
Oggi parliamo di una patologia più frequente di quanto si pensi: le ischemie cerebrali, che vengono chiamate anche ictus cerebri o stroke, in inglese. Si distinguono principalmente in due tipi: quelli ischemici, dovuti a un’occlusione arteriosa, e quelli causati da un’emorragia. I più frequenti sono i primi – l’80% circa – che si dividono a loro volta in attacchi i cui effetti durano poco e attacchi che, invece, purtroppo, lasciano danni cerebrali. Rappresentano la terza causa di morte, ma la prima di invalidità.
Va da se che ne dobbiamo parlare. Qualcuno potrebbe dire che preferisce non saperne niente: pazienza, se capita, capita. Invece no: è importante avere qualche informazione. Per quelli che durano poco tempo (detti TIA, attacchi ischemici transitori) perché possono essere un primo avvertimento prima di un evento più importante, mentre per i secondi perché il tempo è fondamentale.

La terapia principale si chiama trombolisi e deve essere effettuata entro 4 ore dall’inizio dei sintomi. Ma quali sono questi sintomi? Qui diventa un po’ più difficile perché si va da quelli decisamente chiari, come la riduzione o la perdita della sensibilità e/o una paralisi di un lato del corpo o del viso, a quelli un po’ più difficili da giudicare, come la perdita della vista nel campo visivo sinistro o destro, la visione sdoppiata, le difficoltà del linguaggio o dell’articolazione delle parole, più raramente le vertigini. In ogni caso, una caratteristica peculiare dell’ictus è, nella maggior parte dei casi, la manifestazione improvvisa dei sintomi, come si direbbe, quando meno te lo aspetti.
Stabilito che dobbiamo agire subito e non aspettare, che passi, che cosa possiamo fare? Se sospettiamo che ci sia una simile patologia in atto possiamo provare con un approccio semplificato che corrisponde all’acronimo di RAPIDO:
R cioè Ridi: chiedete alla persona di sorridere e osservate se la bocca è asimmetrica;
A, Alza le braccia: chiedete alla persona di alzare le braccia e verificate se riesce a sollevarne una sola;
P, Parla: chiedete alla persona di parlare e verificate se riesce ad esprimersi in maniera comprensibile o confusa;
I, che naturalmente sta per ICTUS;
D, Domanda aiuto: chiamate immediatamente il 118 e descrivete correttamente i sintomi;
O, Orario: prendete nota dell’ora esatta in cui sono iniziati i sintomi, l’informazione sarà molto utile ai sanitari per operare entro le 4-6 ore dalla ‘golden hour’.

Detto tutto questo, c’è qualcosa che possiamo fare per evitare l’ictus? Una delle cose più semplici è sentire ogni tanto se il nostro cuore ha un battito ritmico o no. Per un musicista è facile – c’è uno strumento: il metronomo – ma noi possiamo solo sentire se il muscolo cardiaco è a ritmo o no. Poi ci vuole un medico per capire se a siamo davanti a una fibrillazione atriale (il ritmo in questo caso è completamente irregolare), che è una delle cause più frequenti di ischemia cerebrale, e anche un elettrocardiogramma per attestarla.
I fattori di rischio sono diversi: alcuni non si possono cambiare, altri, invece, sono comportamentali e, dunque, facilmente modificabili. Si va dalla dislipidemia – cioè trigliceridi e colesterolo alti – all’ipertensione, dal fumo all’abuso di alcool. Ci sono, però, condizioni che non vengono mai considerate e che, invece, stanno emergendo. Sono più a rischio, infatti, di andare incontro a questo problema le donne in menopausa, stressate, depresse, con lavoro eccessivo, specialmente se ipertese e se assumono estroprogestinici.

Quando parlo di lavoro eccessivo, il pensiero va subito alle manager di industria, alle donne in carriera o figure professionali affini. In realtà no. Io sto parlando delle mamme e delle nonne di una certa età che lavorano in casa, che spesso preparano per tutti il necessario, e che, magari, devono anche stare dietro a un componente ammalato o più anziano della famiglia. Sono queste le persone sottoposte spesso a un carico di lavoro eccessivo, che si sentono gravate di tutte le responsabilità e non hanno mai un momento per loro. Una condizione che porta spesso a una forma di depressione, non sempre rilevata dai familiari.
Bisogna, allora, come parenti, avere una maggiore attenzione per queste donne e chi, invece, si riconosce in questo profilo deve cambiare qualcosa nel proprio sistema di vita. Rimandare a quando si potrà vuol dire rischiare problemi molto più gravi nel futuro. Bisogna pensare sempre come famiglia e non come singoli. Un piccolo esempio concreto: quando si preparano i famosi pranzi familiari, non è necessario sia una persona sola a fare tutto. Il segreto è: divide et impera. Distribuiamo i compiti: vale per i pranzi ma anche per il resto.
C.I.D. s.r.l. Società a Socio Unico – Casa editrice del settimanale Gente Veneta – CF e PI 02341300271 – REA: VE – 211669 – Capitale Sociale 31.000 euro i.v. – Dorsoduro,1 – 30123 Venezia
Iscriviti a GREEN&SALUS e non perderti nessun aggiornamento, ti invieremo 1 volta a settimana i nuovi articoli!