
Una città che non si riconosce più e in cui i cittadini non trovano voce sulle partite urbanistiche e architettoniche più importanti che la riguardano. E’ questo quello emerso come tema principale dall’incontro “Il nuovo volto di Mestre”, che ha avuto luogo venerdì 7 novembre al Centro Culturale Candiani. L’appuntamento, organizzato da un gruppo di associazioni e comitati cittadini, ha messo sul banco degli imputati non tanto persone o cariche politiche, quanto metodi e scopi di una serie di opere che hanno dato fisionomia e caratterizzeranno sempre di più il paesaggio di terraferma. Il grande assente a questo processo pacifico è stata la partecipazione civica che è mancata sulla progettazione del Parco Fluviale del Marzenego, sull’area ex Umberto I e sullo sviluppo del Parco di San Giuliano.
Nella sala al secondo piano che ospitato l’evento, strapiena, per oltre due ore i cittadini hanno potuto ascoltare il parere di comitati e associazioni, un dialogo che non ha risparmiato tematiche urbanistiche e ambientali, con l’obiettivo di rilanciare una volontà di essere presenti a processi di partecipazione invece di subirli. Il sentimento generale alla fine dell’incontro è che Mestre sia di fronte a un bivio, in cui i suoi abitanti vogliono essere attori delle partite che ne definiranno l’aspetto e l’utilizzo urbano, per evitare di non essere presenti al tavolo delle decisioni con una rappresentanza diretta, rischiando di “perdere a tavolino” senza essersi presentati a un confronto.

Il Parco del Marzengo è stato recentemente oggetto di diversi passaggi piò o meno accesi sia sulla cronaca che in Consiglio Comunale a Venezia, dove di recente ne è stato approvato l’Accordo di programma. «Si tratta di un progetto tanto interessante negli obiettivi quanto preoccupante nelle modalità – ha spiegato Renzo Rivis del Comitato Parco Fluviale del Marzenego – sembra che l’obiettivo primario non sia tanto realizzare il parco quanto ottenere i terreni attorno alle sponde attraverso la contropartita di crediti edilizi per una capacità edificatoria di 80.000 metri cubi ai privati. Si tratterebbe tradotto in termini edilizi in più di 220 case da 120 metri quadrati, che al costo di 2500,00€ sono circa di valore di 67 milioni, contro un costo di esproprio che al Comune sarebbe costato 4 milioni. Del parco poi nell’Accordo di Programma mancano tempi e modi di realizzazione oltre al metodo di finanziamento».
«Questi crediti poi sono commerciabili – ha spiegato Rivis – quindi trasferibili ad altri. L’area su cui queste cubature dovrebbero svilupparsi è poi stata individuata in continuità con l’attuale margine del parco di via Brendole, attraverso una variante al piano di assetto del territorio (PAT), un luogo molto critico dal punto di vista idrogeologico». Pensando al tema idrico Giovanna Lazzarin di StoriAmestre ha precisato che «Lo scorso 21 agosto 100mm medi di pioggia hanno messo Mestre sott’acqua, questo perché, oltre ai cambiamenti climatici, la città è fragile, con quote di terreno inferiori al livello del mare e suolo poco permeabile. Se poi ci si aggiunge cemento si contribuisce a impermeabilizzarli. Il nostro appello ai decisori è quello di pensare a un uso per le aree vuote alternativo a costruire ancora».

Il perimetro del parco del Marzenego si protrae fino al centro di Mestre, arrivando a lambire l’area dell’ex Umberto I, dove da anni si ragiona su un grande investimento immobiliare. «C’è davvero bisogno di un altro supermercato di ampia metratura e per di più in centro? – questa la domanda che si è posta Anna Coin, del Comitato area ex Umberto I – L’idea è quella di intervenire su un’area definita degradata, dove in realtà ci sono tracce dell’architettura di Mestre dei primi del ‘900 con i padiglioni rimasti ancora in piedi. Il progetto proposto dal gruppo Alì Supermercati, invece prevede di realizzare non solo lo spazio commerciale ma quattro torri, la più alta di 87, più dell’Hybrid Tower, che con la sua stazza metterà in ombra Piazza Ferretto. Il tutto con un parcheggio che insisterà sulle sponde del fiume e con lo scavo di fondamenta profonde su un terreno molto delicato dal punto di vista idrogeologico».
«Mestre è stata raccontata come una “new town”, nata come dormitorio delle fabbriche di Porto Marghera – ha aggiunto – quando in realtà aveva un’origine ben più antica ma buona parte dell’architettura originaria è stata stravolta nel Dopoguerra, quindi i pochi elementi storici, come i padiglioni dell’ex Ospedale, andrebbero conservati. L’impatto di questo progetto cambierà per sempre il panorama della città e forse non è chiaro a tutti, neppure a chi dovrebbe decidere sulla sua realizzazione. Il nostro comitato ha presentato 16 osservazioni al Consiglio Comunale, l’ipotesi di realizzazione è ancora sotto esame della valutazione ambientale strategica (VAS), i pareri dovranno essere tutti positivi per avviare il cantiere che, una volta partito, non sarà più reversibile e si tratterebbe dell’ennesimo consumo di suolo su un terreno che se cementato rischia infiltrazioni oltre a creare un’ulteriore isola di calore».

«Un esempio di progetto irreversibile ce lo abbiamo già ed è il Parco di San Giuliano – ha raccontato Anna Forte di Amici del Parco di San Giuliano – nato con l’obiettivo di riqualificare l’intera area della gronda lagunare come risposta ad anni di inquinamento delle industrie di Porto Marghera, grazie al progetto del 1990 vincitore del concorso internazionale di idee bandito dal Comune di Venezia nel 1989 a opera di Antonio di Mambro, si scontrò coi i costi troppo elevati per riuscire a ricostruire le barene e installare passerelle ciclopedonali per connettere l’intero parco alla città. Il luogo non solo ha perso la vocazione naturalistica ma anche sociale, perché era previsto che diventasse un punto di riferimento per attività culturali, grandi eventi e sport. Oltre ad aver tombato i rifiuti sotto alla collinetta, l’unica zona realizzata è stato un polo nautico, facendo venire meno tutta la vocazione sociale del progetto iniziale».
«Insomma non si può dire che non sia stato fatto nulla – ha riflettuto Forte – ma molto distante dall’idea iniziale di restituire la gronda lagunare alla cittadinanza, facendo una colata di cemento per semplificare il carico e scarico delle barche e garantendo continuità alle attività produttive che insistono sull’area del parco. Il prossimo ulteriore sviluppo dovrebbe essere quello di ospitare un terminal turistico impattando cosi su inquinamento e traffico. Insomma dalle intenzioni originarie si è passati a un progetto orientato più al business che alla natura con un processo portato avanti con poco ascolto e partecipazione dei cittadini». Come ha ricordato Giovanna Lazzarin: «Dobbiamo difendere il suolo dalla cementificazione e ripensare l’uso degli spazi, Copenhagen ha imparato la lezione dopo aver subito un nubifragio nel 2011 creando una città “spugna” in grado di assorbire l’acqua e anche Valencia dopo la tragedia del 2024 con 217 morti ha deciso di investire in spazi verdi, quando anche Venezia avrà un piano e un progetto per gestire questo cambiamento climatico e rispettare la natura?».
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