
Forse non tutti sanno che all’interno della Casa San Giuseppe, a Castello, esiste un laboratorio dedicato alla preparazione delle ostie. Un’esperienza avviata da qualche mese e gestita dalla carismatica famiglia Tripodi, veneziana doc, “anima” e “sentinella” della struttura polifunzionale data in comodato d’uso gratuito al Patriarcato da Ipav, nella quale la coppia abita con i quattro figli biologici, a cui si aggiungono spesso fratelli e sorelle in affidamento. Il tutto nel segno della “Papa Giovanni XXIII”, nata da don Oreste Benzi, nella quale i Tripodi hanno riconosciuto il proprio ideale di vita. Un luogo, la Casa San Giuseppe, che offre una serie di servizi per persone in difficoltà – dalla mensa per i poveri al Centro di ascolto della Caritas diocesana, dai mini appartamenti per donne uscite dal carcere a posti letto destinati a chi si è ritrovata di colpo senza una casa – e che ora può contare anche su un ulteriore tassello di cui Elisa Destà e Andrea Tripodi vanno fieri. «Al momento produciamo particole il venerdì mattina e il lunedì pomeriggio, per un totale di circa 3.000 a settimana – raccontano entrambi, spiegando che sono loro a gestirlo insieme ad un’amica e cooperatrice salesiana, Stefania Vrespa –. E per la festa della Salute ne abbiamo preparate più di 10.000».

Acqua e farina sono gli ingredienti base che portano a creare una pastella da posizionare poi su piastre calde che fanno proprio da stampo per le ostie che, una volta pronte, vengono tagliate una ad una tramite apposita taglierina. «Le umidifichiamo per renderle meno friabili, le selezioniamo, le contiamo e le imbustiamo. Riforniamo, con regolarità, sia i Salesiani (la nostra parrocchia di appartenenza, a cui siamo legatissimi) che San Francesco della Vigna, rendendoci disponibili anche per altre eventuali richieste. Ci è capitano di riceverne, fra le altre, dalla comunità parrocchiale di Murano e da San Giobbe». Un’iniziativa che rientra nel progetto “Il senso del pane” sviluppato in Italia e all’estero dalla Fondazione Ennio Doris, caratterizzato proprio da laboratori di produzione di ostie nel mondo e nato per testimoniare la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia. «Il nostro – riferiscono Elisa e Andrea – si trova al pianoterra, vicino alla cucina, ed è stato benedetto dal Patriarca Francesco l’anno scorso, in occasione della benedizione del secondo piano dell’edificio, quand’erano appena arrivate le macchine della Fondazione “Casa dello spirito e delle arti”». Quello dell’eucaristia realizzata da mani fragili è un messaggio «rivoluzionario». Sì, perché ad aiutare Andrea ed Elisa sono persone che molte volte faticano a trovare il proprio posto nella società. Dalle ristrette a fine pena, che vivono temporaneamente nella Casa di Castello, fino ad alcuni ragazzi “speciali”, con disabilità, ospiti del centro diurno in cui Andrea lavora. Per tutti loro, un vero e proprio segno di riscatto.
«Ci danno una mano preziosa anche alcuni giovani e tre signore che, tutte le settimane, vengono dai Frari. Dopo aver contattato alcuni sacerdoti della città, per chiedere loro dove si procuravano le particole, con grande sorpresa abbiamo scoperto che il più delle volte le trovano online, altrimenti agli Scalzi. Al che ci siamo detti: perché non provare a produrne pure noi?». Un percorso che marito e moglie ammettono essere stato faticoso, tanto che ad un certo punto stavano per rinunciarvi. «Ma molti segni ci hanno convinti ad andare avanti: era il Signore a volerlo». I Tripodi lanciano un appello, affinché il numero dei volontari via via cresca. Un invito rivolto soprattutto ai giovani, con l’auspicio che il laboratorio diventi per loro (ma non solo) un punto di riferimento; una realtà in cui poter dedicare parte del proprio tempo al volontariato e in grado di trasformarsi in un luogo d’incontro e di idee da mettere a confronto. Anche perché la Casa prevede degli spazi pensati per accogliere gruppi di ragazzi desiderosi di assaporare una determinata esperienza. «È bello tornare all’idea di un Vangelo “vivo”, non solo d’inchiostro e carta – sottolinea la coppia con riferimento all’attività del laboratorio –. Vorremmo aggiungere ulteriori giorni, nell’arco della settimana, da dedicare alla produzione delle ostie, ma per farlo necessitiamo di altri volontari. Ci teniamo che i ragazzi siano consapevoli che quelle da loro preparate non devono essere particole perfette, contrariamente a quelle più “industriali”, proprio perché fatte a mano, attraverso una tecnica affinata nel tempo. D’altronde anche noi stessi siamo creature imperfette». E a breve il laboratorio veneziano riceverà un segno legato al santo Carlo Acutis, a testimonianza della sua “presenza” nell’ambito de “Il senso del pane”, in quanto figura «innamorata dell’Eucaristia».

«La Comunità “Papa Giovanni XXIII”, di cui facciamo parte, è il cuore della nostra identità», proseguono Elisa Destà e Andrea Tripodi che, con la loro testimonianza, portano ogni giorno il proprio essere famiglia alle persone che incontrano nella Casa San Giuseppe: volontari e ospiti che vivono una situazione di difficoltà. Lei commessa in un supermercato, lui operatore in un centro diurno, Elisa e Andrea hanno quattro figli. Ferdinando di 20 anni, Sofia di 18, Annachiara di 12, Edoardo di 7. E al loro nucleo familiare da tre anni si è unita anche la piccola Aurora, «una bimba in affido che stiamo cercando di adottare, con una storia alle spalle particolare. È sola al mondo e il suo vissuto è contrassegnato anche da problemi di salute importanti, che ci hanno portati a seguirla negli ospedali». Nata in Friuli Venezia Giulia, è stata partorita dalla sua madre biologica, per poi essere presa in affido, a soli 3 mesi, proprio dalla famiglia Tripodi, sempre pronta all’accoglienza. Una vocazione che ha iniziato a prendere forma qualche tempo fa, in anni complicati, quando Andrea era rimasto senza lavoro ed Elisa era in maternità e necessitavano di una casa in cui abitare adatta alla conformazione della loro famiglia. «L’esperienza nella Casa San Giuseppe – dicono – ci ha cambiato la vita. Questo è un luogo di condivisione, che ci apre sempre il cuore e che porta a riconoscerci nelle fragilità degli altri. A contatto con tante storie, arriviamo davvero a sconfiggere ogni pregiudizio. Crollano le barriere, in quanto sei portato a conoscere la persona e non l’errore commesso. La nostra presenza qui è una testimonianza, pur con tutti i nostri limiti».
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