascorsi in Terra Santa sono stati per me un dono assolutamente inaspettato, che col tempo ho imparato a rileggere come una grazia. Quando ero molto giovane, nel 1986, subito dopo la professione solenne, avevo chiesto di poter andare a Gerusalemme. Allora però non fu possibile. Esattamente trent’anni dopo, nel 2016 mi è stato chiesto dal mio Ordine e da papa Francesco di andare a Gerusalemme. Guardando oggi a quella richiesta, non posso non riconoscervi un segno, una sorta di filo che ha attraversato silenziosamente tutta la mia vita. Il dono più grande è stato senza dubbio l’incontro diretto con i Luoghi Santi. Poter leggere il Vangelo, meditarlo e celebrarlo nei luoghi stessi in cui quegli eventi sono accaduti ha rappresentato per me una conferma potentissima della fede. Non si tratta di emozione o suggestione, ma di una esperienza che rende il Vangelo straordinariamente concreto. Celebrare il Natale a Betlemme, la Pasqua al Santo Sepolcro, ma anche feste apparentemente meno centrali – come l’ultima apparizione del Risorto sul lago di Tiberiade, con quel dialogo decisivo e commovente tra Gesù e Pietro: “Mi ami?” – ha inciso profondamente nella mia vita e spiritualità. La fisicità dei luoghi mi ha aiutato ad approfondire in modo personale il mistero dell’Incarnazione. In Terra Santa si comprende quanto sia pericoloso separare il Gesù della storia dal Cristo della fede. È una separazione che rende il cristianesimo astratto, intellettualistico, lontano dalla vita reale. Vivere lì fa capire che il cristianesimo è una fede incarnata, che passa attraverso la carne, la storia, i luoghi e le relazioni. Accanto ai luoghi, porto nel cuore soprattutto gli incontri. Incontri ordinari e straordinari, spesso segnati dalla sofferenza. Ricordo in modo particolare la visita ad Aleppo nell’agosto del 2016, in piena guerra civile. La città era divisa in due, con il convento e la parrocchia di San Francesco a poche centinaia di metri dalla linea del fronte. Ho incontrato persone che vivevano nel timore costante delle bombe, con il desiderio di fuggire, ma che allo stesso tempo cercavano di resistere, di custodire una normalità fragile ma preziosa.

Un incontro che l’ha particolarmente colpita?

Un incontro che mi ha segnato in modo significativo è stato quello con Suheil Abu Daoud, un giovane cristiano di Gaza di appena diciannove anni. Era stato ferito gravemente quando la parrocchia della Sacra Famiglia fu colpita da un carro armato dell’esercito israeliano. Grazie a uno sforzo congiunto di diverse realtà, si riuscì a farlo uscire dalla Striscia di Gaza per essere curato in Israele; altrimenti sarebbe morto. L’ho incontrato a Gerusalemme insieme a sua madre, durante il lungo percorso di riabilitazione. Nonostante le ferite, le operazioni subite e quelle ancora da affrontare, nonostante il dolore fisico e morale, il suo volto era sorprendentemente luminoso, sereno, privo di odio e di risentimento. Lo stesso valeva per sua madre. Questo incontro mi ha fatto comprendere che esistono ancora oggi cristiani che sono autentici martiri viventi: non martiri perché uccisi, ma perché testimoni di una fede radicale e profonda, trasmessa di generazione in generazione, capace di sostenere anche nelle situazioni più estreme. La loro serenità, il desiderio di pace e di riconciliazione, l’assenza di odio dopo anni sotto le bombe, restano per me una delle testimonianze più forti che ho incontrato.

 

La Terra Santa attraversa oggi una stagione di grande sofferenza. Che cosa significa parlare di pace in una terra così ferita?

Parlare di pace significa parlare dell’unica cosa davvero necessaria. Senza pace, la Terra Santa continuerà a rimanere una terra divisa, contesa, lacerata, dove le ferite degli uni e degli altri non riescono a rimarginarsi. Il cammino verso la pace è inevitabilmente lungo e complesso, ed è anche un cammino culturale ed educativo. Negli incontri avuti in questi anni con responsabili religiosi e politici, ho insistito molto su un punto: finché non si educa al riconoscimento della dignità dell’altro e del suo diritto all’esistenza, sarà impossibile fare passi reali verso la riconciliazione. È necessario imparare ad ascoltare la narrazione della storia dell’altro, non solo volere che si ascolti la propria. A questo proposito, mi hanno molto colpito le parole di Rachel Goldberg-Polin, portavoce delle famiglie degli ostaggi israeliani rapiti il 7 ottobre. Per avviare un vero processo di riconciliazione, dice, è indispensabile riconoscere la sofferenza gli uni degli altri reciprocamente. Non esistono sofferenze di serie A e sofferenze di serie B: le lacrime hanno tutte lo stesso peso. Solo una sofferenza che genera empatia e compassione può aprire strade nuove. Un ruolo decisivo spetta ai leader religiosi. In Medio Oriente essi hanno una capacità di influenza enorme sulle persone: orientano il pensiero, la mentalità e spesso anche le scelte concrete. Per questo la responsabilità che grava su di loro è molto grande. Un processo di pace autentico non si costruisce in pochi mesi: richiede generazioni, perseveranza e un cambiamento profondo di mentalità.

Nel suo libro “Disarmare il cuore per diventare artigiani della pace” insiste molto sul lavoro interiore. Perché la pace nasce dal cuore?

Lo afferma chiaramente Gesù: dal cuore dell’uomo escono il bene e il male. Il cuore è come un terreno: a seconda di ciò che vi viene seminato e di come viene coltivato, produce frutti diversi. Educare il cuore è il primo e fondamentale lavoro da compiere. San Francesco diceva che la pace annunciata con le labbra bisogna averla prima in abbondanza nel cuore. Se la pace non è dentro di noi, ogni discorso di pace rischia di rimanere una semplice postura esteriore. Il pacifismo cristiano è radicale: educarsi a non offendere mai l’altro, a trasformare il pensiero, lo sguardo, la parola, a lasciare che la pace interiore diventi stile di vita, scelte quotidiane, relazioni. Nessuno di noi può cambiare gli altri, ma ciascuno può lavorare su se stesso. Ed è proprio questo lavoro interiore che rende la testimonianza cristiana credibile e persino contagiosa. Una persona pacificata genera attorno a sé percorsi di pace.

Esistono segni di speranza nella vita quotidiana delle comunità della Terra Santa?

Sì, e sono segni piccoli ma estremamente significativi. Il primo è l’unità dei cristiani. Pur nella diversità e divisione delle Chiese, i cristiani di Terra Santa si sentono profondamente uniti. Ho vissuto una collaborazione sincera con le Chiese greca, armena, copta, siriaca, anglicana, con le Chiese della Riforma e con tutte le comunità cattoliche di vario rito. Anche le famiglie sono spesso ecumeniche, e questo crea un clima di comunione reale che va oltre le divisioni storiche. È una unità che nasce anche dalla fragilità, dall’essere minoranza, ma anche da una crescente coscienza che siamo membra dello stesso corpo. Un altro segno di speranza è rappresentato dall’esperienza di Mahoz, ebreo israeliano, e Aziz, palestinese musulmano. Entrambi segnati da un dolore immenso – la perdita dei genitori per uno, del fratello per l’altro – hanno scelto di non lasciarsi divorare dalla vendetta. Hanno intrapreso insieme e promuovono a livello sociale un cammino di riconciliazione e oggi si definiscono fratelli. Questa è una profezia viva: scoprire che l’altro non è un nemico, ma un fratello.

Quale parola consegnare oggi all’Europa?

La parola che sento di consegnare all’Europa è una delle più frequenti nella Scrittura: “Non temete”. All’Europa manca la fede, sia come fiducia umana sia come orizzonte spirituale. Manca il coraggio di fare scelte definitive, di generare futuro, di sperare. La fede in Cristo libera dalla paura della morte e rende capaci di donarsi. San Francesco chiamava la morte “sorella”, una porta verso la vita. Recuperare l’orizzonte della fede e della speranza significa restituire alla vita umana il suo senso più profondo e la sua dignità più vera.

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