
Nella serata di oggi, venerdì 19, in occasione del Giubileo del mondo della scuola il Patriarcato di Venezia ha invitato docenti, educatori, dirigenti, collaboratori e tutto il personale dell’ambito scolastico a condividere nella Basilica di San Marco dei “Segni di speranza”: racconti di un concreto impegno da parte delle nuove generazioni e di una spiccata sensibilità da parte di molti ragazzi e ragazze sia nei confronti del prossimo sia nei confronti dell’ambiente, quello che Papa Francesco amava chiamare la nostra “Casa Comune”. Studenti che vanno a scuola a piedi o in bici, che aiutano i compagni di classe che hanno difficoltà nell’apprendimento o si trovano in una situazione sociale o economica difficile, oppure ancora studenti che progettano un furgone solidale per poi donarlo alla Caritas.
I rappresentati della sfera dell’educazione, molto numerosi, hanno partecipato con gioia a questo scambio di testimonianze e alla successiva Messa celebrata dal Patriarca mons. Francesco Moraglia.
Al termine della celebrazione si è tenuto un momento conviviale nel chiostro del patriarcato.

Nell’omelia il Patriarca, rivolgendo uno sguardo al frangente storico in cui ci troviamo, ha insistito sull’importanza dell’educazione alla pace: «Bisogna educare alla pace. Educare le persone e le comunità nel senso etimologico del termine: “tirare fuori” i valori e i princìpi. Il principio, innanzitutto, della verità: le guerre iniziano generalmente con delle menzogne. Il principio della giustizia: senza il quale è inutile pregare per la pace. Il principio della tolleranza, della condivisione, dell’accoglienza dell’altro, del rispetto delle sue idee differenti dalle mie». E ha aggiunto: «Ho voluto mettere la dignità come principio cardinale della pace: tutte le persone hanno una dignità che io riconosco, non dono la dignità solo ad alcune persone. L’altro, con la sua sola presenza davanti a me, si impone come persona e io posso avere un ruolo differente rispetto a lui, anche una carica (la società ha bisogno anche di questo), ma devo rispettare la dignità di questa persona». Per il Patriarca, dunque, educare alla pace significa essenzialmente «insegnare ad esistere a partire da qualcosa che va al di là del proprio interesse: la verità, la giustizia, l’amore».

Per poter compiere questa missione occorre ricordare innanzitutto il valore della relazione in generale e della relazione educativa in particolare: «Quest’anno incontrerete molti ragazzi, molte ragazze, molti colleghi al di qua e al di là della cattedra – ha dichiarato mons. Moraglia rivolgendosi in particolare agli insegnanti – Ci tengo a precisare questo perché il docente non è solo colui che parla dalla cattedra, ma anche colui che sa scendere dalla cattedra per poter parlare in modo differente, pur restando colui che ha la responsabilità educativa».
Il Patriarca ha sottolineato, inoltre, un compito del docente particolarmente delicato, ovvero l’educazione al corretto uso del linguaggio: quando si studia una persona in silenzio si capiscono già un’infinità di cose. Ma anche il linguaggio, che ci contraddistingue come esseri umani, ha un ruolo fondamentale nel rapporto con l’altro, sia per quello che diciamo sia per quello che scegliamo di non dire. A partire dall’estratto di un testo mons. Moraglia ha evidenziato che la delicatezza non riguarda solo i gesti, ma anche il linguaggio perché a volte le parole possono ferire più di una spada. E non solo le parole di per sé, ma anche il tono di voce, il modo in cui le parole sono pronunciate.

L’invito del Patriarca è stato forte è chiaro: «Affinché la preghiera sia onesta ed efficace dobbiamo essere portatori di una cultura di pace e di un sentire che sia pacificante e pacificatore, non pacifista». E per portare la pace è fondamentale riconoscere e rispettare i diritti delle persone, in primis la libertà di espressione e, di conseguenza, anche di religione. Ma bisogna promuovere anche il perdono, spesso scambiato con l’oblio o l’indifferenza nei confronti degli errori: «Viviamo in una civiltà in cui si scusa tutto, ma non si perdona niente» denuncia mons. Moraglia.
Il Patriarca ha esortato, dunque, ad agire, senza nascondersi dietro la scusa per cui l’epoca in cui viviamo sarebbe più difficile di quelle passate. Tutti possono fare la differenza e particolare peso hanno tutti coloro che hanno una responsabilità educativa all’interno della scuola, di una comunità o di una famiglia.
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