
Tanti restauri ma soprattutto la crescita della venezianità intesa come modello di umanesimo colto e solidale: sono questi i due risultati più consistenti ottenuti da Franco Posocco.
Dopo vent’anni da Guardian Grando colui che a ragione potrebbe essere riconosciuto come uno dei patriarchi della città lascia la prima carica della Scuola Grande di San Rocco.
«Le energie che calano, il normale corso della natura…», spiega Posocco, classe 1936. «Motivo in più per non ritenermi indispensabile. Quello che resta è la Scuola, che è prima di tutto una grande idea di solidarietà e di amicizia». Così, dal 1° gennaio 2026, gli subentrerà Alfredo Baroncini, di poco più giovane e per molti anni Cancelliere della Scuola. L’intento è che sia Baroncini a traghettare i cinquecento e più confratelli verso la decisione del prossimo autunno, quando verrà eletto il nuovo Guardian Grando, che probabilmente apparterrà ad una diversa generazione.

Sì, ricordo bene anche gli anni della guerra, vissuti a Vittorio Veneto. Mio padre era in guerra, con le truppe del re e di Badoglio. Per fortuna a fine conflitto tornò e riprese a fare l’insegnante, lui che di guerre ne aveva fatte due: a 18 anni aveva partecipato anche al primo conflitto mondiale.
Ho studiato al liceo Flaminio: fra i miei insegnanti c’era anche Andrea Zanzotto, professore di italiano.
Un ricordo bellissimo: eravamo tutti presi dalla sua capacità di trasferire emozioni e poesia. La lezioni su Dante fatte da Zanzotto: indimenticabili.
Andavamo da lui, che abitava a Pieve di Soligo, in bici. Ricordo la sua timidezza: avevamo delle belle ragazze in classe, che lo intimidivano. Era una persona di grande sensibilità, giovane anche lui in quegli anni, con noi studenti aveva un comportamento da amico.
Lo Iuav era in un momento di particolare splendore dal punto di vista accademico, perché rettore era il prof. Giuseppe Samonà, che aveva chiamato ad insegnare i più noti esponenti dell’architettura italiana. Ho avuto come professori Carlo Scarpa, Bruno Zevi, Lodovico Belgiojoso, Ignazio Gardella, Franco Albini, Mario De Luigi…
Teneva lezione di notte, a casa sua in rio Marin. E noi, che eravamo pochi perché Scarpa era molto severo, ci “vendicavamo” di lui fumandogli tutte le sigarette che prendeva di contrabbando al porto, in quei “bussolotti” in latta da 50 sigarette dal marchio Senior service.

Zevi ci maltrattava tutti, teneva lezioni con voce roboante. Però da lui, che insegnava agli studenti del terzo anno, venivano per ascoltarlo anche i giovani del quarto e del quinto anno, che ormai avevano fatto l’esame. Venivano perché teneva lezioni straordinarie sul Rinascimento, su Sansovino, su Biagio Rossetti, su altri architetti rinascimentali…
Non diceva una parola ma una volta, mentre ero lì che disegnavo per il suo esame di progettazione per architettura degli interni, cioè per arredamento, prese un pezzo di giornale, fece una strisciolina di carta, vi puntò la matita e girandolo come fosse una porta mi disse: “Questa porta non si apre”, e buttò per aria il mio progetto, che dovetti rifare. Avevo fatto un errore clamoroso, che lui aveva immediatamente individuato.
Era un uomo carismatico, un filosofo oltre che un urbanista. Mi ha indirizzato lui verso l’urbanistica. Una volta, parlando con me e Carlo Scarpa, disse: “Tu, Posocco, ti interessi di cose in grande, non di dettagli come fa Scarpa. E quindi probabilmente ti interesserai di urbanistica”. Cosa che è veramente accaduta.
… poi mi chiamarono nella neonata Regione Veneto, nel 1970. Ci restai per più di vent’anni, lavorando su urbanistica e territorio.
Verso la metà degli anni ’80: venni chiamato dall’ing. Ermes Farina, allora Guardian Grando, perché voleva fare un incontro pubblico con l’architetto Edoardo Gellner (il progettista del villaggio Agip a Corte di Cadore, voluto da Mattei, ndr), che era anche consulente della Regione. Dopo quell’incontro ci frequentammo ancora con Farina, che era persona di grande carisma e che mi fece nominare in Cancelleria e poi mi designò per la sua successione nel 2005.
Il ciclo straordinario di Tintoretto, inserito in una cornice architettonica, quello dello Scarpagnino, che faceva tutt’uno con la pittura. Mi attiravano anche i problemi che la Scuola proponeva: l’edificio era molto malandato…

L’edificio è stata sottoposto a restauri molto importanti per le parti strutturali. Si è fatta pulizia dei marmi, sono stati recuperati gli intonaci esterni che erano fatiscenti, restaurato il tetto in piombo e lo stesso è stato fatto per la Scoletta e per la chiesa, sottoposta a restauro non solo nella parte edilizia, ma anche in quella artistica: ne hanno fruito i quadri, da ultimo quello del Fumiani (leggi qui) ma prima quelli di Tintoretto e di altri pittori. Perché mentre la Scuola è caratterizzata soprattutto da Tintoretto – ci sono quasi 70 tele sue – la chiesa conserva le opere di più artisti.
Il restauro, da poco completato, della grande Crocifissione di Tintoretto. È stato l’impegno maggiore sia dal punto di vista scientifico che operativo che economico: se non avessimo avuto un aiuto molto importante da parte di Save Venice, il comitato americano, non avremmo potuto fare l’intervento, che è stato uno dei restauri di punta in Italia, sia per la novità delle tecnologie adoperate sia per la profondità e l’ampiezza delle conoscenze utilizzate. Si è riusciti a ricostruire tutta la storia del dipinto, questa grande tela di 13 metri per 6, dalla sinopia agli ultimi interventi, che ha subito nel tempo anche restauri maldestri e riverniciature. Il recente restauro ha invece riportato il dipinto molto vicino a com’era in origine, fatto salvo la modifica irreversibile che alcuni colori nel tempo hanno subito.
In passato il Guardian Grando Benvenuti fece qualche anno in più di venti, ma siano all’inizio del ‘900. Altri non sono arrivati a questo traguardo. Nei tempi più antichi (la confraternita nasce nel 1478, ndr) si era Guardian Grando per un solo anno, secondo la regola della Repubblica.
In questi vent’anni sono raddoppiati: sono passati da 250 a 520.
Credo sia maturato l’interesse per la venezianità. I confratelli sono legati a Venezia per nascita o per residenza o per lavoro. Quindi la venezianità è vista come un valore: è il far parte di una città che si regge sul saper dialogare e sul saper stare insieme. Questi penso siano i valori della Scuola: amicizia, conoscenza e solidarietà. E spiritualità: la presenza di temi cristiani è stata costante, così come le visite anche di vescovi e cardinali.
Rimango in Consiglio, caratteristica tipica delle istituzioni veneziane, per assicurare la continuità. Quindi se mi chiederanno qualcosa e sarò in grado di farlo, cercherò di farlo.
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