
Ricostruire un ginocchio con una protesi in poco più di un’ora? A Mestre è possibile al Policlinico San Marco attraverso il sistema robotizzato Rosa che utilizza algoritmi di intelligenza artificiale per affiancare i chirurghi nelle operazioni. I medici guidano gli interventi e decidono tagli e operazioni, ma la tecnologia consente una precisione millimetrica e una perfetta replicabilità dell’applicazione di protesi. «Al momento siamo gli unici sul territorio veneziano a offrire questo tipo di intervento – spiega il dottor Gianluca Novello, Dirigente Medico presso l’Unità Operativa di Ortopedia – in una mattina grazie al nostro robot possiamo installare fino a 8 protesi alle ginocchia in circa un’ora di intervento, di cui 20 minuti vanno per la sola suturazione».
Quando e se preferire le protesi a una chirurgia ricostruttiva è stato argomento lo scorso 29 gennaio di un incontro fra il professionista e il Rotary Club Venezia Mestre, in una serata intitolata “Chirurgia ortopedica conservativa-riparativa versus quella protesica”. «Non esiste una scelta a priori – racconta il medico – varia di caso in caso con variabili non secondarie legate all’età e al tipo di casistica, se usura, frattura o trauma, ma in linea generale l’obiettivo della chirurgia è sempre quello di salvare l’anatomia e la funzionalità dell’osso. Da qui parte la decisione di che percorso intraprendere, se ricostruire o sostituire, bisogna cercare di minimizzare i rischi per il paziente, massimizzando il risultato in termini di salute e funzionalità articolare».

«Si tende a pensare alle ossa come qualcosa di rigido e statico, ma nella realtà sono un elemento vivo – chiarisce Novello – è un materiale ricco di cellule, progenitrici delle staminali e di diverse altre tipologie biologiche, per questo sono messe a rischio non solo da traumi e fratture, ma anche da vere e proprie patologie». Non a caso lo studio in campo ortopedico parte da lontano, già Ippocrate, il padre greco della medicina, dissertava della traumatologia dell’osso e del suo trattamento, arrivando ai giorni nostri dove per affrontare la ricostruzione si usano materiali sofisticati e innovativi sia per ricomporre le fratture, come placche, viti e supporti in titanio, che anche per le protesi.
Ma come si può danneggiare un osso? «La casistica più tipica è quella di un trauma violento come una botta o una caduta – spiega il medico – ma può essere intaccato dall’interno da una malattia, oppure lentamente ma progressivamente a causa di eccessivo stress, come per gli sportivi, dove micro-traumi ripetuti nel tempo ne portano al serio danneggiamento». La natura viva delle ossa però è anche quell’elemento che permette di ripararle, attraverso un complesso ciclo che, se le condizioni lo permettono, inizia proprio con un ematoma, per dare avvio alla formazione di callo fibroso che, con la formazione di sali di calcio rinsalda le parti spezzate, che però devono essere posizionate nella giusta posizione se la frattura è composta, mentre diventa più complesso e spesso richiede un intervento chirurgico se scomposta o esposta.

Se però una frattura è articolare, ovvero coinvolge snodi legati al movimento corporeo o ha interessato e lesionato le cartilagini, difficilmente può essere ricostruita, ecco allora che le protesi vengono in soccorso per il ripristino della mobilità. «Si ricorre alla protesi quando l’osso non è in grado di ricostruirsi in modo ottimale o si corre il rischio di osteoporosi, ovvero una patologia che indebolisce i tessuti – spiega Novello – ecco però che le protesti diventano una valida ed efficace alternativa». In questo campo infatti l’innovazione ha fatto enormi progressi migliorando i materiali compositi impiegati, oggi in larga parte formati da ceramica e polietilene ad alta densità, che garantiscono non solo elevate performance di utilizzo ma anche una durata non indifferente, di almeno 15 anni.
«Se le ossa sono sane si cerca di fare il possibile per ricostruirle – aggiunge il sanitario – ma oggi si ricorre spesso in maggior sicurezza alle protesi nei casi di interventi su anziani, complice l’allungamento della longevità e il conseguente innalzamento dell’età media dei pazienti. Non è un caso che dal punto di vista degli interventi le fratture al collo del femore siano ormai in larga parte risolte col ricorso all’applicazione di una protesi. Infatti dove si trova un’usura articolare importante è inutile fare tentativi rischiosi, soprattutto se si può utilizzare una tecnologia di frontiera come la chirurgia ortopedica robotica che, nel caso degli interventi al ginocchio al Policlinico San Marco, permette di avere dopo solo due ore un paziente in piedi». I vantaggi dell’uso di protesi inoltre si concretizzano anche nella manutenzione, visto che riguardo la preoccupazione della loro sostituzione nel tempo va ricordato che il re-impianto è possibile a seguito del primo intervento di applicazione.

Operare però è sempre l’estrema soluzione a un trauma e come aggiunge Novello: «La prevenzione parte a monte, evitando situazioni di sovrappeso e accompagnando la propria routine con una buona dose di attività fisica, senza però esagerare con sollecitazioni o sovraccarichi pesanti, perché non solo le ossa si mettono sotto sforzo ma il danno alle cartilagini è irreparabile. Infatti lo sport agonistico non fa proprio così bene alle ossa, andando a usurare i complessi articolari, non è un caso che quasi tutti i calciatori alla lunga incontrano problemi alle ginocchia o che i rischi maggiori per le fratture di ciclisti e motociclisti siano legati alle clavicole». Se poi l’intervento è inevitabile, anche se nei bambini si cerca di evitarlo, per gli adulti ci sono varie opzioni, dalle protesi senza nickel per evitare le intolleranze, alle placche a ponte che ricalcano la forma ossea degli arti, considerando sempre biologia e aspettative d’uso di ognuno.
Dal punto di vista tecnico, fra le operazioni più diffuse a causa usura c’è anche quella della protesi all’anca, che al Policlinico San marco viene eseguita con accesso anteriore, meno invasivo, perché si passa attraverso i muscoli senza staccarli dalla loro sede, mettendo in piedi i pazienti il giorno stesso dell’intervento. Come conclude Novello: «Garantiamo interventi di eccellenza, anche attraverso una stretta collaborazione con l’ULSS3 Serenissima, per cui collaboriamo direttamente con l’Ospedale dell’Angelo di Mestre accogliendo pazienti con traumi selezionati condividendo un protocollo interaziendale da anni, dando un contributo alla gestione complessiva delle richieste del territorio in termini di assistenza. Tutto questo grazie ai professionisti di entrambe le aziende che sono ad altissima preparazione e con un grande spirito di collaborazione».
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